AGi - Gli animali selvatici potranno indossare da soli i collari GPS utilizzati dagli scienziati per studiarne gli spostamenti, senza essere catturati o immobilizzati. Lo sottolinea una ricerca condotta dalla Norwegian University of Life Sciences (NMBU) e pubblicata sulla rivista scientifica BioScience. Il sistema, denominato Capture-Free Telemetry (CFT), permette di applicare automaticamente i dispositivi di tracciamento quando gli animali interagiscono con apposite strutture collocate nel loro habitat naturale.
La tecnologia potrebbe risolvere uno dei principali problemi che i ricercatori affrontano da oltre sessant'anni nello studio della fauna selvatica. Tradizionalmente, per dotare un animale di un collare GPS è necessario catturarlo, immobilizzarlo e successivamente rilasciarlo. Operazioni spesso costose e complesse, che possono provocare stress, lesioni e, nei casi più gravi, persino la morte degli esemplari coinvolti. La cattura può inoltre rappresentare un rischio per gli stessi operatori che potrebbero essere attaccati dagli esemplari più aggressivi.
Come funziona il collare GPS che si applica da solo
Il nuovo metodo elimina la necessità di catturare fisicamente gli animali. I ricercatori installano nell'ambiente dispositivi dotati di esche, progettati per attirare le specie da monitorare. Quando un esemplare si avvicina e interagisce con la struttura, un meccanismo applica automaticamente il collare intorno al collo, senza richiedere l'intervento diretto dell'uomo.
Il sistema è stato sviluppato dal professor Richard Bischof, della Norwegian University of Life Sciences, che ha realizzato e sperimentato prototipi adattati a specie differenti. Le prove condotte in Norvegia hanno riguardato cervi rossi (Cervus elaphus) e volpi rosse (Vulpes vulpes), due animali con caratteristiche fisiche e comportamentali molto diverse. I test sui cervi sono stati effettuati presso il Norwegian Deer Centre, un centro nazionale specializzato nello studio degli ungulati selvatici. La differenza rispetto ai metodi tradizionali non riguarda soltanto il momento in cui viene applicato il dispositivo. L'intero processo è stato pensato per limitare il più possibile l'interferenza dei ricercatori con la vita degli animali, consentendo di raccogliere informazioni sui loro movimenti senza sottoporli alle procedure normalmente necessarie per il monitoraggio.
Meno stress per gli animali e dati più affidabili
"Consentendo agli esemplari di indossare autonomamente i dispositivi di tracciamento, possiamo migliorare il loro benessere e allo stesso tempo eliminare una potenziale fonte di distorsione nella ricerca scientifica", ha spiegato Bischof. Secondo il ricercatore, infatti, la cattura e l'immobilizzazione possono modificare proprio i comportamenti che gli scienziati intendono osservare. Un animale appena catturato potrebbe muoversi, alimentarsi o interagire con gli altri in modo diverso rispetto alle sue abitudini naturali, influenzando così i risultati delle osservazioni.
"Lo scopo del monitoraggio della fauna selvatica è generalmente studiare il comportamento naturale degli animali nel loro ambiente. Ma quando li catturiamo e li immobilizziamo, finiamo involontariamente per influenzarne il comportamento, la fisiologia e le condizioni fisiche", ha sottolineato Bischof. Particolare attenzione è stata dedicata anche alla sicurezza dei dispositivi. I collari sono progettati per adattarsi automaticamente alle dimensioni del collo e per staccarsi dopo alcune settimane o un paio di mesi. Sono inoltre dotati di punti di rottura che permettono al dispositivo di separarsi in caso di impigliamento o di altre situazioni potenzialmente pericolose.
L'innovazione potrebbe modificare profondamente anche il modo in cui vengono organizzate le ricerche sul campo. I metodi tradizionali, a causa dei costi e delle difficoltà delle catture, spesso consentono di monitorare soltanto un numero limitato di esemplari. Inoltre, per prolungare la durata delle batterie dei collari, i ricercatori devono talvolta ridurre la frequenza delle rilevazioni GPS, rinunciando a una parte delle informazioni disponibili. Il nuovo approccio potrebbe invece consentire di monitorare un numero maggiore di animali per periodi più brevi, raccogliendo dati più dettagliati sui loro spostamenti e sulle interazioni con l'ambiente circostante. Bischof definisce questa prospettiva finer-touch telemetry, un sistema di monitoraggio meno invasivo che punta a migliorare sia la qualità delle informazioni sia la rappresentatività dei soggetti osservati.
"Questo può consentire una migliore copertura della popolazione e dati più dettagliati, riducendo al contempo le interferenze con il comportamento naturale degli animali", ha spiegato il ricercatore. Una maggiore quantità di dati potrebbe aiutare gli scienziati a comprendere meglio come gli animali utilizzano il territorio, quali percorsi seguono durante gli spostamenti e come reagiscono ai cambiamenti ambientali. Informazioni che possono contribuire anche alla gestione e alla conservazione delle popolazioni selvatiche.
Un'idea nata dalle tecniche di cattura degli animali
L'origine del progetto risale a molti anni prima dell'arrivo di Bischof in Norvegia. Prima di trasferirsi nel Paese scandinavo per il dottorato, il ricercatore aveva lavorato come biologo presso la Nebraska Game and Parks Commission, negli Stati Uniti, collaborando con professionisti specializzati nella cattura della fauna selvatica.Quell'esperienza lo aveva portato a chiedersi se alcuni dei meccanismi utilizzati nelle trappole potessero essere adattati per applicare dispositivi di identificazione senza dover immobilizzare direttamente gli animali. Successivamente Bischof ha scoperto che tra gli anni Cinquanta e Settanta erano già stati condotti esperimenti su sistemi automatici di marcatura degli animali. Si trattava di ricerche in gran parte dimenticate, che avevano esplorato soluzioni simili senza arrivare a sviluppare una tecnologia utilizzabile per il moderno monitoraggio GPS.
Il progetto presenta così un aspetto paradossale: alcune tecniche associate alla cattura degli animali, comprese quelle basate sui lacci, potrebbero contribuire a rendere meno invasiva la ricerca scientifica. Questi strumenti sono infatti controversi perché, se utilizzati impropriamente, possono ferire gli animali e vengono talvolta impiegati anche nel bracconaggio. "C'è un paradosso interessante: un metodo spesso considerato controverso potrebbe alla fine contribuire a ridurre la necessità di catturare e maneggiare gli animali per scopi scientifici".
La tecnologia si trova ancora in una fase sperimentale. I prototipi utilizzati in Norvegia hanno dimostrato la fattibilità del sistema, ma saranno necessari ulteriori studi per valutarne l'efficacia e la sicurezza su scala più ampia. Bischof e altri ricercatori europei e statunitensi stanno lavorando per perfezionare la Capture-Free Telemetry e confrontarne gli effetti sul comportamento degli animali con quelli delle tecniche tradizionali. Tra gli obiettivi figura anche la possibilità di adattare il sistema a un numero maggiore di specie selvatiche, ampliando le applicazioni di una tecnologia che potrebbe cambiare il modo in cui gli scienziati studiano gli animali nel loro ambiente naturale.