Roma, 19 lug. - Per gentile concessione dell'editore Informant, pubblichiamo un estratto del libro di Beniamino Natale, "Cina, la grande illusione. Investimenti, riforme e altri miraggi", foto di Alessandro Digaetano. L'ebook sarà disponibile in tutti gli store a partire da lunedì 25 luglio.
Di Beniamino Natale
La famigerata Foxconn, la «fabbrica dei suicidi» di Shenzhen, è taiwanese. Al centro dello scandalo della vernice tossica usata per i giocattoli della Mattel, che scoppia con fragore nel 2007, ci sono i contractors di Hong Kong, che hanno organizzato nel corso degli anni una catena di imprese familiari per sfornare i prodotti ad un costo bassissimo: uno di loro, Zhang Shuhong, fondatore della compagnia dal nome onomatopeico LeeDer, è stato forse l'unico a pagare per lo scandalo, impiccandosi per la vergogna.
Come nel caso di Hong Kong, non è Taiwan ad arricchirsi attraverso i rapporti con la Cina, ma una piccola minoranza di persone già ricche da prima. E come nel caso di Hong Kong, il ricatto della formuletta «o rapporti con la Cina o povertà» viene usato per tenere buoni i cittadini di Taiwan - dimenticando che l'una e l'altra hanno prosperato anche quando la Cina era chiusa al commercio internazionale. Pechino si spertica in dichiarazioni di amore eterno ai «compatrioti di Taiwan» ma nel 1995, quando l'allora presidente Lee Teng-hui viene invitato dalla sua alma mater, la Cornell University, negli USA, a tenere una lezione sulla democratizzazione di Taiwan, si infuria e spara 25-30 missili nelle acque territoriali dell isola. Il presidente americano Bill Clinton reagisce con una dimostrazione di forza, schierando nello stretto di Taiwan una minacciosa flotta che comprende due portaerei, la USS Nimiz e la USS Indipendence. I lanci di missili verranno ripetuti per due volte nel 1996, nel tentativo - fallito - di intimidire gli elettori e impedire la rielezione di Lee. Il messaggio lanciato da Jiang Zemin è chiaro: Pechino è pronta ad usare la forza per la «riunificazione» con l' isola.
La finzione di una Taiwan «interessata solo all' economia» e l' opportunistica dimenticanza della questione della sovranità non possono durare, e non durano: nel 2000 il leader dell'indipendentista DPP, Chen Shui-bian, viene eletto presidente di Taiwan. Chen, detto A-bian, ottiene un secondo mandato nelle elezioni del 2004. Lasciata la presidenza viene accusato di corruzione e condannato all'ergastolo, poi ridotto a 19 anni di prigione. I suoi sostenitori affermano che il processo è stato manovrato dal Guomindang in combutta con Pechino - per uno degli strani scherzi della storia i due partiti acerrimi nemici nel periodo '45-'49 adesso convergono su molti punti - al fine di punire l'ex-presidente per le sue posizioni indipendentiste. All inizio del 2015 Chen Shui-bian è stato rilasciato per ragioni di salute.
Nel 2008 viene eletto al suo posto il leader del Guomindang Ma Ying-jeou, che vara una serie di iniziative per il riavvicinamento con la Cina, sempre motivate con la necessità di rafforzare l' economia dell'isola. I rapporti tra le due sponde dello stretto ritornano sereni e tutto sembra andare per il meglio - per Pechino, perché nel frattempo Ma Ying-jeou e il Guomindang hanno visto una caduta a precipizio della loro popolarità - quando i giovani ribelli arrivano a rompere le uova nel paniere. Un fioraio lascia un mazzo di girasoli davanti al Parlamento occupato, fornendo al movimento studentesco il nome col quale passerà alla storia. La prima reazione del Guomindang è quella di far intervenire la polizia. In un secondo momento tenta il dialogo, che come nel caso di Hong Kong non produce risultati. L' occupazione del Legislative Yuan - che era iniziata il 18 marzo, termina il 10 aprile. Il CSSTA viene messo in soffitta, e non sarà più rispolverato.
Il 7 novembre del 2015, incontrandosi a sorpresa sul «terreno neutro» di Singapore, Ma Ying-jeou e Xi Jinping cercano di rilanciare le traballanti fortune del Guomindang e della riunificazione tra Taiwan e la Cina. Il numero uno cinese pronuncia un discorso drammatico: «essuna forza - dice - ci può separare, perché siamo fratelli, siamo ancora legati l'uno all'altro dalla nostra carne, anche se le nostre ossa sono spezzate, siamo una famiglia nella quale il sangue è più denso dell'acqua…».
I due leader si rivolgono l'uno all' altro con l'appellativo di «signore», perché se uno chiamasse l' altro «presidente» questo implicherebbe un riconoscimento della legittimità del suo governo. Terminato l'incontro, Ma e la sua delegazione tengono una normale conferenza stampa, mentre Xi Jinping si defila e manda ad affrontare i media un funzionario di medio livello, il capo dell'ufficio per gli affari di Taiwan Zhang Zhujun. ll vertice di Singapore è un colpo di teatro ben congegnato, al quale molti abboccano: i titoli sul «primo incontro da 66 anni» tra rappresentanti delle due sponde si sprecano e pochi si ricordano dei Girasoli. In realtà, l'apparizione del movimento ha cambiato per sempre le carte sulla tavola dei rapporti tra Taipei e Pechino. Nel 1945, dopo la resa del Giappone, riconoscere la sovranità di Pechino sull'isola aveva senso. Oggi la situazione è profondamente cambiata. Taiwan è un Paese indipendente da oltre 60 anni e da 120 - se si esclude la parentesi tra il 1945 e il 1949 - non fa parte della Cina. Al contrario della Repubblica Popolare, è governata da un sistema democratico. Una vasta parte dei cittadini - il 70% secondo un sondaggio effettuato alla fine del 2015 - non vede di buon occhio l'assorbimento del loro paese nella Cina. Le nuove generazioni non hanno nulla a che fare con la guerra delle ideologie della Guerra Fredda, con le ormai insignificanti polemiche tra «sinistra» filocinese e «destra» filoccidentale. Probabilmente, non vorrebbero entrare a far parte della Cina neanche se questa si fosse incamminata verso una democrazia compiuta. Hanno tutto il diritto di essere ascoltate e trattate con lo stesso rispetto col quale viene trattata la Cina. Continuare a ragionare come se fossimo nel 1945 - o nel 1894 - oggi non ha senso e non può portare vantaggi a nessuno.
SINOSSI CINA: LA GRANDE ILLUSIONE
E se ci fossimo sbagliati tutti? Da oltre 20 anni si è diffusa ovunque l'idea che la Cina sarà la nuova potenza del Ventunesimo Secolo, destinata a soppiantare gli Stati Uniti d'America e l'Occidente inaugurando nello scacchiere globale un approccio nuovo all'economia, alla politica e ai rapporti tra Stato e cittadini. Ma questa Cina agitata come spauracchio o esaltata come "cavaliere bianco" delle decadenti economie occidentali è solo una delle tante Cine possibili, forse neanche la più probabile: Beniamino Natale, corrispondente ANSA a Pechino per oltre 10 anni ed ex corrispondente da Nuova Delhi, ci conduce alla scoperta dell'Impero di Mezzo dell'era Xi Jinping, il leader salito al potere nel 2012 che in molti ormai chiamano "il nuovo Mao", provando a demolire ogni ipocrisia che circonda la nazione più popolosa del pianeta.
Tra dubbi sull'effettiva potenza economica del modello cinese e silenzi dell'Occidente affaristico sulle reali condizioni di oppositori, critici, minoranze e semplici cittadini, "Cina: La grande illusione" è un viaggio all'insegna dello scetticismo attraverso le strade della politica pechinese e le megalopoli industriali, i sentieri di Tibet e Xinjiang spesso impenetrabili ai giornalisti occidentali e le controversie della magnifica Hong Kong, fino alle acque del Mar Cinese Occidentale, dove soffiano venti di guerra. L'ebook è impreziosito dalle immagini del fotogiornalista Alessandro Digaetano, premio World Press Photo 2005 categoria Contemporary Issues che ha vissuto in Cina per oltre sei anni raccontando con i suoi scatti storie in ogni angolo del continente asiatico.
(Informant è una casa editrice digitale specializzata in reportage giornalistici e giornalismo narrativo in formato ebook e longform. Scopri tutti i nostri titoli sul sito www.inform-ant.com)
19 LUGLIO 2016
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