AGI - Islamabad si prepara a ospitare domani il passaggio più delicato dopo la tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran. I colloqui che dovrebbero trasformare un cessate il fuoco fragile in un'intesa più stabile si terranno al Serena Hotel, blindato dalle autorità pachistane con strade chiuse, posti di blocco rafforzati e misure di sicurezza straordinarie.
Il Pakistan, che ha già avuto un ruolo decisivo nella mediazione, cerca ora di accreditarsi come perno diplomatico di una crisi che continua però a restare appesa a molti fattori esterni. A guidare la delegazione americana sarà il vicepresidente JD Vance, incaricato da Donald Trump di tentare una via d'uscita negoziale.
Il test diplomatico di JD Vance
Prima di partire, Vance ha avvertito Teheran di non provare a "giocare" con Washington, chiarendo che gli Stati Uniti sono pronti al dialogo solo in presenza di una trattativa "in buona fede". Secondo il New York Times, la missione rappresenta per Vance il suo test diplomatico più difficile e riflette il suo peso politico interno mentre negli Usa crescono le pressioni per chiudere un conflitto che ha già avuto pesanti conseguenze sul costo dell'energia, sull'inflazione e sul consenso.
I tre nodi del negoziato: Hormuz, nucleare e Libano
Il vero problema è che i dossier sul tavolo restano quasi tutti aperti e i punti di maggiore attrito sono tre: il futuro dello Stretto di Hormuz, dove l'Iran continua a esercitare un controllo di fatto sulla navigazione; il programma nucleare, con Teheran che insiste sul diritto all'arricchimento dell'uranio e Washington che continua a considerarlo una linea rossa; e infine il fronte libanese, diventato il principale elemento di destabilizzazione del negoziato.
La leva economica dello stretto di Hormuz
Proprio Hormuz è oggi la leva più forte nelle mani iraniane. Il passaggio, cruciale per una quota enorme del petrolio e del gas mondiale, non è stato realmente normalizzato nonostante la tregua. Reuters riferisce che la chiusura di fatto del corridoio marittimo ha già scosso l'economia globale e spinto in alto i prezzi dell'energia, mentre Teheran vorrebbe trasformare il controllo dello stretto in un elemento strutturale di qualsiasi accordo permanente. Più ancora del nucleare è la capacità di rallentare il commercio globale a dare a Teheran un peso che va oltre il piano militare. Sul nucleare la proposta iraniana include il mantenimento dell'arricchimento dell'uranio, mentre il piano americano punta alla rimozione delle scorte ad alto arricchimento, allo stop dell'arricchimento stesso e a limiti severi anche sul programma missilistico.
Le incognite del fronte libanese
Contrariamente a quanto potrebbero far pensare le parole di Trump il giorno della tregua, i colloqui di Islamabad non partono da una base comune, ma da due piattaforme che per ora si sovrappongono poco. A complicare tutto c'è poi il Libano. Per Washington e Israele, il cessate il fuoco con l'Iran non comprende la guerra contro Hezbollah mentre per Teheran la prosecuzione dei raid israeliani sul Paese dei cedri mette in discussione il senso stesso della tregua. Beirut sta cercando a sua volta una tregua temporanea per aprire un canale negoziale separato con Israele, ma se il fronte libanese continua a incendiarsi, il tavolo di Islamabad rischia di essere travolto da eventi che avvengono fuori dalla stanza dei colloqui.
Il ruolo centrale del Pakistan
Il Pakistan, intanto, prova a ritagliarsi un ruolo che fino a pochi mesi fa sembrava improbabile passando dai margini diplomatici a una posizione centrale, grazie ai contatti del premier Shehbaz Sharif e del capo dell'esercito Asim Munir con entrambe le parti. Ma la sua influenza ha un limite chiaro: può facilitare il dialogo, non imporre concessioni né garantire che gli accordi reggano se Stati Uniti e Iran torneranno a irrigidirsi o se Israele continuerà a colpire in Libano.
Detenuti americani e futuro del vertice
Sul tavolo potrebbe affacciarsi anche un altro dossier, più simbolico ma politicamente sensibile per Washington: la richiesta di liberazione degli americani detenuti in Iran. Il Washington Post ha riferito che l'amministrazione Trump intende sollevare il tema nei colloqui di questo fine settimana, anche se non è chiaro con quale forza lo farà nelle prime battute del negoziato. Sarebbe, per Teheran, un gesto relativamente a basso costo e ad alto valore politico, utile a mostrare disponibilità senza sciogliere subito i nodi più pesanti. Alla luce di tutte queste incognite, il vertice di domani potrebbe servire non tanto a chiudere la crisi, quanto a impedire che torni a divampare.