AGI - Nell'Istituto per la Pace a Washington, ribattezzato con il suo nome, il Presidente americano Donald Trump ha tenuto a battesimo la sua 'creatura', il 'Board of Peace', l'organismo concepito come strumento per dare un futuro a Gaza ma che nelle aspirazioni del suo ideatore dovrebbe intervenire per sanare i conflitti ovunque nel mondo.
Riuniti in sala c'erano i delegati di una quarantina di Paesi, tra membri del Board e osservatori, compresa l'Italia rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Insieme ai Paesi del Golfo, in primis Arabia Saudita, Emirati, Bahrein e Qatar, e ai protagonisti regionali Egitto, Giordania e Turchia, c'erano anche Cipro che detiene la presidenza di turno dell'Ue, la Germania, l'Ungheria con Viktor Orban, l'Argentina di Javier Milei, l'Azerbaigian di Ilham Aliyev, il Pakistan e l'Indonesia. Presenti anche la commissaria Ue per il Mediterraneo, Dubravka Suica, e il presidente della Fifa, Gianni Infantino.
Esserci "non è un capriccio italiano", ha chiarito Tajani. "Partecipiamo come osservatori e mi pare che oggi siano emerse una serie di proposte concrete", ha sottolineato il titolare della Farnesina, rispondendo alle polemiche delle opposizioni. "Non è certamente un 'board of business'" ma "l'unica reale proposta che c'è sul tavolo per costruire la pace in Medio Oriente". Quanto all'Italia, "non siamo né isolati né scodinzoliamo attorno a nessuno - ha proseguito il capo della diplomazia - quando la maggioranza dei Paesi europei partecipa alla riunione di oggi vuol dire che avevamo ragione noi, saremmo stati isolati se non ci fossimo stati".
La posizione dell'Italia
L'Italia sta "pensando a un piano finanziario autonomo" per Gaza, "indipendente dal Board of Peace", si è detta disposta a impegnarsi nella "formazione in Giordania della polizia palestinese per Gaza" ma "al momento non valuta altre ipotesi di presenza militare", ha aggiunto Tajani, interpellato su una possibile partecipazione alla Forza di stabilizzazione per Gaza. La prima riunione si è conclusa con la firma di una risoluzione, accompagnata da promesse di fondi e uomini. Il capo della Casa Bianca ha annunciato un contributo Usa di 10 miliardi di dollari che si andrà ad aggiungere ai 7 miliardi promessi da nove Paesi, tra cui Kazakistan, Azerbaigian, Emirati, Marocco, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan e Kuwait.
"Ogni dollaro speso" per la ricostruzione "è un investimento nella stabilità e nella speranza di una nuova e armoniosa (regione)", ha sottolineato Trump, senza dare ulteriori indicazioni. Quanto alla Forza internazionale di stabilizzazione (ISF), l'Indonesia ha ribadito la sua disponibilità a inviare fino a 8mila soldati da dispiegare sul campo. Giacarta, rappresentata dal presidente Prabowo Subianto, esprimerà il vice comandante delle truppe. Insieme a lei, anche Marocco, Albania, Kazakistan e Kosovo hanno indicato l'intenzione di inviare contingenti. Per adesso l'ISF, approvata dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU, esiste solo sulla carta. Ha una stanza dedicata al centro di coordinamento civile-militare a Kiryat Gat, ma anche quella è vuota. Non se ne conoscono compiti né regole di ingaggio. Non è chiaro cioè chi si prenderà la responsabilità di agire, manu militari, contro Hamas per disarmarlo e distruggere le infrastrutture terroristiche.
Il discorso di Trump e i risultati annunciati
"Ci sono i più grandi leader mondiali" nella stanza, ha sottolineato Trump in un discorso di oltre un'ora, in cui ha passato in rassegna i presenti, vizi e virtù. "Quasi tutti sono stati accettati, e quelli che non lo sono stati, lo saranno", ha assicurato, anche se "alcuni stanno facendo un po' i furbi", ma con lui "non funziona" e alla fine "si uniranno". Paesi europei compresi, ha chiosato. Il capo della Casa Bianca ha poi offerto un accurato riepilogo dei suoi successi in campo internazionale, presentando infine il Board of Peace, l'istituzione "più prestigiosa e potente", il cui obiettivo è "una parola facile da dire ma difficile da realizzare, la pace". "Ma lo faremo", ha affermato, guardando già ai risultati ottenuti: "La guerra a Gaza è finita, ci sono piccole vampate, piccole". "Il cessate il fuoco è stato mantenuto e tutti gli ostaggi rimasti, vivi e morti, sono stati riportati a casa". Quanto ad Hamas, il Presidente americano ha avvertito che il gruppo militante palestinese verrà "trattato duramente" se non consegnerà le armi come promesso. "Aiuteremo Gaza, risolveremo la situazione, faremo in modo che abbia successo", ha ribadito al termine della riunione, mostrando il documento firmato con gli impegni, sulle note della canzone 'Ymca' mentre la riunione si era aperta con 'Gloria'. "Renderemo la situazione pacifica e faremo cose simili in altri posti", ha sottolineato.
Il ruolo dell'ONU e la situazione a Gaza
Quanto all'ONU, pomo della discordia con gli alleati europei vista l'ambizione manifesta di Trump di costruire un meccanismo alternativo al Palazzo di Vetro per risolvere le controversie internazionali, con se stesso alla guida, il Presidente ha tentato di rassicurare: Le Nazioni Unite hanno "un potenziale enorme" ma al contempo hanno "bisogno di aiuto". "Il Board of Peace avrà il compito di vigilare e di assicurarsi che funzionino correttamente", ha notato. E su questo si è fatto sentire anche Tajani, rimarcando che "non c'è stato nessun attacco alle Nazioni Unite". "Anzi, direi che sia dalle parole di Trump sia di Rubio c'è la voglia di applicare la risoluzione dell'ONU sulla pace in Palestina quindi si va nella giusta direzione", ha sottolineato il titolare della Farnesina. E mentre a Washington i 'grandi' si riunivano, nella regione mediorientale la situazione resta bloccata. Le condizioni umanitarie nella Striscia sono critiche, nonostante ci sia stato negli ultimi mesi un miglioramento nell'ingresso di aiuti, limitati nella quantità ma anche nella qualità, con molti beni ancora al bando. Le forze armate israeliane continuano a bombardare, sebbene in maniera sporadica e non più su vasta scala, e i soldati sparano a chiunque si avvicini alla Linea Gialla o tenti di superarla: 600 palestinesi sono stati uccisi dall'inizio del cessate il fuoco. Gaza è ridotta a un cumulo di macerie e per i suoi abitanti la lotta per la sopravvivenza prosegue. Impasse anche sul versante politico: i negoziati tra Israele e Hamas si sono arenati, con accuse reciproche, e non si intravede soluzione all'orizzonte sui nodi del disarmo del gruppo militante palestinese e del ritiro dell'IDF dalla Striscia. Il comitato tecnocratico palestinese che dovrebbe gestire gli affari quotidiani dell'enclave, è bloccato al Cairo e il suo futuro è incerto, dal momento che non è chiaro il suo mandato né le risorse a disposizione.
La posizione di Netanyahu e l'Iran
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha dovuto, obtorto collo, firmare l'adesione al Board of Peace ma non perde occasione per ribadire la linea rossa del disarmo di Hamas, minacciando un imminente ritorno alla guerra. Intanto a Washington ha inviato il ministro degli Esteri, il fedele Gideon Sa'ar. In un anno elettorale, deve tenere a bada gli alleati di estrema destra che scalpitano per ricolonizzare la Striscia - e sanare il 'trauma' del disimpegno del 2005 a opera di Ariel Sharon - mentre conquistano, letteralmente, terreno in Cisgiordania a colpi di decreti che equivalgono a un'annessione di fatto. Il focus, per Netanyahu, resta l'Iran, il nemico storico. Combattere la Repubblica islamica gli assicura i favori di una fetta più ampia di elettorato e su questo è impegnato, soprattutto alla luce dei negoziati indiretti in corso tra Teheran e Washington, da lui visti come una minaccia. Su questo, lo ha rassicurato da Washington Trump che ha avvertito Teheran: "Dobbiamo fare un accordo significativo o accadranno brutte cose". Senza un'intesa, gli Usa "potrebbero dover fare un ulteriore passo avanti", ha aggiunto, indicando che l'esito dei negoziati si scoprirà "probabilmente nei prossimi 10-15 giorni".