AGI - Il voto di ieri alla Camera ha riacceso i riflettori su uno dei fenomeni più imprevedibili della politica parlamentare italiana: quello dei franchi tiratori. Nascosti dietro la tutela dello scrutinio segreto, sono in grado di modificare gli equilibri politici, mettere in difficoltà governi e maggioranze e far naufragare candidature o provvedimenti dati per acquisiti.
Non è certo la prima volta che il Parlamento italiano si confronta con questo fenomeno: la storia della Repubblica è costellata di episodi in cui il voto segreto ha consentito a deputati e senatori di colpire dall'interno il proprio stesso schieramento, lasciando spesso dietro di sé soltanto ipotesi e sospetti.
L'origine del termine
Da Arnaldo Forlani a Romano Prodi, passando per Bettino Craxi, sono numerose le vittime illustri di quella categoria parlamentare che da decenni fa tremare i polsi ai governi e ai leader politici. I franchi tiratori, nascosti nell'ombra dello scrutinio segreto, votano contro il proprio schieramento senza lasciare tracce della propria identità. L'espressione affonda le sue radici nella Francia della fine del Settecento. Il termine, originariamente legato al linguaggio militare, deriva dal francese franc tireur, ossia “libero tiratore”, ed è stata utilizzata per la prima volta durante la Rivoluzione francese, per poi diventare più comune durante la guerra franco-prussiana del 1870. Solo intorno agli anni Cinquanta del Novecento questa definizione comincerà a entrare stabilmente nel lessico politico italiano, fino a diventarne una componente ormai consolidata.
I casi più celebri
La corsa al Quirinale è da sempre il terreno sul quale i franchi tiratori sono entrati più frequentemente in azione. L'imboscata parlamentare forse più celebre degli ultimi anni resta quella del 19 aprile 2013, quando Romano Prodi, candidato del centrosinistra alla Presidenza della Repubblica, venne affossato al quarto scrutinio da 101 grandi elettori mai identificati. Deputati e senatori appartenenti allo stesso schieramento che ne aveva sostenuto la candidatura decisero infatti di votare diversamente, determinandone la clamorosa bocciatura. La stessa sorte era toccata appena ventiquattr'ore prima a Franco Marini. L'ex presidente del Senato era stato indicato come candidato al Colle nell'ambito di un'intesa tra Partito Democratico e Popolo della Libertà, ma una parte consistente del PD non condivise quell'accordo politico. Anche in quel caso il fuoco amico risultò decisivo e, dopo il fallimento della votazione del 18 aprile, la candidatura di Marini venne ritirata.
Le altre "vittime" illustri
Anche Bettino Craxi e Arnaldo Forlani sperimentarono gli effetti dei franchi tiratori nelle rispettive corse al Quirinale. Nel 1992 entrambi videro sfumare le proprie possibilità di essere eletti Presidente della Repubblica proprio a causa di voti mancati all'interno delle maggioranze che avrebbero dovuto sostenerli, confermando come il voto segreto possa ribaltare ogni previsione anche nelle partite istituzionali più importanti.
Non solo il Quirinale
Ma non sono soltanto le elezioni del Capo dello Stato ad aver subito gli effetti del fenomeno. Anche le riforme elettorali sono finite più volte nel mirino dei cecchini parlamentari: nel 1953, con la legge elettorale di De Gasperi, alcuni senatori del centrosinistra, che non volevano fosse introdotto il premio di maggioranza dal 50% dei voti in poi, voltarono le spalle sabotando il testo. Il precedente più vicino risale, invece, al giugno del 2017, quando la maggioranza che sosteneva il governo Gentiloni tentò di approvare una legge elettorale ispirata al modello tedesco, la cosiddetta ‘legge Fiano’. L'intesa saltò proprio a causa dello scrutinio segreto. All'appello mancarono circa un centinaio di voti e, complice anche un disguido tecnico durante le operazioni di voto, emerse in maniera inequivocabile che decine di parlamentari del Movimento 5 Stelle avevano votato contro l'accordo raggiunto. Fu un caso pressoché unico nella storia parlamentare recente: l'unica occasione in cui fu possibile individuare, almeno in parte, chi si celava dietro il voto dei franchi tiratori, tradizionalmente impossibili da identificare con certezza proprio grazie alle garanzie offerte dal voto segreto.
È anche per questo che, ancora oggi, ogni volta che uno scrutinio segreto produce un risultato inatteso, il dibattito torna inevitabilmente a concentrarsi sui franchi tiratori. Figure destinate a rimanere senza nome, ma capaci, con pochi voti, di cambiare il corso di una votazione e, talvolta, della stessa storia politica italiana.