AGI - Luglio 2004: ad Alessano, Comune di 6.000 abitanti in provincia di Lecce, nonostante la chiusura delle biblioteche locali e i bassi indici di lettura della zona apre i battenti una libreria - scegliendo, non a caso, di prendere il nome di una martire locale: Idrusa. Maggio 2026: al Salone del Libro di Torino la fondatrice di quella libraria, Michela Santoro, riceve il premio ‘Straordinaria’ di ALI Confcommercio, ‘che valorizza lavoro quotidiano e ruolo sociale e culturale nei territori delle librerie italiane’ e quest’anno ha coinvolto lettrici e lettori con oltre 10mila preferenze complessive. Una storia di fallimento annunciato tramutatasi in successo di cui abbiamo chiesto lumi proprio a Michela Santoro.
Puoi raccontarci dal principio la storia di Idrusa?
Per farlo, devo partire dalla mia. Avevo lasciato Alessano per laurearmi in Lettere a Pisa con una tesi su Ken Loach, collaborare con l’Università e poi, in qualità di assistente alla regia, a dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Finché ho deciso di tornare a casa per organizzare eventi culturali, rendendomi conto che in un contesto tanto impoverito di luoghi di cultura serviva uno spazio fisico di riferimento. Così è nata l’idea della libreria.
Con quale idea sei partita?
Non volevo creare un cenacolo per lettori forti, ma un luogo di inclusione che fosse anche laboratorio culturale, legato al territorio, dove fosse possibile discutere e confrontarsi su temi e questioni di interesse collettivo.
E dal punto di vista delle vendite come andava?
Nei primi tre anni malissimo. A quel punto ho capito che la libreria doveva uscire dalle sue mura. Ho cominciato a organizzare letture ad alta voce nelle scuole, a formare docenti e operatori, a portare iniziative nelle piazze. Col tempo intorno a noi si è costruita una comunità di lettori. Oggi siamo un punto di riferimento per l’intera area e, fisicamente, l’ultima libreria all’estremo Sud-Est della Puglia. Essere una periferia non aiuta, ma abbiamo saputo intrecciare il nostro lavoro con il fermento culturale che negli ultimi anni ha attraversato il Salento, provando a raccontare il Sud fuori dagli stereotipi e valorizzandone il patrimonio letterario.
Come siete arrivati a organizzare il festival Armonia. Narrazioni in terra d’Otranto?
È nato nel 2015 dall’incontro con Mario Desiati e da un’idea semplice: mettere in relazione gli autori che ospitavamo durante l’anno con il patrimonio culturale di questa terra. Col tempo il festival è cresciuto, fino alla collaborazione con la Fondazione Bellonci, che dal 2018 porta nel Capo di Leuca la ‘dozzina’ del Premio Strega. Poi è arrivata anche quella con il Premio Calvino, per dare spazio agli esordienti. Oggi Armonia è una rete di appuntamenti che attraversa diversi comuni del territorio. La nuova edizione partirà il 21 maggio a Specchia e continuerà fino a ottobre, ospitando, tra gli altri, Ilan Pappè nei ‘Discorsi mediterranei’ di Santa Maria di Leuca.
Qual è oggi il senso della presenza delle librerie nei territori, secondo te?
Credo che una libreria esista davvero solo se riesce a entrare in relazione con il luogo in cui si trova. Sapendo di lavorare in un centro molto piccolo, ho cercato fin dall’inizio di costruire relazioni con i paesi vicini e di creare un pubblico che lì quasi non esisteva. Con biblioteche chiuse o sottoutilizzate, abbiamo provato a fare politica culturale al posto della politica, organizzando iniziative e mettendo in rete sette comuni in un sistema bibliotecario intercomunale. Ci sono voluti quattro anni, ma oggi quel lavoro dimostra che, se si costruiscono relazioni intorno ai libri, poi si può collaborare anche su molto altro. Le idee, però, continuano a nascere sempre in libreria.
Nelle librerie di oggi quanto incide l’ibridazione con altri servizi per sopravvivere?
Sono i contesti a determinare la gestione, ciò che vale al centro di Roma non conta qui, e viceversa. Ma in entrambi i casi, a mio avviso, non funziona l’ibrido con la ristorazione. Si tratta di un altro mestiere, che richiede competenze specifiche e non sposta di una virgola la promozione dei libri.
Cosa fa davvero la differenza nella sopravvivenza di una libreria oggi?
I gruppi di lettura. Noi ne abbiamo cinque specifici, dai due ai novantanove anni. Vengono a trovarci autori e illustratori, richiamando persone che rendono viva la libreria. Mamme, papà, pensionati, ragazzi: voglia di stare insieme e bisogno di sfuggire alla solitudine digitale di questo tempo si incontrano tra gli scaffali. La socialità allargata è la chiave per continuare a esistere.
Se guardi indietro, cosa ha funzionato davvero e cosa no?
Dopo ventidue anni di lavoro, abbiamo candidato i Comuni del Capo di Leuca a Capitale italiana del libro 2027. A giugno sapremo se siamo in finale, ma in ogni caso resterà l’orgoglio di aver aiutato il territorio a partecipare, come quello per il premio dell’ALI ricevuto al Salone. Quando ho iniziato mi davano della pazza, ma sapevo che potevamo farcela, mettendo in campo le giuste competenze. Per me il Sud d’Italia ha le stesse possibilità di sviluppo di qualsiasi altra zona del Paese, la sua narrazione andrebbe cambiata. Ma sarebbe compito della politica guidare questi processi, non dovrebbe farlo sempre la società civile.