AGI - Quindici anni fa, il disastro alla centrale nucleare di Fukushima: fusione del nocciolo, evacuazione di 120 mila persone e chiusura delle centrali atomiche in Giappone, fino alla graduale riapertura decisa dal governo dopo la crisi energetica scatenata dalla guerra in Ucraina. Per Fukushima oggi la sfida è nello smantellare e smaltire i resti della centrale.
L'11 marzo 2011, il terremoto fu registrato alle 14,46 locali (6,46 italiane) in pieno oceano, a 130 chilometri a est della città di Sendai, 373 chilometri a nord-est di Tokyo. Magnitudo 9 sulla scala Richter, mai registrato prima e neanche negli anni successivi. Il sisma provocò uno tsunami in grado di generare onde superiori ai 10 metri, con punte di 40 metri, che si abbatterono sulle coste del Giappone.
Le conseguenze del terremoto
Il terremoto fece scattare la chiusura automatica del reattore, entrarono in funzione i generatori diesel per fornire l'elettricità al sistema di raffreddamento. Dopo circa 40 minuti dal sisma, la centrale fu investita dalle onde di maremoto generate dal terremoto. La barriera frangiflutti antitsunami aveva un'altezza di 5,7 metri; sommata alla quota del piano di base, questa forniva una protezione teorica contro onde fino a 6,5 metri sopra il livello del mare. Lo tsunami dell'11 marzo 2011 produsse onde con un'altezza stimata tra 13 e 14 metri, valutata attraverso l'analisi delle tracce lasciate dall'acqua sulle strutture della centrale. L'inondazione compromise il funzionamento dei generatori diesel di emergenza, essenziali per l'alimentazione dei sistemi di raffreddamento dei reattori 1, 2 e 3, e danneggiò anche la linea elettrica ad alta tensione che forniva energia ai reattori 5 e 6. Ne conseguì un blackout totale, che determinò l'arresto dei sistemi di raffreddamento nei primi tre reattori.
Fusione del nocciolo ed esplosioni
L'interruzione prolungata della rimozione del calore di decadimento causò, nelle ore successive, la perdita del controllo sui reattori 1, 2 e 3, che erano in esercizio al momento del sisma. In tutti e tre i casi si verificò una fusione completa del nocciolo (meltdown nucleare), seppure con tempistiche differenti, tra il 12 e il 15 marzo. Nei giorni successivi si verificarono quattro esplosioni distinte, provocate dall'accumulo di idrogeno, alcune delle quali danneggiarono in modo significativo le strutture superiori degli edifici reattore.
Evacuazione e contaminazione
A seguito del rilascio di materiale radioattivo in atmosfera e della conseguente contaminazione del suolo nelle aree circostanti, le autorità disposero l'evacuazione della popolazione residente entro un raggio di 20 chilometri dall'impianto. L'incidente non comportò un incendio con dispersione massiccia di radionuclidi in atmosfera, ma determinò un rilascio significativo di sostanze radioattive nell'oceano Pacifico. Almeno 164.000 residenti delle aree circostanti furono evacuati, temporaneamente o in modo permanente, sia su base volontaria sia per ordine delle autorità. L'evacuazione provocò almeno 51 decessi diretti, mentre ulteriori vittime sono state associate a stress psicologico o al timore dell'esposizione radiologica. Al 1 febbraio 2025, oltre 24.000 persone risultavano ancora impossibilitate a rientrare nelle proprie abitazioni nell'area di Fukushima, di cui 19.673 evacuate al di fuori della prefettura e 4.966 all'interno della stessa.
Le sfide attuali: acque reflue e detriti
Nel 2023, il Giappone ha iniziato a scaricare nell'Oceano Pacifico una quantità di acque reflue trattate pari a quella delle 540 piscine olimpioniche, un'iniziativa approvata dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea). Circa 880 tonnellate di materiale pericoloso si trovano ancora all'interno del sito. La rimozione dei detriti è considerata la sfida più ardua in un progetto di smantellamento decennale a causa dei livelli di radiazioni pericolosamente elevati.