AGI - Qual è lo spazio di rischio per un cacciatore di talenti letterari, oggi? In che misura, invece di assecondarlo, si può ancora provare a stimolare il gusto dei lettori? Domande che aprono scenari e ci hanno condotto da Simone Caltabellota, l’uomo che ha intercettato e fatto detonare, negli ultimi trenta anni, le voci più diverse: da John Fante a Melissa Panarello, da JT LeRoy a Stephenie Meyer - la madre di Twilight -, da Tiffany McDaniel a Elizabeth Strout, da Filippo Tuena a Carmine Abate. Dopo aver diretto Fazi nel suo periodo più aureo, oggi guida Edizioni di Atlantide, casa editrice indipendente che ha da poco superato il decennio di vita, senza smettere di provare a costruire un catalogo fuori dal coro.
In un’editoria sempre più prudente e legata alla logica dei numeri, c’è ancora spazio per creatività e azzardo?
"Deve esserci, perché l’unica possibilità di sopravvivenza di una casa editrice risiede oggi nel non pubblicare ciò che pubblicano le altre, facendo cose che non esistono ancora - o non esistono più. Il mercato, altrimenti, non potrà risollevarsi: ormai siamo vicini all’autoestinzione, alla fine di un modello culturale, editoriale e di mercato. Mentre narrativa letteraria e saggistica perdono peso, altri generi crescono, a volte con esiti interessanti: nuovo fantasy, weird, nuovo horror possono risultare più originali delle opere degli scrittori cosiddetti letterari".
Mercato e sopravvivenza
Di fronte alla crisi di vendite degli ultimi anni, qual è la strategia di Atlantide?
"Fin dall’inizio, abbiamo cercato una nostra strada. Siamo nati con una collana a tiratura limitata diffusa solo in librerie fiduciarie: 200 punti vendita in tutto il Paese con cui instaurare un rapporto stabile. Un modello da primo Novecento. Ma se nel 2015 una tiratura di 999 copie numerate poteva dirsi ridotta, oggi rappresenta un risultato più che accettabile per quasi tutti i titoli pubblicati in Italia. Ora abbiamo anche la collana Blu di narrativa più contemporanea, promossa e distribuita attraverso canali ‘normali’, ma resta l’idea di fare libri che potrebbero essere stati scritti anche venti o ottanta anni fa".
È la soluzione?
"Non ne esiste una, noi proviamo a pubblicare testi che sentiamo importanti per ciò che raccontano e come sono scritti. Con uno sguardo sul reale che mostri vie non ancora percorse. È chiaro che si aggiungono centimetri all’asticella, ma farlo è nel nostro DNA".
Un approccio elitario?
"Direi solo umano. Per me, per gli altri soci - Francesco Pedicini, Flavia Piccinni, Gianni Miraglia e Gaetano Carboni - e per tutti quelli che lavorano con noi, compresi i tirocinanti, è un aspetto centrale. Serve un ambiente pulito, in cui fare libri che rispecchino i valori etici e sociali in cui si crede. Puoi anche scegliere di non pubblicare qualcosa che ti sembra possa vendere, perché dare alle stampe un titolo è, ogni volta anche un atto politico. Del mio lavoro, vorrei rimanesse l’aver sempre sostenuto, attraverso i libri, l’espressione di un’idea di libertà intellettuale".
Anticipare i gusti del lettore
Nell’intercettare in anticipo dei fenomeni editoriali quanto conta l’istinto e quanto l’analisi culturale?
"Non si anticipa consapevolmente: mai successo in 30 anni di lavoro. Semplicemente, da lettore, desidero essere sorpreso e messo in discussione. E se resto rassicurato, non deve avvenire in modo consolatorio. Forse si tratta di percepire qualcosa nell’aria, e a volte succede troppo presto. Mi è capitato di pubblicare libri così in anticipo sui tempi da non arrivare ai lettori. Tuttavia, penso che la letteratura abbia il compito di portarci verso dimensioni nuove, non già cristallizzate in prototipi".
E l’intrattenimento?
"L’intrattenimento in quanto tale è, purtroppo, il modello di riferimento. Ma rappresenta la morte della letteratura, che non potrà mai essere solo quello. Prendiamo ‘Twilight’, quanti romanzi sui vampiri esistevano? Tantissimi, ma quando l’abbiamo proposto con Fazi, il primo titolo della saga diceva qualcosa di diverso. Poi ho spostato le mie energie verso altro: non mi è mai piaciuto speculare o ripetermi. È il mio limite come editor: non capitalizzare ciò che ho lanciato. Me ne rendo conto, nell’editoria intesa come industria non sono affatto bravo".
Non si direbbe, a giudicare dai fenomeni che hai proposto
"Quello è un altro discorso: a volte senti che un libro potrebbe aprire orizzonti diversi, cambiare un po’ la direzione dello sguardo, ed è la cosa più emozionante. Io devo provare qualcosa, se non succedesse più, smetterei di nuovo. Anni fa ho deciso di cambiare settore per mancanza di emozioni: aprire una casa discografica mi ha permesso di ritrovare il senso della scoperta. Successi come i due milioni di copie vendute in tutto il mondo da ‘100 colpi di spazzola prima di andare a dormire’ ti travolgono emotivamente".
È stato straniante?
"Tanto quanto bello umanamente. Melissa Panarello, a 17 anni, aveva già la capacità di non farsi trasportare dal giudizio altrui. Ora è una donna intelligente che non teme di esprimere la sua opinione, anche se non è quella comune, e scrive cose ottime. Il successo di ‘100 colpi di spazzola’ è stato esaltante e spaventoso. A volte, se uscivamo a mangiare qualcosa, magari con Thomas Fazi, ci seguivano i fotografi. Una follia".
Autore e editore: prospettive a confronto
Hai scritto tre romanzi: essere autore cambia lo sguardo nel leggere manoscritti di altri?
"Oggi mi identifico come lettore. Ho scritto quando lavoravo in editoria solo come consulente: infatti il mio ultimo libro è del 2015, anno di nascita di Atlantide. Non riesco a fare entrambe le cose allo stesso livello di profondità, serve uno sguardo da esploratore: il testo deve portarmi in un luogo interiore che non immaginavo di visitare. E per andare dove non ci si aspettava, bisogna disporsi nella giusta modalità di apertura. Tanti libri non li ho sentiti parlare perché il mio atteggiamento non era libero".
Musica e interdisciplinarità
Qualche anno fa hai aperto un’etichetta discografica: conoscere musica e cultura popolare può influenzare il mestiere di editore?
"È fondamentale non interessarsi solo di libri, perché le discipline dialogano. La musica, in particolare, offre una prospettiva diversa: ha una sorta di potere mistico, o sciamanico. Ne esistono, ovviamente, vari livelli, ma il rock aiuta a superare i limiti e mi ha salvato la vita quando la letteratura mi stava facendo diventare un intellettuale. O meglio: costringendo in un ruolo intellettualistico. Da discografico ero un outsider e mi piace esserlo anche da editore. Anzi, mi piace esserlo in qualsiasi situazione. Non a caso ‘L’Outsider’ di Colin Wilson è uno dei primi titoli di Atlantide".
Questione d’imprinting?
"A parte le cosiddette obbligatorie, credo di essermi formato su letture diverse da quelle dei miei coetanei e dei quarantenni o quarantacinquenni di oggi. Manlio Cancogni e Carlo Cassola non li leggeva nessuno, quando ero ragazzo. Come Fante - a parte Sandro Veronesi, con cui infatti siamo diventati amici - o Giorgio Vigolo, grande poeta ancora oggi sconosciuto. E potrei andare avanti con nomi come Ercole Patti o Enrico Pea. Mi ha sempre guidato la curiosità, il piacere di non fermarmi al canone. Andavo per bancarelle, come faccio tuttora. Molti libri amati da giovane li ho poi pubblicati, cercando di portare dei germi di controcultura".
Polemiche e provocazioni
Alcuni dei tuoi autori hanno suscitato grandi polemiche: come si decide quali rischi valga la pena correre nel pubblicare un testo?
"Non mi sono mai posto la questione, il punto è sempre stato il valore del libro. Poi, puoi sbagliare: dipende da quanto il tuo gusto è sintonizzato sulla verità in quel frangente. Io sono un privilegiato che ha potuto lavorare in una Fazi nascente, in un particolare momento storico dell’editoria, metà dei Novanta, in cui si sentiva come ancora possibile fare qualcosa di nuovo. Ho imparato il lavoro in un regime di piena libertà di scelte, anche quando quelle che ho fatto non hanno portato soldi e successo".
E oggi?
"Anche gli amici con cui abbiamo dato vita ad Atlantide vengono da realtà editoriali innovative. C’è fiducia nel mio gusto, ma tanto scambio. Parlare con loro mi aiuta a chiarire le idee, a capire se sono davvero convinto di un testo. Resta sempre il pericolo che la casa editrice non possa camminare con le sue gambe, ma oggi riguarda tutti. È un mestiere contrassegnato dal rischio; tanto vale assumerselo per quello che ti piace".
Scelte concrete e anticipazioni
Due titoli su cui punta Atlantide che possano anche dirci qualcosa sul futuro gusto dei lettori italiani
"Non ho capacità divinatorie, continuo solo a credere che la letteratura possa avere rilievo nella vita della gente e mi piacerebbe che avvenisse attraverso i libri che pubblichiamo. Nominare un titolo mi pare ingiusto. Facciamo meno di venticinque libri l’anno: per noi sono tutti fondamentali, anche se in modo differente. Spero di aver imparato a gestire un’impresa editoriale con testi che ritengo belli: alcuni funzioneranno e altri no, basta sapere che per sorreggerne uno da trecento copie vendute, un altro deve farne tremila, ma sempre all’interno di un insieme necessario. L’incertezza, d’altronde, è un aspetto, anche interessante, di questo lavoro".
Quindi alla fine ti piace il rischio?
"Lo accetto. Perché conta l’impegno: ogni titolo va trattato con la stessa attenzione e lo stesso rispetto. Pubblicare è una dimensione d’incontro tra scrittore e editore che deve trovare la forma migliore possibile, mai essere un lavoro fatto in serie. Questa è l’idea di editoria di Atlantide. Poi ci sono editori che fanno con la stessa serietà cose molto diverse da quelle che piacciono a noi".
Molte incognite, ma essere editore è anche un privilegio
"Certo, ho incrociato libri e scrittori straordinari, vissuto l’emozione di rivelare a un autore le sue qualità, ricevuto, da ragazzo, la fiducia di persone come Sandro Veronesi, Elido Fazi, Emanuele Trevi e Arnaldo Colasanti. All’università, Mario Costanzo e Biancamaria Frabotta mi hanno trasmesso la maggior parte delle coordinate che ancora mi guidano nella lettura e nella scrittura. Manlio Cancogni mi ha insegnato che per avere successo non è necessario essere una brutta persona. Oggi vorrei restituire i doni avuti in sorte: lo penso ogni volta che leggo un manoscritto o mi confronto con i giovani editor di Atlantide".