Le torture nel carcere di Dowlatabad e le confessioni estorte
Quando a maggio la madre è entrata nel carcere di Dowlatabad, a Isfahan, ha faticato a riconoscere le proprie figlie. Come raccontato da un nipote che vive negli Stati Uniti, le due giovani avevano i volti tumefatti e lividi su tutto il corpo, con fratture ai gomiti, alle nocche e ai piedi, oltre ad aver perso ampie ciocche di capelli strappati mentre venivano trascinate da una cella all'altra durante i mesi passati in isolamento. Durante le torture, Taraneh è stata minacciata dai carcerieri: se non avesse firmato una confessione, avrebbero violentato la sorella Romina davanti ai suoi occhi. I loro avvocati hanno infatti riferito che durante il processo la ragazza ha dichiarato che qualunque ammissione è stata resa sotto tortura, mentre la famiglia conferma che dagli atti non sono mai emerse prove di un loro coinvolgimento in episodi di violenza durante le manifestazioni.
Una condanna a morte e 25 anni di carcere: l'allarme dei familiari
Dagli atti giudiziari del processo, a cui la madre non ha potuto assistere, è emersa una drammatica disparità di giudizio che la famiglia non sa spiegare: Taraneh è stata condannata a morte, mentre Romina dovrà scontare 25 anni di carcere. Da quando sono state emesse le sentenze, nessun parente ha più potuto vedere le due giovani e il timore principale della famiglia riguarda l'esecuzione rapida della pena capitale, poiché in diversi casi recenti il regime ha giustiziato i condannati senza rispettare i tempi previsti per il ricorso.
Per denunciare la vicenda, il cugino Masoud Nourmohammadi ha deciso di rendere pubblico il caso dalle pagine del Guardian, nonostante abbia ricevuto minacce di morte indirizzate alla sua abitazione negli Stati Uniti. A Isfahan, intanto, la madre Marzieh continua ad attendere di poter rivedere le figlie, vivendo nell'angoscia costante che la condanna per impiccagione di Taraneh venga eseguita da un momento all'altro.