AGI - "Sono Mélanie, vittima della tragedia del primo gennaio a Crans-Montana. Sono una donna di cui a volte si parla senza menzionare il suo nome. La donna che si è lanciata dalla ringhiera, non per coraggio, ma perché in quel momento il fuoco era più forte della sua paura".
Dietro la cronaca della tragedia di Crans-Montana c’è una voce che chiede di essere ascoltata. È quella di Mélanie, cittadina francese residente in Vallese, sopravvissuta a una notte che ha segnato per sempre il suo corpo e la sua vita. A parlare è lei stessa, attraverso una lunga lettera aperta pubblicata su Facebook, in cui decide di raccontare cosa significa sopravvivere alle fiamme.
Oggi Mélanie è ancora ricoverata in ospedale, a causa delle gravi ustioni riportate. Ma la ferita più profonda non è solo fisica: è il peso di un’esistenza che non tornerà più quella di prima.
“Restare avrebbe significato morire”: il salto per salvarsi la vita
"Restare avrebbe significato morire" scrive. "Ho saltato per salvarmi la vita. Da quel giorno, non vivo più. Sopravvivo. Il mio corpo è ustionato per quasi il 40%. Il mio corpo è diventato un campo di battaglia. Ogni medicazione, ogni due giorni, è una prova. Ogni cura ravviva il dolore. Il dolore non scompare mai veramente. Si insedia. Ti consuma. Ti invade".
Parole che raccontano l’esperienza quotidiana di chi vive con ustioni gravi, tra medicazioni dolorose e un dolore che non concede tregua. Un dolore che non passa, ma si accumula, si radica, diventa parte della vita.
Le conseguenze invisibili: il volto, l’identità, la distanza dalla figlia
"Ma oltre al corpo c'è qualcos'altro" prosegue Mélanie. "Il mio viso non sarà più lo stesso. Quello che riconoscevo allo specchio non esiste più. Quello che nemmeno mia figlia conosceva. È una perdita intima, silenziosa, impossibile da spiegare a chi non la vive".
Non sono solo le cicatrici a segnare il cambiamento, ma la perdita dell’identità, del riconoscersi. Dopo le prime cure ricevute a Zurigo, Mélanie è stata trasferita a Nantes, dove oggi affronta gran parte delle terapie.
"Lontano da casa mia. Lontano dalla mia vita. E soprattutto lontano da mia figlia, che non posso abbracciare quando il dolore diventa insopportabile". Una distanza che pesa quanto le ferite, perché il dolore fisico si somma a quello emotivo.
“Non sto guarendo, mi sto trasformando”
"Bisogna capire una cosa" ribadisce Mélanie. Non parla di guarigione, ma di trasformazione forzata. "Mi sto trasformando mio malgrado. Il mio corpo non tornerà mai più come prima. Il mio viso non tornerà mai più come prima. La mia pelle porterà per sempre il ricordo di quella notte. E anche la mia mente".
Mentre affronta interventi complessi e un percorso di ricostruzione lungo e doloroso, il mondo attorno continua come se nulla fosse. "Mentre subisco interventi pesanti, mentre imparo di nuovo a convivere con un corpo profondamente danneggiato, altri continuano a vivere normalmente. Senza ustioni. Senza cicatrici. Senza notti tormentate".
La domanda sulla giustizia e il peso delle responsabilità
Ed è qui che la testimonianza diventa una denuncia. "Dov'è la giustizia quando la vittima porta per tutta la vita i segni visibili e invisibili, e le responsabilità rimangono vaghe, silenziose, diluite? Dov'è la giustizia quando si parla di un dramma, ma si distoglie lo sguardo dalle sue conseguenze umane? Dov'è la giustizia quando si chiede a una donna ustionata di ricostruirsi la vita mentre il mondo continua come se nulla fosse?"
Domande che chiamano in causa non solo la tragedia, ma il modo in cui viene raccontata e poi dimenticata.
“Scrivo perché il silenzio è una seconda bruciatura”
"Non scrivo per vendetta. Scrivo perché il silenzio è una seconda bruciatura. Perché dimenticare è insopportabile quando si vive con cicatrici permanenti. Perché sopravvivere non dovrebbe mai significare tacere".
Mélanie scrive per dare un volto umano alla cronaca. "Scrivo affinché si capisca che dietro ogni fatto di cronaca ci sono corpi mutilati, identità sconvolte, madri separate dai propri figli. Scrivo affinché finalmente si senta la voce di coloro che pagano il prezzo più alto".
“Sono Mélanie. Sono viva”
"Sono Mélanie" conclude. "Sono viva. Ma ora vivo in un corpo e con un volto che non saranno mai più gli stessi. E finché questa realtà non sarà pienamente riconosciuta, il mio dolore non sarà solo fisico. Rimarrà profondamente umano".