AGI - Un corpo sospeso a testa in giù, la camicia bianca gonfiata dal vento, le braccia composte lungo i fianchi come in una resa che in realtà non c'è mai stata. È l'11 settembre 2001, sono le 9:41 e 15 secondi, e l'obiettivo del fotografo Richard Drew dell'Associated Press coglie un istante che diventerà una delle immagini più scioccanti della storia americana e non solo. A venticinque anni da quel giorno, dietro quello scatto passato alla storia come "The Falling Man" c'è ancora un nome che le famiglie e i giornalisti hanno provato a restituire alla memoria collettiva: Jonathan Briley.
La storia di Jonathan Briley
Briley aveva 43 anni e lavorava come tecnico del suono al ristorante "Windows on the World", affacciato tra il 106° e il 107° piano della Torre Nord del World Trade Center. Quella mattina aveva salutato la moglie Hillary prima di uscire di casa, senza sapere che sarebbe stata l'ultima volta. Poche ore dopo il primo impatto, si è trovato intrappolato ai piani più alti dell'edificio, tra fumo, calore e fiamme che non lasciavano vie di fuga verso il basso. Era affetto da asma, un dettaglio che secondo le testimonianze di allora della sorella Gwendolyn Briley-Strand aiuta a spiegare la disperazione di quei minuti: pur di respirare e sottrarsi al fumo, avrebbe fatto qualunque cosa. È in quel contesto, non in un gesto di resa consapevole, che va letta la sua caduta nel vuoto. Altro che immobilità, per tutta la discesa il corpo di Jonathan continuò a ruotare e dibattersi, come mostrano le altre fotografie scattate da Drew nella stessa sequenza. Il corpo fu ritrovato intatto dagli agenti dell'FBI e identificato dal fratello di Jonathan. A confermare che l'uomo nella fotografia potesse essere lui non fu un dettaglio del volto, impossibile da distinguere a quella distanza, ma l'abbigliamento, lo stesso che indossava quasi ogni giorno per andare al lavoro. Da allora quella foto ha avuto una vita propria, spesso sganciata dal nome della persona che ritraeva. Pubblicata una sola volta sui grandi giornali statunitensi nei giorni immediatamente successivi all'attacco, fu poi ritirata dalla circolazione per l'ondata di proteste che sollevò. Per molti americani era troppo cruda, troppo diretta nel mostrare una delle scelte più disumane imposte da quel giorno, quella tra morire tra le fiamme o morire cadendo.
Oggi Gwendolyn ha 72 anni e continua a raccontare la storia del fratello. In una recente intervista al Daily Mail ha descritto la sensazione ambivalente che porta con sé un anniversario così lungo, a metà tra la distanza e la vicinanza del ricordo. Ha aggiunto che, anche a prescindere dall'identità certa dell'uomo ritratto, quella fotografia per lei "rappresenta tutte le quasi 3.000 persone" morte l'11 settembre, definendola una delle immagini più potenti mai scattate proprio perché capace di restituire dignità a una tragedia collettiva.
Nel racconto della sorella emerge anche una lettura religiosa della vicenda, ovvero la fede della famiglia in un Dio misericordioso, non vendicativo, e la convinzione che chi quel giorno scelse di lanciarsi nel vuoto pur di sfuggire alle fiamme abbia trovato accoglienza, non condanna. A un quarto di secolo di distanza, l'identità dell'uomo nella fotografia di Richard Drew resta ufficialmente non confermata. Nessun esame del DNA o riscontro definitivo ha mai chiuso la questione, e diverse famiglie negli anni hanno riconosciuto nei tratti di quel corpo sospeso i propri cari scomparsi quel giorno. È forse anche per questo che "The Falling Man" continua a essere una delle immagini più citate quando si parla dell'11 settembre perché non racconta la morte di una singola persona, ma il punto più estremo a cui la disperazione può portare chiunque, in circostanze che nessuno sceglie.