AGI - Letizia Battaglia è rimasta a lungo imprigionata in una definizione tanto vera quanto insufficiente: la fotografa della mafia. Le sue immagini hanno consegnato alla memoria collettiva i cadaveri delle guerre di Cosa nostra, i volti dei boss, il dolore dei familiari e una Palermo attraversata dal sangue. Ma raccontano soltanto una parte di una donna che fu anche giornalista, editrice, militante, amministratrice, animatrice culturale e instancabile costruttrice di spazi di libertà.
È questa Letizia più complessa e vitale che Eleonora Lombardo racconta in 'A Palermo con Letizia Battaglia', pubblicato da Giulio Perrone Editore nella collana “Passaggi di dogana”. Un volume che è una passeggiata attraverso la città, seguendo le tracce lasciate da Battaglia nei Cantieri culturali alla Zisa, nella redazione de “L’Ora”, alla Kalsa, all’Albergheria, sul Foro Italico, a Mondello, nei teatri, nelle carceri e nell’ex manicomio.
Il rapporto tra Battaglia e Palermo assume nel libro i contorni di una storia d’amore tormentata. Palermo ispira Letizia, la ferisce, la consuma e talvolta sembra tradirla. Lei, però, continua a tornare, a fotografare, a piantare alberi, mettere panchine, difendere il mare, aprire luoghi e coinvolgere altre donne. Denuncia ciò che non funziona, come fanno in tanti, ma prova anche a cambiarlo, con ostinazione.
Lombardo intreccia questa eredità con il presente di una città che appare ancora sospesa tra improvvisi slanci di rinascita e altrettanto repentini arretramenti. Il libro non nasconde la rabbia verso una Palermo nella quale il buio delle strade rischia di diventare anche buio delle coscienze, ma cerca nella “lotta gentile” di Battaglia la possibilità di trasformare l’indignazione in azione.
Il suo libro nonm è una biografia tradizionale, ma una passeggiata nella città attraverso i luoghi, le lotte e la memoria della fotografa. Perché ha scelto questa struttura e quanto è stato difficile separare la Letizia che ha conosciuto personalmente dal personaggio pubblico?
"Una biografia tradizionale non avrebbe potuto contenere la vita di Letizia Battaglia, né il suo rapporto con Palermo. Volevo che la forma di questo racconto, dell’amore e della lotta tra questa donna e la sua città (che è la mia città) ne rispecchiasse la complessità, l’intimità e non solo, mi premeva che si sentisse anche la tumultuosità del presente. Ho scritto in libro in un momento – che perdura ancora adesso- in cui il mondo era sottosopra e Palermo ancora di più. Un momento violento e imprevedibile, sgarbato e privo di visione e futuro. Non era possibile per me non fare entrare il presente nel libro, con il disperato bisogno che la vita di Letizia Battaglia, coraggio, furore, pazzia, amore e gentilezza potesse ispirare una reazione".
Nel libro Letizia Battaglia è raccontata come una donna capace di “fare accadere le cose”. Quanto ha pesato il desiderio di liberarla dall’immagine, vera ma parziale, della “fotografa della mafia”?
"Ho conosciuto Letizia a una presentazione di Mezzocielo a 'Le nuvole' lo spazio gestito dalle figlie di Simona Mafai. Ho conosciuto Letizia “tra le nuvole”, impegnata a motivare nuove generazioni di donne a impegnarsi per la collettività. Curiosa di sapere come riuscissero a mantenersi, di conoscere se erano disposte ad amare. Partendo da qui è stato facile liberarla da quell’immagine che le è sempre stata stretta e che pure ha sostenuto in modo per me rivoluzionario, portando dolcezza e comprensione nell’orrore".
Lei scrive che Letizia chiedeva a Palermo soprattutto l’azione e riassume questa attitudine con due verbi: “risolvere” e “aprire”. Che cosa possono insegnare oggi il suo metodo e la sua impazienza civile a una città che sembra ancora oscillare tra slanci di rinascita e improvvisi arretramenti?
"Ha trovato un’espressione molto bella, 'impazienza civile', sì perché è proprio questo fremere costante l’energia di Battaglia, questa impossibilità a restare indifferente di fronte alle ingiustizie, alle brutture, alle sciatterie di pensiero. Risolvere e aprire sono azioni che scardinano lo stato delle cose. Mi preoccupa la capacità degli esseri umani e dei palermitani alla massima potenza di abituarsi a tutto. Al buio. Ci stiamo abituando al buio della città come a quello della coscienza. Le lampadine rotte vanno sostituite, l’elettricità è quella che deve raddrizzare le spine dorsali. Non possiamo permetterci spazi chiusi. Parlo in senso stretto e metaforico. Uno spazio pubblico negato è lo specchio di una coscienza civile pietrificata. Risolvere, aprire e aggiungerei illuminare sono i verbi dell’andare avanti, con una visione appunto".
Il rapporto tra Battaglia e Palermo appare come una storia d’amore dolorosa: la città la ispira, la ferisce, talvolta la divora, ma lei continua a tornare e a combattere. Alla fine del suo viaggio, è riuscita a capire che cosa le impedisse di abbandonare davvero Palermo?
"L’amore. La pazzia a cui fa riferimento Letizia, quando pretende che la città diventi un po’ più pazza è la pazzia d’amore. Quella che ti spinge a essere la versione migliore di te, che ti fa fare cose audaci. Letizia amava. Amava. E amava questa città con generosità e slancio, ne sapeva vedere la bellezza, la fragilità, la forza. Amava la puzza dei suoi vicoli perché le puzze sono il racconto sensoriale dell’intimità. E io sono grata all’avventura di questo libro, perché grazie a Letizia Battaglia ho di nuovo la speranza di tornare ad amarla, non a caso ho deciso di chiudere il libro citando Guadalupe Nettel: 'Amare un mostro - perfino il più malvagio, perfino il più brutto - è possibile, e quando succede non lo si ama a metà, ma alla follia'".