AGI - Israele fa un passo di lato: di fronte agli appelli arrivati da più parti, Donald Trump in primis, il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato colloqui diretti con il Libano nei prossimi giorni per mettere fine alla guerra contro Hezbollah. Senza un cessate il fuoco però, hanno chiarito gli israeliani, e sul terreno l'offensiva continua a essere durissima.
Beirut sud è stata sotto attacco più volte e la popolazione è dovuta sfollare. Con rischi chiari per la fragilissima tregua e per i negoziati tra Iran e Stati Uniti che il Pakistan ha convocato nel fine settimana.
Le divergenze sull'intesa tra Trump e Teheran
Il nodo resta cosa c'è e cosa non c'è nell'intesa che ha portato Trump ad annunciare una tregua di due settimane. Per Israele, il fronte libanese non era compreso. Per Teheran era il primo dei dieci punti. "I negoziati non hanno senso dopo le violazioni della tregua", ha avvertito nel pomeriggio il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che dovrebbe guidare la delegazione a Islamabad nel fine settimana. "Il Libano e l'intero Asse della Resistenza, in quanto alleati dell'Iran, costituiscono una parte integrante del cessate il fuoco (Punto 1 della proposta in 10 punti)", ha assicurato. E sul più importante degli altri nove, Teheran ha chiarito che aprirà lo stretto di Hormuz a non più di 15 navi al giorno. Duro anche il presidente Massoud Pezeshkian. "Il nostro dito resta sul grilletto. L'Iran non abbandonerà mai le sorelle e i fratelli libanesi", ha assicurato.
La commemorazione di Khamenei e il pressing americano
La pausa nei bombardamenti ha consentito agli iraniani di commemorare l'ayatollah Alì Khamenei, nel 40esimo giorno dalla sua morte. Migliaia di persone sono scese in piazza a Isfahan e un murales che ricorda la guida suprema, uccisa nel primo giorno di guerra, è stato inaugurato nella piazza Vali Asr di Teheran. Secondo la Nbc, il presidente americano Trump ha sollevato ieri il telefono per chiamare Netanyahu e chiedergli moderazione, così da dare una possibilità alle trattative. Lo stesso ha fatto l'inviato speciale Steve Witkoff. Nelle stesse ore il vicepresidente J.D. Vance ha assicurato che Israele aveva "offerto di controllarsi un po' in Libano". Le chiamate sembravano non aver sortito effetto. Per il solitamente ben informato Axios, anche perché nessuno nell'amministrazione americana avrebbe veramente sotto controllo il dossier Libano.
La svolta di Netanyahu e i futuri incontri a Washington
"Continueremo a colpire Hezbollah con forza, precisione e determinazione", ha scritto Netanyahu su X a metà giornata. Poi la svolta e la decisione di accogliere la richiesta di Beirut. Il primo incontro si dovrebbe tenere la settimana prossima al dipartimento di Stato, a Washington, a livello di ambasciatori: l'americano Michel Issa, l'israeliano Yechiel Leiter e il libanese Nada Hamadeh-Moawad. Ma nel frattempo, niente stop alle armi, nonostante ripetute richieste anche da altri alleati di ferro.
Le reazioni internazionali e il ruolo dell'Europa
Come la Germania. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha allertato sul pericolo che gli attacchi facciano fallire il già difficile dialogo e ha annunciato di aver ripreso il dialogo con Teheran. Poi l'Italia che con il ministro Antonio Tajani ha chiesto a Israele di non trasformare il Libano "in un'altra Gaza". La Russia, in una telefonata tra i ministri degli Esteri Serghei Lavrov e Abbas Araghchi, ha insistito che la tregua valga anche per il Libano. Così come hanno fatto Turchia ed Egitto. Durissima la Francia che ha rimesso sul piatto la mai risolta questione dell'accordo di associazione tra Unione europea e Israele. "Vista la gravità" dei raid israeliani in Libano "e anche vista la situazione in Cisgiordania, non possiamo escludere che, oltre alle sanzioni nazionali, si riapra il dibattito sulla sospensione dell'accordo", ha dichiarato un portavoce del Quai d'Orsay.
I colloqui di pace in Pakistan e le stime economiche globali
Dal canto suo il Pakistan si prepara a ospitare la delegazione americana guidata da Vance e quella iraniana con Ghalibaf. Alla vigilia, il premier Shehbaz Sharif ha espresso apprezzamento per "la moderazione esercitata dalle parti". E ha sentito Merz, il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron, oltre che diversi attori regionali. Il Pakistan ha assicurato, "è impegnato in sforzi sinceri per la pace nella regione ed è in questo spirito che si stanno svolgendo i colloqui di pace tra l'Iran e gli Stati Uniti". Un fallimento avrebbe ripercussioni pesantissime, non solo nella regione. Il Fondo monetario internazionale stima che già oggi la guerra abbia messo 45 milioni di persone a rischio sicurezza alimentare, con il forte aumento dei prezzi dell'energia e le interruzioni delle forniture di petrolio, gas e fertilizzanti.
Khamenei, non rinunciamo a diritti. Fronte con Libano
L'Iran non intende rinunciare ai propri diritti nei negoziati con gli Stati Uniti. Ad assicurarlo è stato l'ayatollah Mojtaba Khameni, in un messaggio per il 40esimo giorno dall'uccisione del padre, Ali' Khamenei.
"Non abbiamo cercato e non cerchiamo una guerra, ma in nessun modo rinunceremo ai nostri diritti legittimi", ha detto.
In questo senso, "consideriamo tutto il fronte della resistenza in modo unitario", ha aggiunto in riferimento al Libano.
Khamenei, vogliamo risarcimenti e nuova gestione Hormuz
L'Iran pretende risarcimenti per la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele, e una nuova modalità di gestire lo stretto di Hormuz. A chiarirlo è stato l'ayatollah Mojtaba Khamenei, in un messaggio per il 40esimo giorno dall'uccisione del padre, Ali' Khamenei.
"Sicuramente pretenderemo il risarcimento per ciascuno dei danni subiti e il risarcimento per il sangue dei martiri e il compenso per le ferite dei veterani di questa guerra", ha scritto.
"E sicuramente porteremo la gestione dello Stretto di Hormuz a una nuova fase", ha spiegato.