AGI - Terminato l'esame degli emendamenti, il Senato si appresta a dare il via libera alla riforma della legge elettorale. Il voto è atteso domani, martedì 15 settembre, intorno a mezzogiorno.
Ma resta alta la tensione sulla norma che ha aumentato il numero di firme da raccogliere per i partiti che non siedono in Parlamento. Una norma contro cui si scagliano le opposizioni, giudicata incostituzionale, e c'è chi come Giuseppe Conte invoca l'intervento del Presidente della Repubblica.
Il nodo delle circoscrizioni Estero
Intanto, la maggioranza vota compatta le ultime modifiche al testo, anche se non mancano malumori sulla riduzione delle circoscrizioni Estero (dalle attuali otto totali scendono a tre, due per la Camera e una sola per il Senato, modifica introdotto durante l'esame a Montecitorio). Inutilmente il senatore di FdI Roberto Menia, a titolo personale, ha provato a convincere i colleghi di maggioranza e soprattutto il governo a rivedere la norma, presentando tre emendamenti di cui uno che mirava a riaumentarne il numero. Ma l'esecutivo ha fatto muro: "La specificità del voto Estero dovrebbe rimanere, ma non sono un Pierino e anche se non capisco annuntio vobis cum mestizia" il ritiro degli emendamenti, ha detto in Aula. Emendamenti messi comunque al voto perché poi sottoscritti da Iv e Pd, ma ugualmente bocciati, anche se quello sul numero delle circoscrizioni, trasformate in collegi sulla falsariga della legge per le provinciali, ha incassato ben 55 astenuti (secondo i dem voti che provenivano dalle fila del centrodestra). Per il resto tutto procede senza sorprese né particolare pathos: come preannunciato i caregiver familiari vengono ricompresi tra gli elettori che potranno votare fuori sede e vengono ridisegnati i collegi di Bolzano.
Il 'peso' della raccolta firme
Nuovo round in Aula, invece, sulla controversa questione delle firme: se era già stato approvato nei giorni scorsi l'emendamento di FdI che elimina la cosiddetta norma 'anti-cespugli' ma che al tempo stesso ha elevato appunto da 1.500 a 6.000 le firme da raccogliere per collegio per tutti i partiti che non sono ora presenti in Parlamento (è il caso ad esempio di Progetto civico di Onorato, ma anche di tutte le altre 'costellazioni' di centro che stanno lavorando intorno alla coalizione di centrosinistra), è di oggi, lunedì 14 settembre, l'approvazione di altre due norme relative alle firme. Con l'ok all'articolo 5 è stata approvata una norma transitoria che esonera dalla raccolta firme i partiti presenti in Parlamento al 31 dicembre 2025 con un proprio gruppo in almeno uno dei due rami e un'altra norma sul voto Estero che esonera dalla raccolta firme chi ha attualmente almeno un eletto in Parlamento. Insomma, il tema firme continua a tenere banco in Aula e fuori dal palazzo: mentre scorrevano i voti sugli emendamenti, in piazza sono infatti scesi i militanti di Progetto civico guidato da Alessandro Onorato (che parla di "lodo salva casta"), sul quale grava il 'peso' delle firme da raccogliere. A suo sostegno sono arrivati i leader di M5s e Avs, ma anche il Pd (tutti pronti a dare una mano per raccogliere le sottoscrizioni).
Lo spettro dell'incostituzionalità
Per ora il governo non fa marcia indietro: "Un cambio alla Camera non è previsto, non è nell'aria", afferma infatti la ministra delle Riforme Elisabetta Casellati. E poi significherebbe un quarto passaggio al Senato, mentre governo e maggioranza hanno fretta di chiudere la partita: il voto finale a Montecitorio (con tanto di incognita sullo scrutinio segreto e sulla non più scontata apposizione della fiducia) è atteso non più tardi di metà ottobre. E se il centrodestra si prepara a serrare le fila per evitare incidenti, le opposizioni guardano già - battaglia in Aula a parte - all'indomani dell'entrata in vigore della legge: un giorno dopo scatteranno i ricorsi "che pioveranno" in diversi tribunali, assicura il capogruppo dem Boccia, affinché venga sollevata la questione dell'incostituzionalità davanti alla Consulta. A quel punto le previsioni (o meglio, gli auspici) sono che un pronunciamento arrivi prima dello scioglimento delle Camere, quindi del voto, anche per evitare, in caso di bocciatura della riforma, un Parlamento "delegittimato", viene sottolineato.