AGI - Continui salti temporali, il mistero di un protagonista che incarna i due estremi più drammatici della prima metà del Novecento, l’apparente quiete di un villaggio andaluso contrapposta al caos delle grandi capitali mondiali nel corso di due guerre: sospeso tra thriller investigativo, biografia e romanzo storico, ‘La spia’ (Ponte alle Grazie), ultimo libro di Jorge Diaz, arriva sugli scaffali con l’ambizione di raccontare la Storia attraverso una vicenda sorprendentemente umana. Il classico giallo da ombrellone? Frutto di un accurato lavoro di ricostruzione documentaria, questo testo punta oltre il puro intrattenimento, aprendo squarci sul passato che possono indurre il lettore a interrogarsi sul presente.
Lo sceneggiatore
Noto a livello internazionale come membro, insieme ad Agustín Martínez e Antonio Santos Mercero, del trio di autori che si cela dietro lo pseudonimo di Carmen Mola, Jorge Diaz è anche uno sceneggiatore.
E la meticolosità che ha dedicato a ricostruire luoghi ed eventi lo dimostra: Barcellona soprattutto, ma anche Madrid, Berlino, Buenos Aires e l'assolata Almería tornano agli occhi del lettore così come apparivano tra il 1917 e il 1952, facendo da sfondo all'indagine condotta da un ingenuo caporale della Guardia Civil inviato a risolvere un omicidio a Mojácar.
La vittima, intanto, diventa la porta d'accesso ai segreti dei primi cinquanta anni dello scorso secolo, accompagnandoci dall’interno dei caffè eleganti delle metropoli europee fino all’inferno dei campi di concentramento.
A restare sospeso è il giudizio morale, evitando le risposte facili e lasciando a ciascuno il peso delle conclusioni. Tutto ciò che leggiamo appare plausibile, eppure resta fiction. Mentre ripercorriamo la Storia attraverso la storia dei personaggi, i dialoghi – asciutti, essenziali e calibrati sulle diverse epoche; in due parole: da sceneggiatore – non invadono lo spazio, ma guidano il racconto.
Identità e sopravvivenza
Scegliendo come protagonista una figura realmente esistita e facendola morire dopo pochissime pagine, Diaz compie una duplice operazione: accomuna il lettore all'investigatore e costruisce una metafora dell'individuo davanti a eventi che lo sovrastano. Grandi o piccoli che siano.
La scelta è tra identità e sopravvivenza, perché quando gli avvenimenti acquistano una velocità insostenibile sembra impossibile conservare entrambe. In una sola persona convivono vittima e carnefice, colpevole e innocente. ‘La spia’ non salva nessuno, ma neppure lo condanna. Mostra esseri umani al limite, fatti di bene e di male, costretti a trasformarsi per restare vivi oppure accettare di soccombere rimanendo se stessi. E’ una storia di deboli o di forti? Mentre ce lo domandiamo, gli ombrelloni sono stati chiusi, il sole è sceso fino al mare e tutt'intorno si bevono Spritz e si scattano selfie. Sì, arriviamo. Solo qualche altra pagina.