AGI - "Make Iran Great Again", in eco allo slogan trumpiano, campeggia con orgoglio sulla T-shirt di un uomo della diaspora iraniana che sabato danza di gioia in una strada di Los Angeles, dopo l'annuncio di Donald Trump della morte della Guida suprema Ali Khamenei. Bandiere che sventolano, musica, molte persone al telefono: nella metropoli californiana che ospita la più grande diaspora iraniana al mondo, diverse decine di persone celebrano quello che potrebbe diventare un evento storico. Una donna bacia un ritratto del presidente statunitense con la scritta "Grazie Presidente Trump". Un altro uomo mostra una foto dell'ayatollah Khamenei sbarrata dalla parola "eliminato" in grandi lettere rosse. Roozbeh Farahanipour, proprietario di un ristorante nel quartiere di Westwood, soprannominato "Tehrangeles" o "Little Persia" e pieno di drogherie mediorientali, mercanti di tappeti e librerie con libri in farsi, è combattuto. "Nessuno ama la guerra, ma dopo il massacro di migliaia di persone il mese scorso, la Repubblica islamica ha creato da sola una situazione in cui metà del popolo iraniano supplica Paesi stranieri di attaccare e bombardare le proprie città", dice all'AFP. "Spero che questi raid aiutino il popolo a far cadere il regime e che questa guerra sia breve, che non si trasformi in un conflitto senza fine", aggiunge il ristoratore. Il cinquantenne, fuggito dall'Iran nel 2000 dopo aver partecipato a un movimento di protesta studentesco, teme il dopo, scottato dai precedenti conflitti nella regione, in Iraq e Afghanistan, in cui erano coinvolti gli Stati Uniti. "Ho visto immagini di persone che ballavano nelle strade di Teheran e di altre città. Mi ha ricordato i primi giorni della guerra in Iraq", osserva. "All'epoca anche il popolo iracheno ballava per strada. Spero che questa volta lo scenario sia diverso. Abbiamo visto come è finita allora".
Nell'area di Los Angeles vivono circa 200.000 iraniano-americani, il che rende la metropoli californiana il principale polo della diaspora nel mondo. Ad Atlanta, nel sud-est degli Stati Uniti, altri membri della diaspora si sono riuniti alla notizia dei raid americani e israeliani. "Non la chiamiamo una guerra. La chiamiamo un'operazione di salvataggio dell'Iran. È quello che pensa il popolo iraniano, è quello che pensa la diaspora: la vediamo come un'operazione per liberare 90 milioni di persone in Iran", insiste l'artista Sherry Yadegari, 42 anni. "Mi sono svegliata molto presto stamattina (sabato) con centinaia di messaggi, tra cui messaggi della mia famiglia in Iran, che dicevano che era iniziato, che era adesso", racconta Nyloufar Warner. "Sono scoppiata subito in lacrime, per l'emozione. Non avrei mai pensato di vedere questa libertà nel corso della mia vita", dice la donna, 43 anni. "Sono corsa da mio marito, l'ho svegliato, piangevo così tanto, perché ho due figli che sogno di portare nel mio Paese natale". "È stata una mattinata molto intensa", aggiunge. "Ero convinta che Trump avrebbe mantenuto la parola, ma non pensavo che avrei rivisto un giorno tutta la mia famiglia nel mio Paese natale, che avrebbero conquistato questa libertà che meritano tanto".
Celebrazioni e prospettive future
Decine di persone si sono radunate anche davanti alla Casa Bianca, a Washington, per celebrare la morte della Guida suprema iraniana. Arash, giovane americano di origine iraniana, ha detto a Efe di essere a Lafayette Square "per ringraziare Trump per le operazioni di salvataggio degli iraniani". "Da sette settimane protestiamo per dare voce agli iraniani, soprattutto a quelli che non possono più gridare perché sono stati uccisi", ha aggiunto, dicendo che vorrebbe visitare l'Iran quando ci sarà la democrazia. Melody, 35 anni, nata negli Stati Uniti, ha raccontato che la sua famiglia è fuggita dopo la rivoluzione del 1979: "Non è una storia unica. Ce ne sono tanti come noi". "Celebriamo una vittoria: la morte del leader supremo che ha oppresso il popolo iraniano", ha detto, parlando di "47 anni di repressione". Tra i cori: "Grazie Trump, grazie Bibi", in riferimento al premier israeliano Benjamin Netanyahu. L'ayatollah era guida suprema dal 1989, massima autorità politica e religiosa del Paese. A poca distanza, altri manifestanti hanno protestato contro qualsiasi intervento statunitense in Medio Oriente. Iniziative simili sono state annunciate anche a Boston, Chicago, Denver, Las Vegas, Los Angeles, Miami e New York. Washington ospita una delle principali comunità iraniane della diaspora. Tra le figure citate, Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià deposto nel 1979, residente negli Usa e considerato da alcuni un possibile leader di una transizione democratica in Iran.