Nelle linee si parla di 1,2–1,6 g/kg di proteine al giorno, una quota più alta rispetto a quella a cui siamo abituati… non sarà troppo?
Un apporto proteico adeguato non serve solo a “coprire il fabbisogno minimo”, ma ha effetti fisiologici rilevanti: aumenta la sazietà, aiuta a limitare l’iperconsumo calorico e contribuisce al mantenimento della massa muscolare, che è un fattore chiave della salute metabolica e della lotta all’obesità. Le nuove linee guida superano quindi la vecchia logica del “minimo indispensabile”, ma questo non significa che quella quota sia uguale per tutti: va sempre adattata all’età, al livello di attività fisica e alle condizioni cliniche. È un’indicazione di range funzionale, non una prescrizione rigida.
Non si corre il rischio di promuovere diete sbilanciate?
No, se si legge il documento nel suo contesto. Le linee guida non promuovono diete sbilanciate, né invitano a consumare carne in eccesso. Riconoscono piuttosto che, in una popolazione con alti tassi di obesità, diabete e perdita di massa magra, le proteine – incluse quelle animali – possono essere uno strumento efficace ed efficiente per aumentare la sazietà e migliorare il controllo dell’assunzione calorica. È importante però sottolineare che il documento include anche legumi, frutta a guscio e altre fonti proteiche vegetali: il messaggio è pasti più strutturati e sazianti, costruiti con alimenti a basso contenuto di sale, zuccheri, grassi, additivi, eccetera.
Secondo lei queste linee quanto sono legate alle abitudini alimentari del Paese nel quale nascono?
Moltissimo, ed è un punto che spesso viene sottovalutato nel dibattito europeo. Le Dietary Guidelines for Americans 2025–2030 nascono in un Paese che vive una vera e propria crisi metabolica: oltre il 70% degli adulti è in sovrappeso, più del 40% è obeso, e la prevalenza di diabete e prediabete è tra le più alte al mondo. A questo si aggiunge una dieta fortemente dominata da alimenti molto ricchi di grassi, zuccheri, sale e additivi e bevande zuccherate, che forniscono circa il 60% dell’energia totale quotidiana.
In questo contesto, il problema principale è l’eccesso calorico cronico e la perdita progressiva di massa magra, che accompagnano obesità e diabete. Le Dietary Guidelines for Americans 2025–2030 vanno lette come una strategia di sanità pubblica sviluppata in risposta a un contesto epidemiologico complesso, caratterizzato da obesità elevata, diabete e alterazioni della composizione corporea, puntando su alimenti più sazianti, nutrienti e riconoscibili, riducendo drasticamente il ruolo di prodotti ad alta densità energetica e basso valore nutrizionale.
In questo contesto le proteine, soprattutto se derivate da carne, pesce, latte e derivati, uova e legumi, aumentano la sazietà, riducono l’introito calorico spontaneo e aiutano a preservare la massa muscolare, che è un determinante chiave della salute metabolica.
Le nuove linee secondo lei sono conciliabili con la nostra idea di dieta mediterranea?
Sì, se vengono lette correttamente e contestualizzate; no, se vengono imitate in modo meccanico. Le linee guida americane nascono per correggere una dieta caratterizzata dall’assunzione elevata di alimenti ad alta densità calorica e basso potere saziante; la dieta mediterranea, invece, è storicamente un modello di prevenzione primaria, costruito su pasti strutturati, equilibrio energetico e integrazione di alimenti di origine animale in un modello prevalentemente vegetale.
Detto questo, molti principi sono sorprendentemente convergenti: riduzione degli zuccheri aggiunti, attenzione alla qualità dei grassi, valorizzazione degli alimenti proteici come parte del pasto. Anche nel modello mediterraneo tradizionale, carne, pesce, uova e latticini hanno sempre avuto un ruolo in un pattern ricco di vegetali, legumi e cereali.
La differenza è che, nel modello mediterraneo, le proteine non sono l’asse narrativo del pasto, ma una componente integrata; nelle DGA diventano invece uno strumento esplicito di contrasto all’obesità e alla perdita di massa magra.
In sintesi, le DGA non sono un modello da copiare, ma uno specchio che ci ricorda anche quanto sia importante comunicare con semplicità per far arrivare il messaggio a una porzione ampia della popolazione.
Qual è il vero cuore di queste nuove linee guida?
Sicuramente la riduzione di alimenti ad alta densità calorica e basso potere saziante, insieme al contenimento degli zuccheri aggiunti, che contribuiscono in modo rilevante all’eccesso calorico cronico osservato negli Stati Uniti. In questo quadro, alimenti semplici e poco trasformati come carne fresca, uova, pesce, latticini non zuccherati e legumi vengono indicati come esempi di real food: cibi in grado di favorire la sazietà e di contribuire alla costruzione di pasti completi e nutrizionalmente densi. Il messaggio di fondo è quello di una strategia di sanità pubblica orientata a ridurre l’eccesso calorico e a migliorare la qualità complessiva della dieta, riportando l’attenzione su alimenti riconoscibili e su pasti strutturati, in un contesto alimentare fortemente obesogenico.