di Giulia Crivelli
Per oltre vent'anni Concetta Carestia Lanciaux ha lavorato fianco a fianco con Bernard Arnault, contribuendo alla nascita e all'inarrestabile crescita di Lvmh, oggi il più grande gruppo della moda al mondo. Ma all'inizio del 2007 ha lasciato l'incarico di executive vice president e direttore delle sinergie di Lvmh, per creare la sua società di consulenza strategica.
Concetta Lanciaux parla italiano (è originaria di Foggia ma ha lasciato l'Italia durante gli anni dell'università e ha poi sposato un francese) con un forte accento francese e inflessioni pugliesi. È entusiasta della sua "seconda vita" da consulente (tra i suoi clienti c'è anche l'ex datore di lavoro Lvmh), è appena tornata dalla Russia ed è in partenza per l'India.
Tutti si interrogano sul futuro dell'industria della moda. Lei cosa prevede?
Il più importante cambiamento in corso riguarda i fondi del private equity, che sono la vera leva di innovazione per l'intero settore, come è stato a partire dagli anni 90 con i grandi gruppi del lusso come Lvmh o Gucci.
Intende dire che oggi i gruppi sono in difficoltà?
Certo che no. Però sono convinta che siano entrati in una fase differente: i portafogli marchi sono ricchi e diversificati e ogni brand richiede strategie di rilancio, consolidamento o espansione diversi. Operazioni che assorbono moltissime energie. Per questo dico che le autentiche novità verranno dai fondi.
In che senso?
Negli anni scorsi i fondi di private equity sono intervenuti nelle aziende di moda facendo leveraging del debito, con una logica spesso speculativa. Adesso è diverso, anche per via della crisi del credito. Inoltre, rispetto al passato, i manager che lavorano per i fondi hanno capito che le logiche della moda non sono uguali a quelle di altri settori e spesso si avvalgono di consulenti esterni, con maggiore umiltà, direi, rispetto al passato. Quello che non è cambiato, per fortuna, è lo stile manageriale, la capacità di prendere decisioni molto rapidamente e di lavorare per obiettivi con una determinazione spesso sconosciuta ad aziende che non si erano mai aperte a capitali esterni. A un'impresa che voglia crescere, oggi il private equity offre risorse finanziarie ma anche un maggiore know how di settore.
Forse anche gli stilisti sono cambiati. Oggi capiscono l'importanza di aderire a un business plan e non vedono in uno stile di management "forte" un limite alla loro creatività.
È vero ed è un fatto importante. Ma c'è di più: negli Stati Uniti sta succedendo una cosa impensabile fino a poco tempo fa, ed è una tendenza che prima o poi contagerà anche l'Europa, come sempre succede. Alcuni designer hanno aperto le porte delle loro aziende, dei brand che hanno creato e portano il loro nome, al private equity e partnership di questo tipo potrebbero consentire quel salto dimensionale necessario a diventare brand globali. In America mi vengono in mente Narciso Rodriguez e Michael Kors, in Europa Oswald Boateng (stilista anglo-ganese che ha lavorato anche per Givenchy) e Roland Mouret.
Tutti parlano della Cina, mentre lei insiste spesso sulle potenzialità dell'India. Quali sono le differenze?
Alla Cina bisogna guardare per due motivi: perché è una grande piattaforma produttiva e perché è già adesso e sempre più sarà un mercato molto interessante per i marchi della moda. Per questo è importante trovare partner commerciali o industriali. In India è diverso, perché il Paese ha una sua cultura del lusso, ma soprattutto coscienza e fierezza del proprio know how. Basti pensare alla gioielleria o al ricamo: sono anni che i brand del lusso si affidano a mani indiane per le decorazioni più complesse. È un Paese con molte affinità con l'Europa, nel settore della moda, e per questo la strategia d'ingresso deve essere diversa rispetto a quella per il mercato cinese. L'India non può essere considerata semplicemente un Paese in cui produrre o vendere i nostri capi: deve essere considerato un partner strategico con cui sviluppare attività di business. E c'è anche un altro elemento di differenza rispetto alla Cina: gli indiani hanno molto rispetto per la creatività e anche per questo, al contrario dei cinesi, non sono altrettanto pericolosi dal punto di vista della contraffazione.
28/11/2007