Alessandra Spalletta
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Roma, 08 apr. - E' morta per un ictus all'età di 87 anni Margaret Thatcher, che dal 1979 al 1990 fu la prima e finora unica donna a guidare il governo britannico. Nata Margaret Hilda Benson, figlia di un onesto ma umile droghiere di campagna, la baronessa Thatcher, dimostrò un'incrollabile determinazione scalando prima il bastione maschilista del partito Conservatore e poi guidando con il pugno di ferro il Regno Unito. Da subito con il suo piglio decisionista tentò di far dimenticare il suo essere donna: con un lungo e durissimo braccio di ferro interno, scontrandosi con il sindacato dei minatori di Arthur Scargill (1984-1985), e sul fronte esterno recuperando l'orgoglio nazionale della gloriosa 'Britannia', appannato, prima del suo arrivo a Downing Street, dalla tragica spedizione di Suez nel 1956, reagendo all'invasione delle Falkland ordinata dalla giunta militare argentina nel 1982. Il trionfo, a caro prezzo, della Falkland fu la spinta propulsiva su cui costruì il suo successo fino al tradimento interno e alla sua caduta nel 1990 per la fronda guidata da Michael Heseltine.
Anche la Cina ha dato la notizia della scomparsa della Signora di Ferro. La stampa ufficiale non è stata parca di dettagli biografici e la notizia ha tenuto banco, in serata, sul web cinese. Furono alcuni intellettuali cinesi, nei mesi scorsi, a invocare misure d'intervento 'thatcheriane' per cambiare il corso del modello cinese 'denghista', giunto per alcuni al capolinea. La filosofia di Margaret Thatcher è stata inserita in alcuni programmi di studio creati per i leader del futuro: è il caso della China Executive Leadership Academy di Shanghai, una delle migliori scuole del partito comunista.
Il rapporto di Margaret Thatcher con la Cina, però, non fu tutto rose e fiori.
Vediamo il perché.
All'indomani del trionfo delle Falkland, la Signora di Ferro volò in Cina. Era il 22 settembre 1982. Quel viaggio era destinato a gettare le basi della riconsegna di Hong Kong, all'epoca colonia britannica, alla Cina, passaggio che avvenne il 1 luglio 1997. Di quel viaggio sono memorabili le foto che la ritraggono con Deng Xiaoping, il presidente della Cina di allora. Margaret Thatcher visitava la Cina per la prima volta in qualità di primo ministro, ma vi era già stata nel 1977 come leader dell'opposizione.
Che il trionfo delle Falkland fosse ancora fresco, non è un dato secondario: i giornali del tempo furono inclini a spiegare la durezza con cui la Thatcher difese la posizione inglese - in quello che venne visto come l'ultimo tentativo di mantenere Hong Kong sotto influenza britannica prima di firmare due anni dopo l'accordo che avrebbe riconsegnato la colonia a Pechino - come la manifestazione di una sicurezza di recente consolidata con la sconfitta degli argentini. Alla personalità collerica del primo ministro, che non ne faceva di certo un esempio di acquiescenza, la stampa inglese aveva ormai fatto l'abitudine.
La collera della Signora di Ferro che cambiò i connotati di Downing Street, in Cina servì a ben poco: secondo l'interessante ricostruzione del giornale britannico The Independent di molti anni fa, Margaret Thatcher dovette scontrarsi con un interlocutore che aveva molta più assertività da vendere di quelli che saranno i suoi successori, Deng Xiaoping.
In sostanza: l'isola di Hong Kong era stata ceduta al Regno Unito nel 1842 con il trattato di Nanchino. In seguito Londra affermò la sovranità sull'intero territorio – Kowloon e i Nuovi Territori – con altri due trattati, quello di Pechino nel 1860 e la Convenzione del 1898. Mentre Hong Kong e Kowloon erano stati ceduti in forma permanente, il controllo degli inglesi sui nuovi territori aveva una data di scadenza: 1997. Di fatto, poiché quest'ultimi erano divenuti il fulcro dello sviluppo economico di Hong Kong, separarli dal resto dell'area sarebbe stato inopportuno. Il ritorno alla Cina del territorio doveva essere trattato in blocco.
Nel 1982 il primo ministro inglese andò quindi in Cina per aprire ufficialmente i negoziati bilaterali atti a delineare la cornice diplomatica, e i termini, del ritorno di Hong Kong a Pechino, che sarebbe avvenuta 15 anni dopo.
Quel 22 settembre, prima dell'incontro con il capo dello stato cinese nella Grande Sala del Popolo (programmato per il 24 settembre), le modalità della consegna non erano affatto chiare, e al summit di Pechino ciascuna delle due parti presentò la propria istanza. Forse pochi si aspettavano che dall'incontro sarebbe emersa subito una linea condivisa, ma nessuno immaginava che Margaret Thatcher avrebbe spiazzato Deng Xiaoping e che Deng Xiaoping avrebbe spiazzato Margaret Thatcher.
La Cina dava per scontato che nel 1997 Hong Kong sarebbe tornata a essere integralmente cinese. Il Regno Unito, invece, ammetteva che avrebbe ceduto la sovranità alla Cina ma pretendeva di mantenerne l'amministrazione: solo un'amministrazione britannica - era la posizione di Londra - avrebbe potuto garantire la stabilità dell'isola.
Una visione, questa, che faceva infuriare i leader cinesi.
Margaret Thatcher, come riporta la stampa inglese, non adottò un approccio conciliatorio: nella testa del primo ministro le Falkland non erano neanche lontanamente paragonabili alla situazione hongkonghese. Ciononostante, il ministro ritenne sconveniente apparire remissiva e avviare il passaggio di sovranità senza neanche una prova di forza. Nonostante un fortissimo raffreddore l'avesse debilitata, la Thatcher fu imperterrita nell'attuazione dei suoi piani.
Dall'aeroporto, la Thatcher fu trasferita al Diaoyutai State Guest House. Dopo un veloce cambio d'abito, fu ricevuta dal premier Zhao Ziyang (che fu epurato qualche anno dopo, nell'annus horribilis del massacro di Piazza Tian'anmen) presso la Grande Sala del Popolo. Fu nel corso di quest'incontro preliminare che emersero le prime differenze di vedute, che sarebbero apparse poi ben più nitidamente nel corso dell'incontro con Deng.
Zhao – senza citare in modo esplicito il tema della riconsegna di Hong Kong - fece un discorso involuto, e a un certo punto disse: "Nelle relazioni bilaterali, vi sono problemi ancora irrisolti che concernono la nostra storia e che occorre risolvere attraverso il dialogo".
"Non abbiamo ancora iniziato le discussioni su Hong Kong", risposte puntuta, sfacciata, Margaret Thatcher " Sarò lieta di affrontare insieme a lei questa importante materia, domani".
Tutti a letto.
Zhao era apparso involuto, in linea con la mentalità cinese che preferisce la comunicazione indiretta a quella diretta. Comunicare indirettamente però non significa chinare il capo, al contrario: il mattino dopo, fu Zhao a parlare per primo di Hong Kong, abbandonando quella che agli occhi dei cronisti occidentali, doveva essere apparsa come una iniziale timidezza. Ai microfoni dei giornalisti di Hong Kong fece una dichiarazione altisonante e del tutto inattesa: "La Cina riaffermerà sicuramente la sovranità su Hong Kong".
La sovranità cinese su Hong Kong non potrà erodere la stabilità e la ricchezza dell'isola, rassicurò poi Zhao: "Hong Kong non deve temere per il suo futuro".
Probabilmente Zhao scoprì le carte con cui la leadership cinese intendeva giocare la partita, prima che la sua omonima inglese incontrasse Deng Xiaoping, sia per rendere fin da subito chiara la posizione cinese, sia per mostrare come la Cina si sentisse libera di decidere le sorti dell'isola senza consultarsi prima con gli inglesi, e rivolgendosi direttamente all'opinione pubblica hongkonghese per ottenerne un appoggio incondizionato. Era, insomma, un messaggio subliminale alla popolazione dell'isola.
L'indomani, era un venerdì. Margaret Thatcher tornò alla grande Sala del popolo e si chiuse a colloquio con Deng Xiaoping per due ore.
Deng Xiaoping ribadì ciò che Zhao Ziyang aveva scandito alla stampa il giorno prima: " La Cina non potrà fare altro che riaffermare la sovranità sull'intera area di Hong Kong nel 1997. Il governo cinese, al momento della riconsegna, considererà la situazione particolare del territorio e adotterà politiche speciali per mantenere la prosperità dell'isola".
Non vi erano dubbi: la Cina voleva riprendersi tutto il territorio di Hong Kong, con o senza il consenso dei britannici.
Deng aveva lanciato un ultimatum. Margaret Thatcher non poteva respingerlo. Accettarlo sarebbe sembrata la scelta più logica.
Ma non per la Signora di Ferro, che non poteva sminuire il valore dei trattati che avevano sancito la sovranità inglese sull'isola per 99 anni: se al termine dei trattati, nel 1997, Hong Kong andava riconsegnata alla Cina, lei avrebbe presentato tanto agli occhi di Hong Kong quanto al parlamento inglese, l'accordo migliore che il governo inglese avrebbe potuto ottenere. In altre parole, sarebbe stato più dignitoso condurre una battaglia persa in partenza, anziché cedere preventivamente la sovranità dell'isola ai cinesi senza fare nulla per preservarla, con il rischio (infondato) che la ricchezza di Hong Kong venisse dilapidata.
E' probabile che per la Thatcher vi fosse anche un'altra questione: il primo ministro inglese non poteva prendere ordini da una potenza comunista. Era nota la scarsa simpatia che la Signora di Ferro nutriva per la Cina, che in occasione della visita precedente quando era leader dell'Opposizione, non aveva esitato a definire un luogo "spiacevole".
L'accoglienza cinese, d'altro canto, non era stata delle più calde: la sera del 22 settembre, la visita del primo ministro inglese fu la quarta notizia diffusa dall'emittente radiofonica di Pechino, dopo il Congresso del Pcc, un rapporto sulle reazioni dei minatori della provincia dello Henan al Congresso, e l'arrivo a Xian del leader nordocoreano, Kim Il-Sung.
Margaret Thatcher non si piegò alle richieste cinesi: solo la continuità dell'amministrazione britannica – il "British rule" – avrebbe potuto garantire a Hong Kong un futuro roseo, dopo il 1997 - rispose a Deng. Per la prima volta nella storia, concluse, i due paesi avrebbero dovuto intavolare discussioni a livello diplomatico.
Era la prima volta dal 1972, ossia dall'inizio delle relazioni diplomatiche tra il Regno Unito e la Repubblica Popolare cinese, che Londra respingeva freddamente le istanze di Pechino su Hong Kong. Alle orecchie dei cinesi le parole della Thatcher fecero riecheggiare il linguaggio adottato dagli imperialisti nel Diciannovesimo secolo, quando la Cina subì il Secolo dell'Umiliazione.
Deng Xiaoping non si lasciò intimorire dalla posizione inglese. Se avesse permesso agli inglesi di restare a Hong Kong dopo il 1997, scandì, avrebbe tradito il popolo cinese nello stesso modo in cui i 'traditori' della Dinasta Qing avevano ceduto il territorio cinese alla Gran Bretagna siglando trattati "illegali e invalidi". La Cina avrebbe perseguito il suo obiettivo. Se entro due anni, Cina e Gran Bretagna non fossero state in grado di produrre un accordo accettabile, Pechino avrebbe agito unilateralmente, e si sarebbe ripresa Hong Kong. Con o senza il loro permesso.
Punto e a capo.
Dall'incontro, emerse un comunicato ufficiale redatto dall'ambasciatore britannico Cradock e dal vice ministro degli Esteri cinesi Zhang. Il comunicato limava i toni duri con i quali i due pesi massimi del governo inglese e cinese - secondo il giornale inglese - si erano fronteggiati, e dell'incontro restava formalmente solo la volontà delle parti di avviare una discussione diplomatica con il fine di siglare un accordo, entro due anni, che sancisse il ritorno della colonia alla Cina. Un comunicato, quindi, che rifletteva di fatto le istanze dei cinesi.
Nel comunicato diffuso dalla Xinhua, apparve in coda un'aggiunta che – secondo fonti inglesi – non era presente nel testo concordato, che diceva: "La posizione del governo cinese sulla ripresa di Hong Kong è inequivocabile e a tutti nota". Incalzata dai giornalisti, la Thatcher ribadì che il governo inglese avrebbe rispettato e seguito i tre trattati ancora in essere. Due anni dopo, l'accordo fu firmato. Un accordo che rispecchiava la volontà di Deng.
Si dice che l'ultima notte, prima di lasciare Pechino, mentre la Signora di Ferro discuteva con Zhao a margine dell'incontro scambiando con il premier cinese parole addolcite forse dalla stanchezza accumulata in dure giornate di lavoro, in fondo al corridoio Kim brindava all'amicizia militare con Pechino.
Intabarrata e raffreddata, Margaret Thatcher in Cina aveva iniziato la visita all'insegna della discordia. E' di qualche giorno fa la notizia postuma che racconta l'irritazione del primo ministro quando le fu proposto il menù del pranzo di gala che gli inglesi avrebbero offerto ai leader cinesi, presso la Grande Sala del Popolo, per ricambiare l'ospitalità. La Thatcher scartò categoricamente il menù da 75 yuan, che comprendeva lumache di mare e altri piatti a base di pesce, perché ad esso preferiva di gran lunga quello più economico, da 50 yuan, ritenuto sufficiente visto che da tutti i menù erano spariti pane, burro e marmellata di fragole.
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