AGI - L'Italia investe nei settori ad alta intensità tecnologica meno della media europea e il divario rischia di frenare competitività, produttività e capacità di attrarre nuovi capitali. Gli investimenti high-tech valgono infatti l'1,3% del Pil, contro l'1,9% medio dell'Unione europea: un livello inferiore del 32%. Colmare il ritardo nella capacità delle istituzioni di tradurre le norme in risultati potrebbe però generare fino a 27 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno, pari a circa 1,23 punti percentuali di Pil.
È quanto emerge dallo studio "Sbloccare il futuro: investimenti high-tech per la competitività italiana", realizzato da TEHA, Amazon e AWS e presentato al Forum TEHA "Lo Scenario di Oggi e di Domani per le strategie competitive" a Villa d'Este, a Cernobbio.
La ricerca fotografa un Paese che dispone di importanti asset industriali, scientifici e tecnologici, ma continua a registrare difficoltà nell'attrarre, realizzare e portare su larga scala gli investimenti nei settori tecnologicamente più avanzati. Solo il 7,9% delle imprese italiane presenta un livello di intensità digitale molto elevato, rispetto al 10,1% della media europea. Secondo lo studio, per ridurre il divario servono soprattutto tre condizioni: un sistema energetico competitivo e affidabile, una maggiore capacità amministrativa e regolatoria e una disponibilità più ampia di competenze tecniche e scientifiche.
I temi della ricerca su imprese e digitalizzazione
La ricerca è stata sviluppata con il contributo scientifico di Alec Ross, esperto statunitense di innovazione e politiche tecnologiche, autore del nuovo best-seller "The Italian Dream: Riprendersi il Futuro", già Senior Advisor per l'Innovazione del Segretario di Stato Hillary Clinton e oggi Distinguished Adjunct Professor alla Bologna Business School.
Lo studio prende in esame i fattori che condizionano la capacità italiana di attrarre investimenti in comparti come cloud, intelligenza artificiale, cybersecurity, data center e automazione e, allo stesso tempo, la possibilità per le imprese di adottare e sviluppare queste tecnologie.
Un impatto economico rilevante
Secondo i dati riportati nella ricerca, l'adozione dell'intelligenza artificiale è associata a incrementi della produttività del lavoro di circa il 4%, mentre i settori a maggiore intensità digitale hanno generato circa il 40% dei nuovi posti di lavoro nell'area Ocse tra il 2006 e il 2016. Gli investimenti high-tech permettono inoltre alle imprese, in particolare a Pmi e startup, di accedere a tecnologie, infrastrutture e servizi avanzati senza dover sostenere autonomamente elevati investimenti iniziali.
Il divario digitale resta però particolarmente marcato tra le aziende di dimensioni più piccole. Nel 2025 presenta un'intensità digitale alta o molto alta l'82% delle grandi imprese, il 61% delle medie e soltanto il 34% delle piccole. È su questo terreno che, secondo Giulia Gasparini, Country Manager di AWS Italia, il cloud può contribuire ad abbassare le barriere di accesso alle tecnologie più avanzate. "In Italia abbiamo scelto di investire: oltre 3 miliardi di euro in infrastruttura cloud e decine di migliaia di persone formate sulle competenze digitali dal 2017, verso l'obiettivo di 200.000 studenti STEM entro fine 2026. Oggi il cloud mette la stessa potenza di calcolo e di intelligenza artificiale nelle mani di una startup come di una grande azienda, con un modello pay-per-use e senza barriere di ingresso. Il vero fattore abilitante è la prevedibilità: quando le regole sono stabili e i tempi certi, le imprese investono di più e innovano prima. È questo il passo che può trasformare il potenziale italiano in crescita reale."
Il nodo energia
Uno dei principali ostacoli individuati dalla ricerca è il sistema energetico. Nel 2024 il 74% dell'energia disponibile in Italia proveniva dall'estero, contro il 57% della media Ue. Le imprese italiane arrivano così a pagare l'energia fino al 30% in più rispetto alla media europea. La crescita delle fonti rinnovabili potrebbe ridurre questa dipendenza, ma a frenare gli investimenti restano tempi autorizzativi giudicati eccessivamente lunghi e poco prevedibili. Secondo lo studio, per ottenere un permesso relativo a un impianto fotovoltaico in Italia serve in media un anno e mezzo in più rispetto alla Germania e, durante l'iter, il quadro normativo può cambiare tre volte.
Burocrazia e capacità istituzionale
A incidere sulle decisioni degli investitori è anche la capacità delle istituzioni di trasformare le norme in risultati concreti. Lo studio stima che un miglioramento dell'Institutional Delivery Index fino ai livelli della Danimarca potrebbe aumentare di 0,92 punti percentuali la quota di investimenti high-tech. Per l'Italia, l'allineamento alla frontiera europea potrebbe tradursi in investimenti aggiuntivi fino a 27 miliardi di euro ogni anno.
A frenare questo potenziale è anche la stratificazione normativa. Secondo i dati riportati dalla ricerca, in Italia sono in vigore circa 160 mila leggi, 23 volte più che in Francia, mentre una legge su cinque approvata nelle ultime legislature sarebbe rimasta inattuata in attesa dei relativi decreti attuativi. Le risorse pubbliche ferme per effetto dei ritardi nell'attuazione ammonterebbero attualmente a circa 3 miliardi di euro.
È proprio sulla complessità normativa che insiste Ross: "Fare l'imprenditore in Italia è come correre una maratona con uno zaino pieno di sassi", evidenzia Alec Ross, "e con ogni nuova regolazione c'è un nuovo sasso nello zaino. Non significa che non servano regole. Significa che le regole devono essere chiare, coerenti, prevedibili e applicabili. Il problema, quindi, non è una mancanza di capacità. È che troppo spesso costringiamo imprese e investitori a spendere tempo ed energia per attraversare il sistema invece che per costruire, innovare e crescere. Dobbiamo cominciare a togliere sassi dallo zaino perché oggi la velocità con cui un Paese riesce a decidere e ad agire è parte della sua competitività."
Regole per l'intelligenza artificiale e proposte di semplificazione
Il problema della prevedibilità riguarda anche la regolazione delle tecnologie emergenti. Il 68% delle imprese europee dichiara di non comprendere pienamente i propri obblighi rispetto all'AI Act e, secondo lo studio, le aziende che percepiscono una maggiore incertezza regolatoria prevedono investimenti nell'intelligenza artificiale inferiori del 28% nei dodici mesi successivi. Sovrapposizioni tra normativa europea e nazionale, regole poco chiare e forme di gold plating, osserva la ricerca, rischiano quindi di rallentare l'adozione delle nuove tecnologie in una fase in cui i cicli di innovazione sono sempre più rapidi.
Su questo fronte, Valerio De Molli, Managing Partner e CEO di TEHA Group, indica nella semplificazione e nella stabilità normativa due condizioni essenziali per sostenere gli investimenti. "La semplificazione deve procedere insieme a una maggiore stabilità del quadro regolatorio, accelerando l'adozione dei decreti attuativi, riducendo la stratificazione delle norme e prevenendo forme di gold plating nazionale", sintetizza De Molli. "Allo stesso tempo, è necessario rafforzare ITS Academy, percorsi STEM, reskilling e upskilling nelle competenze digitali avanzate, attraverso partnership strutturate tra sistema educativo, università e imprese. Per favorire una diffusione più ampia delle tecnologie, in particolare tra le PMI, la ricerca indica infine l'opportunità di introdurre incentivi mirati all'adozione di intelligenza artificiale e cloud e di rafforzare l'ecosistema delle startup, attraverso venture capital, trasferimento tecnologico e procedure più rapide per l'attrazione dei talenti internazionali."
Competenze e interventi previsti
Altro nodo strutturale è infatti quello delle competenze. L'Italia, secondo lo studio, ha il 40% di laureati in meno rispetto alla media europea. Allo stesso tempo il 57,3% delle posizioni rivolte ai diplomati degli ITS risulta difficile da coprire e tre aziende su cinque dichiarano di non riuscire a trovare le competenze di cui hanno bisogno. Tra le misure proposte dalla ricerca figurano quindi il rafforzamento degli ITS Academy e dei percorsi Stem, maggiori investimenti nel reskilling e nell'upskilling digitale e una collaborazione più stretta tra sistema educativo, università e imprese.
Sul fronte energetico, lo studio indica invece la necessità di ridurre i tempi delle autorizzazioni per le fonti rinnovabili attraverso sportelli unici, termini perentori e meccanismi di silenzio-assenso qualificato, affiancati da incentivi allo sviluppo di nuova capacità energetica sostenibile. Per i grandi investimenti high-tech viene inoltre proposto un percorso autorizzativo unico, con un interlocutore governativo incaricato di coordinare le procedure in materia di urbanistica, ambiente, energia, fiscalità e lavoro e con regole uniformi su tutto il territorio nazionale.
L'effetto degli investimenti sul sistema economico
L'effetto degli investimenti tecnologici sull'intero sistema economico è sottolineato anche da Giorgio Busnelli, VP & Country Manager Amazon Italia. "Dal 2010 abbiamo investito oltre 30 miliardi di euro in Italia e creato più di 19.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. Oggi siamo l'impresa costituita negli ultimi 30 anni con il maggior numero di dipendenti nel Paese, tra i 20 maggiori datori di lavoro in Italia, e contribuiamo a sostenere complessivamente oltre 100.000 posti di lavoro lungo tutta la filiera. La nostra esperienza conferma ciò che questa ricerca dimostra: quando un Paese attrae investimenti ad alta intensità tecnologica, i benefici si propagano all'intero sistema economico — in termini di occupazione, innovazione e competitività. L'Italia ha tutte le carte per essere ancora più attrattiva. Semplificazione normativa, certezza regolatoria e investimenti in competenze sono le leve per rafforzare questo circolo virtuoso — a beneficio delle imprese, dei lavoratori e della crescita del Paese."