Li chiamano "xiao huangdi", i "piccoli imperatori", sono il primo frutto della "politica del figlio unico" varata dal governo cinese alla fine degli anni '70. Vengono sistematicamente criticati dai media diretti dallo stato, ma rappresentano il segmento di mercato cinese più conteso. Chi sono "i piccoli imperatori"? Cosa vogliono, come si differenziano dai loro predecessori? I tentativi di fotografare una generazione, specie quando è costituita da milioni di persone, sono sempre rischiosi. Eppure, alcuni tratti comuni esistono. Il primo mito da sfatare è proprio quello sulla politica del figlio unico, che in realtà riguarda solo una minoranza della popolazione: per chi è residente in città e lavora nel governo le misure sono obbligatorie, con poche eccezioni. Nelle aree rurali invece , dove vive circa il 70% della popolazione, un secondo figlio è in genere consentito dopo 5 anni, ma a volte questo è permesso solo se il primo figlio è di sesso femminile. Un terzo figlio è ammesso per le minoranze etniche o per abitanti di zone particolarmente remote e spopolate. Da ciò deriva che i "piccoli imperatori" sono un fenomeno urbano, relegato a città avanzate come Pechino, Shanghai e Fuzhou, vere punte di diamante del boom cinese. La seconda caratteristica è l'istruzione: "Il popolo cinese ha una vera e propria fissazione riguardo l'educazione dei figli, –scrive l'avvocato Andrew Hupert su Diligence China–non è uno stereotipo né un'esagerazione: l'educazione è considerata la via per il successo e la rispettabilità". I genitori degli "xiao huangdi" hanno puntato molto sull'educazione dei figli, spesso con grandi sacrifici, e adesso vogliono vedere i risultati. Risultati che in parte si vedono già e che sono destinati a crescere: secondo McKinsey il 77% della nuova classe media urbana cinese, che spesso coincide con quei "piccoli imperatori" di 20-30 anni già inseriti nel mondo del lavoro, vive con 25mila renminbi (circa 2500 euro) all'anno, ma entro il 2025 questo segmento sarà sceso al 10%. "E' un fenomeno già in atto, il passaggio effettivo da colletti azzurri a colletti bianchi di milioni di persone", scrivono gli analisti McKinsey. "Sarà un vero tsunami economico, i cui primi effetti si vedranno già dal 2010", e pazienza se non si tratta di quel "miliardo e mezzo di consumatori" decantato forse con eccessivo entusiasmo da libri e media: i numeri sono comunque considerevoli. Pazienza anche se intellettuali come Yang Xiaosheng li descrivono "egoisti, di scarse vedute, viziati e incapaci di accettare critiche"; gli "xiao huangdi", a differenza dei loro cugini delle aree rurali, sono anche cosmopoliti, sicuri di sé e rappresentano uno snodo del mercato dal quale non si può prescindere per fare affari in Cina: secondo un'indagine congiunta condotta da Knowlton & Hill e Seventeen Magazine su 1200 studenti di 64 università di Pechino e Shanghai, il 60% di loro spende "almeno 60 dollari a settimana per beni non necessari". Come viene percepita l'Italia dai "piccoli imperatori"? "C'è molta simpatia verso il nostro paese, –dice Michela Vallalta, autrice per Asia Business Group di uno studio sull'argomento– veniamo percepiti come il paese dell'eleganza e dello stile. Ma dei nostri marchi più conosciuti, come Prada e Ferrari, tutti vengono percepiti come al di fuori delle possibilità economiche. Inoltre, prodotti più accessibili come caffé, pizza e gelato vengono ricollegati a marchi come Starbucks, Pizza Hut e Haagen Daazs e non a brand italiani. Ed è un peccato, perché è su questa fetta di mercato che dovremmo concentrarci maggiormente". Intanto, l'insoddisfazione dei "piccoli imperatori" delle aree urbane per la politica del figlio unico aumenta. In attesa dello "tsunami economico" profetizzato da McKinsey.