AGI - A cena con gli amici si comincia parlando d'altro. Del lavoro, di un viaggio, di una serie televisiva. Poi qualcuno chiede: "E i ragazzi?". Da quel momento la conversazione cambia direzione. I figli non sono a tavola, ma occupano quasi tutto lo spazio. Si parla di esami, voti, amicizie, università, tirocini, cambi di facoltà. Un genitore racconta che il figlio non sa ancora che cosa fare. Un'altra dice che sua figlia è in crisi. Qualcuno aggiorna gli amici sulle ultime difficoltà, sulle scelte che andranno prese.
È una scena comune. Così comune da sembrare innocua. Eppure quel plurale racconta qualcosa di preciso: il genitore sta raccontando un'esperienza che sente anche propria. La difficoltà del figlio diventa una preoccupazione condivisa, il suo risultato una conferma, la sua incertezza una questione familiare. Attraverso i figli, gli adulti finiscono per parlare di se stessi: di quanto sono presenti, di quanto hanno investito, di quanto hanno saputo proteggerli e orientarli.
La domanda che non si formula mai ad alta voce è questa: se mio figlio non ce la fa, che cosa dice questo di me? Ne abbiamo parlato con Cristina Berrettini, antropologa e consulente familiare.
Questa pressione nasce necessariamente dalle aspettative dei genitori nei confronti dei figli?
Non è necessario che un genitore abbia imposto apertamente un progetto. Molti sono sinceramente convinti di non aver mai caricato i figli delle proprie aspettative. E probabilmente è vero. Ma l'aspettativa non arriva soltanto dalla famiglia. Arriva dalla scuola, dal mercato del lavoro, dai social, dal confronto continuo con gli altri. Il messaggio è pervasivo: bisogna eccellere, costruire un percorso, non sprecare opportunità. Non basta studiare: bisogna ottenere risultati. Il genitore non deve soltanto crescere un figlio: deve dimostrare di essere un buon genitore. E il figlio diventa il luogo in cui questa competenza viene continuamente verificata.
In che modo questa idea di “buon genitore” si manifesta nella vita quotidiana?
Lo si vede nei gesti quotidiani. Nel genitore che accompagna e riprende il figlio ovunque, anche quando potrebbe spostarsi da solo. In quello che interviene con gli insegnanti, controlla voti, attività, amicizie, scadenze. In quello che organizza il percorso universitario come se fosse ancora responsabile di ogni passaggio. Sono gesti che nascono dall'amore. Ma oggi fare molto, sapere tutto e intervenire sempre è anche il modo socialmente riconosciuto di dimostrare di esserci. La cura si trasforma in controllo. La presenza diventa monitoraggio.
Quali conseguenze può avere sui ragazzi questa attenzione continua?
Il figlio cresce dentro una rete di attenzione continua. Protetto, sostenuto, accompagnato. Ma può fare più fatica a sperimentare il limite, il rischio, la possibilità di sbagliare senza che ogni errore venga immediatamente assorbito dalla famiglia.
Un brutto voto, un rifiuto, un litigio vengono spesso percepiti come possibili ferite profonde. Ogni difficoltà rischia di essere chiamata trauma. Ogni frustrazione diventa qualcosa da rimuovere prima ancora che il figlio possa attraversarla. Ma chi viene protetto da ogni limite può arrivare impreparato al giudizio degli altri. La scuola, l'università, il lavoro continueranno a valutare, selezionare, respingere e premiare. Non è possibile costruire un'esistenza senza sconfitta. È possibile, però, imparare a non viverla come una condanna.
Quindi il problema non è essere giudicati, ma il significato che attribuiamo a quel giudizio?
Il problema non è il giudizio in sé. Il problema nasce quando ogni valutazione viene vissuta come un verdetto sull'identità. Non «questa cosa non è riuscita». Ma "io non valgo".
Qui la logica della performance produce un paradosso che nella mia esperienza vedo con regolarità. Si chiede al figlio di eccellere e, nello stesso tempo, si cerca di impedirgli di fallire. Lo si espone continuamente alla valutazione, ma lo si protegge dalle esperienze che potrebbero insegnargli a sostenerla.
C’è dunque il rischio che il figlio debba dimostrare, attraverso i propri risultati, anche la riuscita dei genitori?
Un figlio dovrebbe poter attraversare la crescita come un processo aperto, fatto di prove, errori, soste e cambiamenti. Quando invece ogni passaggio deve dimostrare la bontà dell'educazione ricevuta, il figlio porta un peso in più. Non deve soltanto diventare adulto: deve confermare che gli adulti hanno fatto bene il proprio lavoro. La sua riuscita non riguarda più soltanto la sua vita. Certifica anche l'efficacia della famiglia.
È un meccanismo che emerge con particolare forza nel passaggio all’università?
Questa pressione appare con chiarezza nel passaggio all'università. Per molte famiglie, dopo il liceo, proseguire gli studi non è più una possibilità tra le altre: è la scelta considerata naturale, quasi obbligatoria. Si parte perché lo fanno tutti, perché interrompere sembra una sconfitta. Il ragazzo entra in una maratona senza sapere quale sia il traguardo e guarda gli altri per capire quale passo tenere.
L'università diventa così una zona di sospensione. Il figlio continua a studiare, resta dipendente, spesso resta in casa. I saluti vengono rimandati: ancora un esame, ancora un anno, ancora una decisione da chiarire. La prosecuzione degli studi non è di per sé un problema. Lo diventa quando serve a evitare una domanda più difficile: che cosa vuole davvero fare questo ragazzo, e quale spazio deve lasciare il genitore perché possa scoprirlo?
Torniamo alla scena iniziale: perché, anche quando i figli non sono presenti, continuano a occupare così tanto spazio nelle conversazioni degli adulti?
A cena, intanto, si continua a parlarne. Il figlio è lontano, ma resta al centro. Le famiglie sembrano parlare dei propri ragazzi. Finiscono per misurare se stesse.
Da antropologa, considera questo fenomeno un problema delle singole famiglie o il risultato di un cambiamento culturale più profondo?
Come antropologa riconosco in questa scena qualcosa che va oltre il singolo genitore ansioso o il singolo figlio fragile. Non è un problema di carattere. È un modello culturale nel quale la cura è diventata investimento e l'investimento ha smesso di distinguere tra il figlio e la propria immagine di genitore. Il confine generazionale non è crollato per colpa di qualcuno. Si è assottigliato perché nessuna struttura culturale lo ha tenuto in piedi quando le reti di comunità, i riti di passaggio e i ruoli sociali chiari hanno cominciato a dissolversi. Il figlio ha riempito quello spazio vuoto. È diventato il progetto principale.
Che cosa racconta, allora, questa nostra necessità di parlare continuamente dei figli?
Forse a cena parliamo così tanto dei nostri figli perché, attraverso di loro, continuiamo a parlare di noi. Delle nostre paure, dei nostri sacrifici, della difficoltà di lasciarli andare.
Che cosa significa, allora, accompagnare davvero un figlio verso l’età adulta?
Accompagnare un figlio verso l'età adulta non significa costruirgli una vita perfetta. Significa permettergli di avere una vita sua. La sua strada non dovrebbe essere la prova della nostra riuscita. I suoi errori non dovrebbero diventare la dimostrazione del nostro fallimento. Un figlio non è un progetto da portare a compimento. È una persona che, per diventare adulta, deve poter smettere di essere il principale racconto dei propri genitori.