AGI - Voleva essere un mercenario e lo è stato davvero. Ma certo non pensava che fare il soldato di ventura lo avrebbe portato a diventare santo, protettore dei malati e anima pia alla quale dedicare ospedali. È quello che è successo a Camillo de Lellis, nato a Bucchianico (Chieti) nel 1550 da una famiglia nobile e morto a Roma il 14 luglio 1614, giorno della sua festa liturgica.
I camilliani, che i rifanno a lui, si riconoscono per la vesta nera con una grossa croce latina di tessuto rosso cucita sul petto. Sede della Casa generalizia è nella piccola e suggestiva piazza della Maddalena nel centro storico di Roma, dov’è custodito pure il corpo del fondatore. Probabilmente per Camillo de Lellis non era difficile immaginare il tipo di vita che avrebbe fatto. Era la stessa del padre Giovanni, capitano di ventura. Allora cosa ha portato al cambiamento così radicale?
Stando alla biografia riportata dall’Ufficio pastorale della salute della Cei, l’esistenza del venerabile può essere divisa in due parti. Nella seconda l’uomo ha fatto grandi cose. Ha creato la Compagnia dei ministri degli infermi (1586), poi l’Ordine dei Camilliani (1591), quindi è stato proclamato patrono degli infermi (1886), degli infermieri (1939) e più tardi dichiarato da Paolo VI “protettore particolare della sanità militare”. Si può dire un curriculum stellare.
Le "due vite" del Santo
La prima, invece, è stata un campo di battaglia. Il rampollo era un marcantonio che intimoriva solo a vederlo. “Un uomo gigantesco alto più di due metri”, lo descrive Alfredo Cattabiani nel suo “I santi d’Italia” (Rizzoli, 2004). In pratica, lo pagavano, si armava e uccideva. “Combatté nelle milizie venete contro i Turchi, nella penisola iberica e in Africa”, riferisce il dizionario biografico “Santi e patroni” (De Agostini, 2006). Come in tutte le storie, Camillo ha avuto accanto a sé figure che lo hanno ispirato, almeno per un po’. In primis quella del padre appunto. “Anche lui – continua Cattabiani - aveva combattuto in tutte le guerre dal 1525 sotto la bandiera di Spagna e avrebbe terminato la carriera militare col grado di colonnello”. Dunque, i due erano “militari” da poter prendere in affitto coi passatempi preferiti dai soldati, cioè gioco e risse. “Il papà aveva il vizio del gioco – annota lo studioso di storia delle religioni e tradizioni popolari -: un giorno si accorse che anche Camillo amava giocare a carte e dadi con i soldati dei bivacchi”.
E l’azzardo fu l’anticamera della sua seconda vita. Che iniziò con una ferita che non riusciva a guarire.
La ferita e la svolta
“La grazia lo aspettava sotto forma di una cicatrice al piede – sottolinea Elio Guerriero ne ‘Il libro dei santi’ (San Paolo, 2012) -. Più volte lo costrinse al ricovero nell’ospedale di San Giacomo degli Incurabili a Roma. Il personale non aveva alcuna specializzazione e spesso maltrattava i degenti i quali, quando non avevano altri mezzi, si offrivano come infermieri per poter sopravvivere”. Dalla Capitale l’uomo si sposta. “A Napoli si giocò persino le armi e il mantello – prosegue la meticolosa ricostruzione di Cattabiani -. Giunto a Manfredonia era ormai senza un soldo. Dopo aver mendicato davanti a una chiesa, riuscì a trovare lavoro come manovale presso il convento dei Cappuccini. Fu proprio in quel convento – osserva - che il 2 febbraio 1575 si convinse della sua vocazione religiosa: ottenne di vestire l’abito dei Cappuccini per il noviziato”.
Era il principio del nuovo percorso esistenziale. Con alcune deviazioni “casuali”. Infatti, “sfortunatamente – prosegue lo studioso - la piaga si riaprì. I suoi superiori lo rimandarono a Roma. Venne accettato nell’ospedale e poi, ristabilito, fu assunto come inserviente al San Giacomo dove rimase fino al 1579”. Il futuro santo cominciava a mettere le ali. “Fu allora, era il 15 agosto del 1582 – incalza l’autore - che decise di costituire una società religiosa che si occupasse esclusivamente dei malati ‘con la tenerezza che può avere una madre per il suo bimbo infermo’”.
La mamma del protagonista è l’altra figura importante. “Camilla Compelli, più anziana del marito – dettaglia Cattabiani – (il figlio) lo aveva avuto miracolosamente a sessant’anni”. Poi lo strano episodio. “Un sogno l’aveva turbata poco prima della nascita – rievoca - Le era apparso un fanciullo con una croce sul petto e dietro di lui altri con lo stesso segno. Il padre volle chiamarlo Camillo in onore della moglie”. Si direbbe un’anticipazione.