AGI - Nelle donne portatrici di mutazioni BRCA1 e BRCA2 il cancro al seno comincia molto prima della comparsa del tumore, con specifiche rotture del DNA che colpiscono geni chiave della trasformazione tumorale. Lo dimostra uno studio della Hebrew University of Jerusalem pubblicato sulla rivista Cell Death & Disease, che identifica i primi eventi molecolari alla base dell'oncogenesi mammaria.
La ricerca ha analizzato cellule epiteliali mammarie sane, ma ad alto rischio, provenienti da donne con mutazioni BRCA, tracciando per la prima volta una mappa completa delle rotture a doppio filamento del DNA (DSB) prima che si sviluppi qualsiasi lesione tumorale. Queste rotture rappresentano una delle forme più pericolose di danno genetico e sono normalmente riparate attraverso meccanismi compromessi nelle portatrici BRCA.
La firma molecolare: rotture del DNA nelle cellule BRCA-mutanti
I risultati mostrano che il profilo delle rotture del DNA nelle cellule BRCA-mutanti è profondamente diverso da quello delle cellule sane e, in modo sorprendente, molto simile a quello osservato nei tumori mammari conclamati. Le "zone fragili" si concentrano in geni oncogeni e oncosoppressori noti, che risultano anche più attivi dal punto di vista trascrizionale, rendendoli al tempo stesso funzionali e vulnerabili.
Molti dei geni che presentano un'elevata frequenza di rotture precoci sono gli stessi che, negli stadi successivi, risultano mutati nei tumori al seno. Questo crea un collegamento diretto tra i difetti iniziali di riparazione del DNA e le mutazioni che guidano la progressione del cancro, rafforzando il ruolo centrale della perdita della ricombinazione omologa mediata da BRCA.
Implicazioni per la diagnosi precoce e la prevenzione
"Abbiamo identificato una vera e propria firma molecolare che precede di anni lo sviluppo del tumore", spiega Rami Aqeilan, coordinatore dello studio. "Comprendere questi eventi iniziali ci permette di immaginare nuove strategie per individuare il cancro nelle sue fasi più precoci, quando è più curabile".
Secondo gli autori, la possibilità di individuare regioni genomiche sistematicamente danneggiate prima dell'insorgenza del tumore apre la strada a nuovi biomarcatori di rischio e a interventi preventivi mirati, offrendo alle donne ad alto rischio alternative più personalizzate rispetto alla sola sorveglianza intensiva o alla chirurgia preventiva.