AGI - La storia la racconta come la mossa disperata dei regimi in agonia, ma l'attualità la mostra come un tentativo di radicalizzare i più giovani contro il nemico più pericoloso: quello interno. L'impiego di ragazzini da parte dell'apparato di sicurezza iraniano non è più solo un'accusa delle organizzazioni per i diritti umani o il racconto di testimoni anonimi.
Nelle ultime settimane diverse fonti hanno descritto una campagna dei Guardiani della Rivoluzione e della milizia Basij per reclutare "volontari" dai 12 anni in su da impiegare in pattugliamenti, posti di blocco e compiti di supporto nelle città, soprattutto a Teheran.
Ragazzini soldati arruolati dai Pasdaran
Human Rights Watch ha parlato apertamente di una "grave violazione dei diritti dei minori" e di crimine di guerra quando i bambini coinvolti hanno meno di 15 anni, mentre Reuters ha riferito che i Basij e gli apparati più duri del regime stanno usando anche minori nei checkpoint urbani nel quadro della stretta interna imposta durante la guerra. A dare un volto a questa deriva è il caso di Alireza Jafari, 11 anni, morto nel raid di un drone israeliano l'11 marzo mentre si trovava con il padre a un posto di controllo a Teheran. Testimoni hanno raccontato a Bbc e Afp di avere visto adolescenti, in alcuni casi armati, fermare automobili, perquisire veicoli e controllare telefoni cellulari tanto nella capitale quanto in altre città come Karaj e Rasht. L'elemento più allarmante è che non si tratta di episodi isolati ma di una pratica che fonti vicine ai pasdaran hanno rivendicato come risposta alla necessità di presidiare il territorio in tempo di guerra e prevenire disordini interni. Sul piano del diritto internazionale il quadro è netto.
Il protocollo Onu
Il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati stabilisce che gli Stati debbano impedire la partecipazione diretta alle ostilità dei minori di 18 anni e vieta il reclutamento obbligatorio sotto quella soglia d'età.
Per questo Hrw sostiene che mettere dodicenni in funzioni di sicurezza e in aree potenzialmente bersaglio di attacchi li esponga a un rischio incompatibile con le norme internazionali. Il dato politico è forse ancora più rivelatore di quello giuridico: il regime sembra mostrare una doppia fragilità, militare e sociale. Da una parte c'è la necessità di liberare uomini adulti per altri compiti e dall'altra emerge la difficoltà a trovare consenso e manodopera tra la popolazione adulta. La specialista Holly Dagres ha letto il ricorso ai minori come segnale della "disperazione" della Repubblica islamica e Reuters l'ha inserita nel novero di azioni repressione preventive messa in campo da Teheran per scongiurare una nuova ondata di proteste.
Paralleli storici e la politicizzazione dell'infanzia
La politicizzazione dell'infanzia, l'educazione alla fedeltà assoluta al regime, la trasformazione di ragazzini in strumento di mobilitazione e, nei momenti estremi, in riserva paramilitare, richiamano la Hitlerjugend creata per educare i giovani ai principi nazisti e prepararli alla guerra, fino a impiegarli anche sul fronte interno e poi direttamente nello sforzo bellico. Allo stesso modo, l'Opera nazionale Balilla e poi la Gioventù italiana del Littorio inquadravano bambini e adolescenti in formazioni di tipo paramilitare con finalità di formazione politica, fisica e militare.
Il caso iraniano e il precedente della guerra Iran-Iraq
Ma il caso iraniano appare oggi soprattutto come una militarizzazione emergenziale e repressiva di minori dentro un sistema già esistente, quello dei Basij, più che come la costruzione ex novo di una sola organizzazione giovanile totalizzante sul modello europeo degli anni Trenta. C'è però un precedente che rende il quadro ancora più inquietante: l'Iran ha già conosciuto l'impiego dei minori in chiave bellica durante la guerra Iran-Iraq, quando ragazzi molto giovani furono mobilitati nei Basij e in alcuni casi mandati al fronte.