AGI - I primi segni biologici del morbo di Parkinson possono essere individuati nel sangue, molto prima che compaiano i sintomi motori e quando il danno cerebrale non è ancora esteso. È quanto emerge da uno studio pubblicato su npj Parkinson’s Disease, guidato da un team della Chalmers University of Technology, in Svezia, in collaborazione con l’Oslo University Hospital. La ricerca identifica specifici biomarcatori legati a processi cellulari precocissimi della malattia, aprendo la strada a test ematici per la diagnosi anticipata e a nuove strategie terapeutiche.
Il lavoro è coordinato da Annikka Polster, professoressa associata al Dipartimento di Life Sciences di Chalmers, con primo autore Danish Anwer, dottorando nello stesso ateneo. I ricercatori hanno dimostrato che, nelle fasi iniziali del Parkinson – che possono precedere i sintomi clinici anche di 15-20 anni – avviene un’attivazione transitoria di meccanismi di riparazione del DNA e di risposta allo stress cellulare. Questi processi lasciano tracce misurabili nel sangue, ma solo per un periodo limitato.
L'importanza della diagnosi precoce
“Quando compaiono i sintomi motori, tra il 50 e l’80% delle cellule nervose coinvolte è spesso già compromesso”, spiega Anwer. “Individuare la malattia prima di questo punto è fondamentale per avere reali possibilità di rallentarne la progressione”. Attraverso tecniche di machine learning, il team ha identificato un preciso profilo di attività genica associato a queste risposte cellulari, presente solo nei pazienti nella fase prodromica della malattia e assente sia nei soggetti sani sia in quelli con Parkinson già diagnosticato.
Una finestra di opportunità biologica
Secondo Polster, il dato chiave è proprio l’esistenza di una “finestra di opportunità biologica”: “Questi segnali compaiono solo all’inizio e scompaiono con l’avanzare della malattia. Questo li rende preziosi non solo per la diagnosi precoce, ma anche per comprendere i meccanismi da colpire con future terapie”. A differenza di altri approcci, basati su imaging cerebrale o analisi del liquido cerebrospinale, i biomarcatori individuati sono rilevabili nel sangue, rendendo possibile in prospettiva uno screening ampio, poco invasivo e a costi contenuti.
Prospettive future e nuove terapie
I ricercatori stimano che, entro cinque anni, test ematici basati su questi risultati potrebbero iniziare a essere sperimentati nei sistemi sanitari. Nel lungo periodo, lo studio potrebbe anche favorire lo sviluppo di nuovi farmaci o il riutilizzo di molecole già esistenti, mirate ai meccanismi cellulari attivi nelle primissime fasi della malattia.