Sudore e poesia, la lunga marcia di Pamich

Dai rimpianti di Roma 1960 all'oro di Tokyo 1964, l'82enne olimpionico racconta un'atletica che non c'è più

Sudore e poesia, la lunga marcia di Pamich
 Apdon Pamich
di Maria Letizia D’Agata
“Noi ci siamo divertiti tanto, pur faticando tantissimo e senza i mezzi che ci sono oggi… ma la marcia per me è stato anche un riscatto, ero profugo, avevo tanta energia da sfogare. Poi e’ diventata  poesia e anche se arrivavamo quinti o sesti contro i mostri dell’est,  eravamo felici come se avessimo vinto. …”. Abdon Pamich, marciatore di Roma 1960 dove vinse il bronzo, medaglia d’oro a Tokyo e una sfilza di  medaglie fra  europei  e altre competizioni, 40 volte campione italiano su varie distanze,  guarda da lontano le Olimpiadi di Rio, con la dolcezza e saggezza dei suoi 82 anni e la consapevolezza che oggi sì, è tutto cambiato, ci sono tanti atleti bravi ma loro, forse, per  le condizioni in cui hanno gareggiato e i mezzi di cui disponevano,  erano un po’ dei supereroi. Questa è la prima di una serie di interviste che Agi ha realizzato con campioni olimpionici italiani del assato in vista dei Giochi dei Rio.
 
 
"E’ vero, ho vinto molto – dice all’Agi - la mia determinazione e testardaggine  è stata fondamentale. Il fisico da solo non basta e stare bene mentalmente è molto più difficile che fisicamente. Basta vedere le categorie inferiori di oggi dove troviamo ragazzi che hanno grandi potenzialità fisiche ma come li mandi più in alto crollano perché non hanno la testa. A me ha aiutato molto il fatto di provenire da una cultura sportiva radicata in famiglia. Da me erano tutti sportivi, canottieri, nuotatori, calciatori, pugili. Ecco, io volevo fare il pugile , avevo un zio che faceva pugilato e il mio mondo era quello. Poi le vicende del dopoguerra hanno cambiato i miei programmi. Io sono di Fiume e quindi dopo la guerra,  la mia vita ha preso un’altra piega. Ho lasciato la mia terra,  ho dovuto fare una scelta diversa , in un certo senso  casuale…".
Come è andata allora?
“E’ andata che avevo tante  energia da sfogare e mi hanno detto: allora marcia! E ho fatto marcia.  C’è poco fare, il vissuto personale incide sempre, le frustrazioni poi, come nel caso di un profugo come me, possono aver giocato un ruolo importante nella formazione della tenacia e determinazione che ti porta a vincere. Vuoi  riprenderti quello che ti hanno tolto e cerchi di rifarti. E così  che è andata...”.
 
Tanta determinazione per giungere alle Olimpadi…
“Le Olimpiadi sono importanti perché hanno storia molto antica, un fascino particolare. Si svolgono una volta ogni quattro anni, si ha meno probabilità di vincere rispetto ai mondiali, agli europei,  a volte nelle Olimpiadi saltano le generazioni.  E’ la competizione più prestigiosa e ha un grande fascino, pensiamo alla convivenza fra atleti appartenenti a tanti popoli, messi lì tutti insieme… All’epoca mia, gli isolati erano i sovietici, gli atleti del blocco dell’est non potevano avere contatti con noi.  Quando ho fatto le prime Olimpiadi,  quelle del 1956, dopo i carri armati in Ungheria,  la squadra ungherese al passaggio dei sovietici sputava a terra. Che tempi….  Poi sono arrivate le Olimpiadi di Roma.  Roma era era tutta un’altra città, era tranquilla, molto più di adesso. Io qui a Roma, quando venivo da Genova, mi  riposavo. Anche il ritmo dei romani era diverso rispetto dal nord, si stava bene, mi ricordo che faceva tanto caldo nel villaggio olimpico con quelle le case di cartone. Alla fine me ne sono andato a dormire a Rocca di Papa. Il caldo  non si sopportava, si  marciava alle due del pomeriggio.  Le gare  mica erano come adesso che ti fanno partire alle cinque del mattino… noi si partiva alle due del pomeriggio, sotto il sole cocente, un caldo pazzesco. La gara di Roma fu il cinque settembre,  tanta umidità niente rifornimenti fino al decimo chilometro e non ci  davano integratori o sali. Solo acqua o tè. Eravamo mandati allo sbaraglio”. E le Olimpiadi di Tokyo?  "L' non era tanto meglio!  Tutti dicevano sarebbero state più tecnologicamente avanzate…. Macché. Facevano i conti con il pallottoliere.  Velocissimi sì, ma mi ha colpito che in banca usavano il pallottoliere per fare i conti quando in giro c'erano le macchine fotografiche più sofisticate. Forse le cose hanno cominciato a modernizzarsi da Citta del Messico in poi. Ma a Tokyo ho vinto”.
 
Ma questo sport le ha dato soddisfazione….”La soddisfazione non si misura su quello che appare agli altri, la mia più grande soddisfazione è che a nemmeno 23 anni ho fatto una gara al posto di Pino Dordoni , dove c’erano i migliori del mondo  e in piena forma. Ho pensato che sarei arrivato 15esimo invece mi sono buttato allo sbaglio e ho vinto , facendo il record!  Allenandomi tutti i giorni vinsi, da sconosciuto, una gara internazionale di 50km a Praga, battendo il record di quella competizione che apparteneva a un olimpionico cecoslovacco. Non mi sarei mai aspettato di vincere, mi sono buttato nella mischia .La gara si svolgeva tra Praga e Podebrady. Per arrivare alla gara feci un viaggio disastroso. La notte dormii appena tre ore. Gareggiavo contro  i migliori, olimpionici, primatisti del mondo, campioni europei. ‘Se arrivo tra i primi quindici – pensai tra me e me – sarebbe già un bel risultato’. Invece arrivai primo. Fra le mie soddisfazioni c’e’ sicuramente l’oro di  Tokyo, una rivincita su  Roma dove la medaglia, beh, me l’hanno fatta perdere! Anche a Melbourne avrei pottuta vincere… sì Roma e Melbourne sono un rimpianto. Quindi  Tokyo lo considero come un atto dovuto, nel senso che me lo meritavo.  Non dovevo fallire, anche se non partivo mai dicendo che dovevo vincere ad ogni costo. Io se stavo bene andavano tranquillo.Ma li’ in Giappone non volevo perdere. A Tokyo mi sono allenato da solo.  Con il mio allenatore privato e non abbiamo sbagliato. Io non volgevo sbagliare piu’. Ero stufo. E ho vinto!.
E ai giovani d’oggi cosa vogliamo dire? “I giovani devono avere motivazioni profonde, non l’idea della vittoria a tutti i cosi e il  guadagno.  Devono cercare di  superare se stessi.  E’ gia’ un successo quando vedi che migliori. Poi se superi anche gli altri, e’chiaro che hai vinto”.
Nostalgia?  “ Ma no, ho finito che ero saturo, ho gareggiato fino a 42 anni, ho fatto una lenta ritirata, ho allenato, ho vinto gare, quindi ho lasciato piano piano”
Un po’ della sua vita….”Io sono nato a Fiume e alla fine della guerra sono andato a vivere a Milano, dove era andato mio padre. Li’ abbiamo avuto problemi  a  rimanere, qundi siamo anadti  a Novara, campo di concentramento: ci consideravano fascisti, o pezzenti. Alla fine siamo andati  a Genova  ed e’ andata bene. Alla fine sono venuto a Roma, dove vivo e dove ho fatto anche da testimonial alla “corsa del ricordo” per commemorare la nostra storia di esuli.   Ora ho scritto un libro che racconta la mia vita. Si intitola: Abdon Pamich- memoria di un marciatore” .
Campione, allenatore, com’è lo sport in Italia? “Se ne parla tanto di farlo bene nelle scuole, le due ore di educazione fisica sono rimaste ma servono a poco.  Di farlo bene e potenziarlo a scuola se ne parlava gia’ dagli anni  60.   Per me lo sport nelle scuole deve diventare materia a tutti gli effetti,  non basta solo giocare.  Quelli che raggiungono certi livelli hanno appoggi  ma e’la base che soffre.
 
Dica la verita’, si aspettava di diventare cosi’ famoso quando era bambino?  “Ma io da piccolo non ci pensavo prioprio a diventare famoso. Ho accettato di marciare perche’ non potevo fare altro. Ma  sono soddisfatto,  ho ottenuto tanto.  Se avessi avuto le informazioni che hanno adesso avrei fatto meglio. Nel blocco orientale lo sport era una scienza. Quindi li’ c’era una cultura  sportiva, una scienza dello sport. Noi non  avevamo neanche  un  medico che ci seguiva.  Schwarzer?  Se e’ innocente e’ penoso che lo abbiamo messo alla berlina…non si puo’ fare  analisi a gennaio e controanalisi a giugno, questo e’ un mondo di matti e non mi ci riconosco.  E comunque oggi  gli atleti sono tutti mercificati, nessuno gareggia serenamente, noi andavano a gareggiare come a una festa, questi se perdono pensano di perdere valore sul mercato, io se andavo a gareggiare contro i sovietici e arrivavo quinto o sesto,  ero felicissimo perche’ era un grandissimo sucesso .  Oggi gli atleti  sono merce da vendere.  Noi no, noi  ci siamo veramente divertiti ….la marcia alla fine  era poesia anche se abbiamo faticato tanto". (AGI)