AGI - "L'Occidente è concentrato su Iran e Ucraina, ma ieri a Pechino c'è stato un importante incontro tra Xi Jinping e la segretaria del Kuomintang, Cheng Li-Wun. Il Kuomintang, anche se non è al Governo, ha la maggioranza relativa nel Parlamento di Taiwan. Se il Kuomintang, favorevole alla riconciliazione con la Cina, vincerà le presidenziali del 2028, Xi potrebbe riunificare la Cina senza alcuna guerra". Lo afferma Giorgio Cuscito, analista di Limes e studioso di geopolitica della Cina, in un intervento al corso di Formazione missionaria nella Sala della Conciliazione di palazzo Lateranense.
Cuscito crede che la Cina non risentirà più di tanto della mancanza del petrolio proveniente da Iran e Venezuela. "Il carbone - afferma Cuscito - rappresenta il 52% del paniere energetico della Cina. I principali fornitori di petrolio sono sempre stati Russia, Arabia Saudita e Iraq, non Iran e Venezuela. Oggi la Cina è contenta che gli Usa siano impegnati nelle crisi mediorientali. La guerra in Iran avvantaggia la Cina".
Le fragilità interne e la crisi demografica
"I maggiori problemi della Cina - è l'analisi di Cuscito - sono le disparità economiche tra città e campagna, tra centro e periferia (ad esempio Xinjiang e Tibet sono viste come zone cuscinetto). La corruzione è una questione endemica. I cinesi non fanno più figli. L'inquinamento e il sistema sanitario preoccupano. Oggi il 29% delle spese sanitarie è a carico dei cittadini e il numero degli anziani è in aumento. Durante il covid, i cinesi hanno manifestato contro Xi e l'opinione pubblica conta anche nelle dittature".
Il rallentamento economico e il mercato del lavoro
"Il pil - prosegue Cuscito - cresce del 5% l'anno, ma, in passato, aumentava del 10%. La Cina comincia ad avere un problema di saturazione del mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione giovanile è salito al 20%. Un ingegnere non vuole lavorare per Mc Donald...". Sulle mire internazionali dell' 'Impero di centro' Cuscito sottolinea che la Cina si sta ora aprendo al mare e allo spazio, ma è sempre stato un impero di terra.
Presenza militare e ambizioni monetarie
"La Cina - afferma Cuscito - non vuole dominare il mondo, ha solo due basi militari navali all'estero: a Gibuti, dove potrebbero attraccare anche le portaerei, e in Cambogia. Gli Stati Uniti hanno allontanato Pechino dai porti panamensi. La Cina è il primo Paese esportatore del mondo, ma la presenza commerciale non corrisponde alla presenza militare. Piuttosto la Cina vorrebbe internazionalizzare lo yuan, a discapito del dollaro. Dagli anni ottanta ai giorni nostri si è inoltre fatta sempre più forte la presenza in Africa, persino con scuole del Partito Comunista Cinese. I cinesi sono anche in Libia e recentemente abbiamo sequestrato a Gioia Tauro droni cinesi diretti in Libia".
I rapporti con l'Italia e la via della seta
Sui rapporti tra Italia e Cina, Cuscito sottolinea che il nostro Paese ha fatto parte della Via della Seta dal 2019 al 2023 per poi abbandonare il progetto. "Questo non significa che la Cina non guardi con interesse all'Italia, autentico ponte nel Mediterraneo. Anche se l'eventuale apertura della rotta artica, toglierebbe importanza al Mediterraneo e all'Italia".
Tensioni regionali e il confronto con Trump
Sul futuro dell' 'Impero di centro' Cuscito non esclude che possano aumentare gli attriti con il Giappone. Con l'India ci sono problemi per un confine non ben definito sull'Himalaya, ma i militari "si prendono solo 'a mazzate' perché i soldati di frontiera di entrambi i Paesi non hanno fucili". A metà maggio ci sarà l'incontro a Pechino tra Trump e Xi, inizialmente previsto per fine marzo e poi rinviato per la guerra in Iran. La Cina ha ridotto i propri investimenti nel debito pubblico americano. Gli Usa importano dalla Cina le terre rare, la cui lavorazione è altamente inquinante. Trump è già stato nel 2017 con Xi alla Città Proibita. "Allora Xi magnificò l'impero cinese con 5mila anni di storia. Trump rintuzzò parlando dell'Egitto che dura da 8mila anni. Xi ebbe buon gioco nell'affermare che l'impero cinese è rimasto sempre lo stesso da 5mila anni...".
Padre Albanese: "La strada è lunga. La Santa Sede rispetta il dialogo"
"In Cina ci sono una chiesa patriottica e una sotterranea. Le limitazioni sono notevoli per le comunità cattoliche. Ultimamente c'è stata anche una stretta. Il proselitismo, soprattutto verso i giovani, viene condannato. La Santa Sede è rispettosa per quanto riguarda il dialogo con la Cina, ma la strada è lunga. Alcuni cattolici ritengono impossibile che ci sia un dialogo con il regime cinese". Con queste parole Padre Giulio Albanese, direttore dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali e dell'Ufficio per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese del Vicariato di Roma, ha risposto alle domande sulle nomine di vescovi imposte dal Governo cinese. Oggi il Corso di Formazione missionaria nella Sala della Conciliazione di palazzo Lateranense ha messo a fuoco il tema della Cina.