Rimane bloccato il prestito all’Ucraina: Orban e Fico dicono “no”
AGI - La mattina di lavori del Consiglio europeo si chiude con il prima nulla di fatto. I leader Ue non sono riusciti a convincere il premier ungherese Vicktor Orban a superare il veto sul prestito all’Ucraina. Nonostante la moral suasion del presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, che nei giorni passati aveva intrattenuto dei colloqui telefonici il leader sovranista per convincere il leader a tornare sui suoi passi.
A pesare sul “no” le elezioni in Ungheria che si terranno il prossimo 12 aprile e la retorica anti Ucraina è uno dei cavalli di battaglia del premier uscente e nelle ultime settimane si è aggiunta la questione dell’oleodotto Druzhba, che fortemente danneggiato dai bombardamenti ha interrotto la fornitura di petrolio verso Budapest. La richiesta è che sia l’Ucraina ad accollarsi i costi della riparazione. Sul punto, non è bastato neanche l'intervento della Commissione Ue a convincere Orban. Bruxelles ha inviato una squadra di ingegneri Ue pronti a raggiungere il sito per valutare le riparazioni. Oramai il messaggio anche elettorale di Orban è chiaro “No oil, no coin” riferendosi all’Ucraina e alla riparazione del oleodotto.
La novità in negativo di queste prime conclusioni è che il fronte anti ucraina all’interno della Ue si allarga e oggi le conclusioni si sono chiuse a 25. Orban ha trovato un alleato nel vicino premier slovacco Robert Fico che ha già annunciato che anche qualora Orban non dovesse vincere le elezioni, sarà lui a opporsi allo sblocco del prestito da 90 miliardi.
Per l’Ucraina si tratta di risorse vitali per sostenere i costi del conflitto nel 2026 e nel 2027. Il prestito è suddiviso in 60 miliardi per il sostegno militare (difesa) e 30 miliardi per l'assistenza macrofinanziaria e il bilancio statale. Finanziato tramite debito comune, mira a sostenere la resilienza del paese e richiede il proseguimento di riforme e lotta alla corruzione. Nelle conclusioni di questo primo punto, i 25 leader non hanno potuto fare altro che ribadire che il “futuro dell’Ucraina è nella Ue”. Una magra consolazione per chi continua a chiedere risorse per far fronte all’inverno e a una guerra che va avanti da quattro anni.