AGI - Cresce la pressione internazionale per la riapertura dello stretto di Hormuz, mentre si moltiplicano le iniziative diplomatiche e aumentano le tensioni su possibili misure militari, con l'Italia che insiste su una soluzione sotto egida ONU e sostiene l'apertura di un corridoio umanitario per i fertilizzanti. L'Iran prepara un nuovo regime di navigazione, che prevede un pedaggio simile a quello del Canale di Suez. La Russia rivendica che per le sue navi "lo stretto è aperto".
Il Regno Unito ha convocato in videoconferenza la coalizione per Hormuz. All'appello hanno risposto 40 Paesi che hanno chiesto la riapertura "immediata e incondizionata" della via di navigazione, minacciando nuove sanzioni contro il regime degli Ayatollah. "L'Iran tenta di prendere in ostaggio l'economia globale nello stretto di Hormuz. Non deve prevalere", ha affermato la ministra degli Esteri britannica, Yvette Cooper, sottolineando che i partecipanti hanno invocato "il rispetto della libertà di navigazione e del diritto del mare".
Misure economiche e impatto globale
I Paesi coinvolti hanno inoltre concordato di "esplorare misure economiche e politiche coordinate, come sanzioni", per aumentare la pressione su Teheran qualora il blocco dovesse proseguire. La chiusura dello stretto - attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, oltre a gas naturale liquefatto e fertilizzanti - è stata definita da Londra una "minaccia diretta per la prosperità globale", avendo già provocato un forte aumento dei prezzi energetici.
Ipotesi di intervento militare
Nonostante la linea dura sul piano economico e diplomatico, non è stata presa in considerazione, allo stato attuale, un'operazione militare per riaprire il passaggio. Diversi Paesi, tra cui la Francia, hanno ribadito che eventuali missioni di sicurezza potranno essere valutate solo dopo la fine della fase più intensa dei bombardamenti. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito "irrealistica" un'operazione militare per "liberare" lo stretto, mentre il presidente americano Donald Trump ha invitato i Paesi importatori di petrolio ad agire direttamente per garantirne la sicurezza, arrivando a legare un cessate il fuoco alla riapertura completa del passaggio. E oggi ha esortato l'Iran a "fare un accordo prima che sia troppo tardi".
Traffico marittimo e ruolo dell'Italia
Il traffico marittimo resta fortemente compromesso: dall'inizio di marzo solo 225 navi commerciali hanno attraversato lo stretto, con un calo di circa il 93% rispetto ai livelli normali. Nel quadro della stessa iniziativa, l'Italia - rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani - ha ribadito la necessità di una de-escalation immediata e del ritorno al dialogo diplomatico. Il capo della Farnesina - collegato da Palazzo Chigi - ha indicato la disponibilità a partecipare a iniziative multilaterali per garantire il passaggio sicuro delle navi, a condizione di un chiaro mandato delle Nazioni Unite. In questo contesto, ha sostenuto la creazione di un "corridoio umanitario", in particolare per il trasporto di fertilizzanti e beni essenziali, al fine di evitare una nuova crisi alimentare, soprattutto nei Paesi africani.
Il nuovo regime di navigazione iraniano
Sul fronte iraniano, Teheran sta lavorando a un nuovo regime di navigazione. Il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha annunciato che è in fase finale un protocollo che prevede autorizzazioni preventive per le navi in transito da parte di Iran e Oman, con l'obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza dello stretto. Parallelamente, il Parlamento iraniano ha approvato un progetto di legge che introduce pedaggi per il transito - potenzialmente fino a due milioni di dollari per nave - e vieta il passaggio di imbarcazioni statunitensi e israeliane, misure che potrebbero generare entrate annue per 100 miliardi di dollari, superiori a quelle derivanti dalle esportazioni petrolifere stimate in 80 miliardi.
Dibattito all'ONU sull'uso della forza
Intanto, al Consiglio di sicurezza dell'ONU, i Paesi del Golfo hanno chiesto un via libera all'uso della forza per garantire la libertà di navigazione, proposta sostenuta dagli Stati Uniti ma contestata da Russia, Cina e Francia, che temono un'escalation e insistono su una soluzione politica.