AGI - Nel paradiso naturale della Guinea Equatoriale, tra le maestose foreste pluviali incontaminate, Papa Leone varca la soglia dell'inferno di Bata: il suo carcere, uno dei più famigerati al mondo, dove, secondo Amnesty International, i detenuti sono tenuti in condizioni inumane senza la possibilità di ricevere i loro avvocati e le famiglie. È il carcere dei dimenticati, perché di alcuni non si hanno più notizie. È definito la "Spiaggia nera", come una sorta di buco pregno dell'umidità che arriva dal mare, in cui, oltre alle condizioni precarie, la tortura è la regola, come racconta chi ci è passato, e la vita dei detenuti è messa a rischio dal sovraffollamento.
Sotto un cielo plumbeo con una cappa di caldo asfissiante, nel cortile della struttura – dalle mura color salmone ridipinte di fresco e l'immancabile filo spinato – sono 651 i detenuti che attendono Leone. Sono in fila, ordinati, in tute color arancione o verde kaki, teste rasate, sandali di plastica ai piedi, e in mano le bandierine del Pontefice. Sono giovani, per la maggior parte.
L'omelia e il richiamo alla dignità
"Sia sempre salvaguardata la dignità della persona umana, penso ai carcerati, spesso costretti a vivere in condizioni igieniche e sanitarie preoccupanti", ha denunciato stamani il Pontefice nell'omelia della messa nella Basilica dell'Immacolata Concezione a Mongomo.
Il conforto ai detenuti
Ora il Pontefice esprime da vicino il suo conforto a chi sta scontando pene varie, dai reati contro le persone, contro il patrimonio e quelli ritenuti punibili dalla società. "Dio non si stanca mai di perdonare", rimarca Leone. "Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio" e bisogna ricordare sempre che "una persona che si rialza dopo essere caduta è più forte di prima".
La pioggia come benedizione
Leone arriva e dopo pochi minuti un diluvio tropicale dirompe. I detenuti continuano a ballare e cantare sul posto. "Questa pioggia è una benedizione del Signore", osserva il Papa. E poi aggiunge: "Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall'amore di Dio!". Gli applausi esplodono.
Giustizia e riconciliazione
Dopo aver ascoltato alcune testimonianze dei presenti, Leone precisa che "non c'è giustizia senza riconciliazione" precisando che "l'amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona". "Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male".
Studiare e lavorare in carcere
È un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione ma un'altra parte, ancora maggiore, precisa, "deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall'ingiustizia". In carcere ci deve essere la possibilità "di studiare e di lavorare con dignità", ribadisce, perché "la vita non è definita solo dagli errori commessi", "c'è sempre l'opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova".
L'incoraggiamento finale
Poi l'incoraggiamento: "Non siete soli. Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano, e molti, al di fuori di queste mura, pregano per voi". "Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco".
Il grido di libertà
Il diluvio è ancora più dirompente, Leone finisce il suo discorso e va via e i detenuti rompono le righe e urlano "Libertà! Libertà!", cantando e gridando. "Siamo credenti e sappiamo che mai saremo dimenticati. Scontiamo la nostra condanna sapendo che otterremo il perdono. Grazie Santo Padre", cantano ripetendo le parole già pronunciate davanti a lui.
Le parole del ministro
Prima dell'incontro con il Pontefice, il ministro della Giustizia, Reginaldo Biyogo Mba Ndong Anguesomo, parlando con i giornalisti, aveva descritto il carcere come modello per i "diritti umani". "Qui non c'è sovraffollamento, puntiamo al recupero e al reinserimento sociale. Poi se leggete sui social cose diverse è perché siamo in un paese democratico dove ognuno può dire la sua opinione". Nella struttura solo una trentina le detenute donne. "Carcere modello" di un regime in carica da 46 anni.