Fassino: "La scissione Pd non ha senso e neanche votare a giugno"

"Renzi è una forza importante e una risorsa"

Fassino: "La scissione Pd non ha senso e neanche votare a giugno"
Luna e Fassina 

Lo scontro interno al Pd in vista dell'assemblea nazionale da convocare per decidere sul congresso, con molti competitor di Renzi già in campo per contendere la segreteria e con l'incombente spettro della scissione sullo sfondo. Questi i temi trattati da Piero Fassino, esponente di spicco del Pd ed ex segretario dei Ds, a 'Viva l'Italia', il format video di Agi.

"La scissione nel Pd? Sarebbe assurda"

"Io non ho mai creduto alla scissione: davvero si pensa che si fa la scissione per la data del Congresso? Se si fa il congresso a giugno sì, ci sarà la scissione, altrimenti no? Beh, vuol dire che abbiamo perso il senso della politica". E' la critica che Fassino rivolge alla minoranza dem che minaccia di dire addio al Pd. "Una scissione ha senso per un dissenso forte sulla visione, il progetto, la linea politica, ma francamente che la differenza" se fare una scissione o meno "sia la data del Congresso, lo trovo troppo debole. E poi bisogna pensare a quale sarebbe l'effetto: hai diviso il Pd, lo ha indebolito, hai indebolito il centrosinistra e vai alle elezioni dando un vantaggio al centrodestra e ai 5 Stelle. Infine, guardando il grado di popolarità dei partiti, che è ultimo in classifica, solo il 6% dei cittadini hanno fiducia nei partiti, in questo clima andiamo a creare un nuovo partito?".

 

 

"Voto a giugno ormai fuori dai radar"

"Il voto a giugno mi sembra ormai sia fuori dal radar" aggiunge Fassino, commentando l'esito della Direzione del Pd che il 13 febbraio ha aperto la strada al Congresso del partito. In particolare, l'ex sindaco di Torino tiene a specificare che "le sorti del governo" e della legislatura "non sono legate al congresso".

 

 

 

"Dimissioni Renzi? Dipenderanno dalla data del Congresso"

A proposito delle dimissioni di Matteo Renzi da segretario del Pd che qualcuno attendeva già per la Direzione? "C'è un passaggio procedurale che è anche politico, e dipende da quando fai il Congresso: se passi giugno - spiega Fassino - non c'è bisogno delle dimissioni perché si va a scadenza naturale, se lo fai prima il congresso, invece, lo Statuto prevede le dimissioni del segretario. Nei prossimi giorni decideremo quando si farà il Congresso. Io non penso che il Pd sarebbe stato più forte se Renzi si fosse dimesso".  Ma la figura del segretario appare anche divisiva: "E' un maledetto toscano - scherza l'ex segretario dei Ds - come avrebbe detto Curzio Malaparte, ma è un uomo politico in grado di raccogliere ampio consenso nel Paese", come il 41% alle europee, " e poi attenzione, non facciamo dipendere tutto solo da quello che fa un uomo".

 

 

"Renzi è una forza importante e una risorsa"

"Io penso che Renzi continui a essere una forza importante per il Paese. Io l'ho sostenuto e continuo a sostenerlo perché sa interpretare un'esigenza fondamentale: aprire e svecchiare il Paese, mobilitare le energie forti del nostro Paese e ne sono tantissime, io credo che Renzi sia una risorsa" e non un problema. I dati diffusi dall'Istat sul Pil "sono la dimostrazione che le politiche del governo Renzi pagano, ha messo in campo politiche che hanno sostenuto e aiutato la ripresa".

"Io penso - continua Piero Fassino - che Renzi abbia fatto una scelta giusta: ha lasciato la guida del Paese a un uomo di grande livello, assolutamente affidabile, e si è dedicato al partito e credo sia normale".

 

 

"Da minoranza Pd furbizia. Strappo Orlando? Non credo"

"Una furbizia che si poteva evitare, la minoranza avrebbe potuto risparmiarla". Così l'ex segretario dei Ds giudica l'ordine del giorno che alla Direzione del Pd del 12 febbraio la minoranza ha provato a mettere in votazione e nel quale si metteva nero su bianco che il governo Gentiloni sarebbe arrivato a scadenza naturale della legislatura, nel 2018. "Ma se si votava quell'odg e non passava decretavi che il governo finiva prima, una furbizia che poteva essere risparmiata".

Quanto al Guardasigilli Andrea Orlando, la cui posizione viene oggi riassunta dalla stampa come "uno strappo", Fassino osserva: "non ho avuto l'impressione di una Direzione con uno strappo, parlerò con lui. La sua proposta sulla conferenza programmatica? Ci può stare, ma vedremo quando sarà la data del congresso, se si farà in primavera non c'è tempo" per svolgere anche una conferenza programmatica, "altrimenti si potrebbe anche fare".

"A Torino finora ordinaria mediocrità"

Fassino boccia senza appello la giunta pentastellata di Torino guidata da Chiara Appendino, che lo ha sconfitto nelle comunali di giugno 2016. "Direi che il vantaggio maggiore che ha l'Appendino sono tutti i problemi che ci sono a Roma" dice e poi "gode dell'eredità: io le ho lasciato una città in piedi, e si fa la comparazione con Raggi" che invece ha dei problemi a guidare la Capitale. "Lei ha scelto - racconta Fassino - un profilo assolutamente basso, ma finora è una ordinaria mediocrità, nulla più di questo, non c'è una visione di Torino e del suo futuro, non c'è un progetto. Per adesso Appendino vive di rendita grazie a quello che gli abbiamo lasciato noi".

Nella sconfitta alle amministrative di Torino "ha pesato molto la politicizzazione delle elezioni amministrative e in contemporanea il fatto che si è aperta la campagna referendaria", ha spiegato Fassino, che alle ultime elezioni amministrative ha perso la sfida a Torino contro la candidata dei 5 Stelle. 

 

 

"A Roma non c'è un progetto" 

"Ho l'impressione che a Roma - spiega Fassino continuando a parlare dei sindaci 5 Stelle - non ci sia una visione, un progetto. M5S ha vinto per il disagio e per chi si è sentito escluso, ma da nessuna parte i 5 Stelle hanno vinto sulla base di una visione, di un progetto, il voto ai 5 Stelle è 'li voto perché non voglio quegli altri partiti'". 

 

 

 

Chi è Piero Fassino

Piero Fassino, 67 anni, è stato segretario dei Democratici di sinistra (Ds) dal 16 novembre 2001 al 14 ottobre 2007. In precedenza aveva ricoperto gli incarichi di ministro del Commercio estero dal 1998 al 2000 e di ministro della Giustizia tra il 2000 e il 2001. E' stato sindaco di Torino dal maggio 2011 al giugbno 2016 e durante il suo mandato è stato anche presidente dell'Anci, l'Associazione nazionale del Comuni, dal luglio del 2013 e fino all'ottobre del 2016.