Il fascino discreto del Biathlon: diario olimpico dell'11 febbraio

Cosa è successo nella giornata dei Giochi, dove 'baby face' ha vinto in scioltezza e Carolina Kostner si libra sulle concorrenti più giovani

Il fascino discreto del Biathlon: diario olimpico dell'11 febbraio
FRANÇOIS-XAVIER MARIT / AFP 
Dominik Windisch (Afp) 

Il biathlon è vario (due specialità alternate, tiro a segno con la carabina e sci di fondo), il biathlon è moderno, il biathlon è antico (dal latino bi, due, e dal greco athlon, gara), il biathlon è legato al cronometro ma è anche alla fatica e alla freddezza, e alla capacità di reazione, perché ogni errore con la carabina comporta una penalità, quindi un surplus di fondo.

Il biathlon italiano aveva incredibilmente bisogno di firmare la prima medaglia azzurra all’Olimpiade di Pyeongchang, con il bronzo di Dominik Windisch nei 10 km sprint (in 23’46”5, dietro il tedesco Arnd Pfeiffer, 23’38”8, e il ceco Michal Krcmar, 23’38”8). Perché alla tv il grande pubblico scoprisse quant’è appassionante e divertente questa disciplina.

Una disciplina bella al femminile, dove l’Italia mette in vetrina ai Giochi il visino delizioso di Dorothea Wierer. E ancor più bella al maschile, dove sfodera il sorriso felice del 28enne altoatesino. Che, ai microfoni di Eurosport, si augura subito, con lo slancio sincero da grande appassionato: "Speriamo che con questa bellissima vittoria il biathlon diventi sempre più popolare. Dalle nostre parti, a Brunico, noi giovani o giochiamo a calcio oppure facciamo biathlon. Fa parte della nostra tradizione, e io da bambino saltavo scuola per andare ad Anterselva a vedere le gare di quelli che poi sono diventati i miei allenatori. Ma c’è anche meno concorrenza e quindi più possibilità di emergere".

Bellissima anche la reazione in diretta, col telecronista, quando non capisce la situazione (come spesso succede nel biathlon dove tutto è sempre appeso a un filo): “E' sicuro? Non ci credo, pensavo di avere perso l’occasione della vita e invece…”. Ha sbagliato l’ultimo tiro, come spesso succede nel biathlon, quando stanchezza e tensione fanno l’ultimo sgambetto. “Ho pensato: “Non è possibile… Eppure l’avevo visto bene!”. Ma ho reagito: quando sei a un’Olimpiade e senti che stai lottando per un bronzo, dai davvero tutto, sei solo tu e l’adrenalina… Sto sognando! Ringrazio mio fratello Markus che, da biathleta, mi ha aiutato tantissimo".

Le 4 precedenti medaglie olimpiche del biathlon azzurro (1 argento e 3 bronzi):

  • 1998 Nagano, argento di Pieralberto Carrara 20 km;
  • 1988 Calgary, Johann Passler 20 km e staffetta 4x7,5 km (Kiem, Taschler, Passler, Zingerle);
  • 2014 Sochi, staffetta mista (D.Windisch, L.Hofer, Wierer, Oberhofer).

Baby face fra le nuvole

Non ci crede, e si vede: anche sul podio, Red Gerard con quella faccetta furba da “Mamma ho perso l’aereo”, è spaesato, stralunato, tutto un sorriso, coi suoi appena 17 anni, da capolista di coppa del mondo che abbraccia l’oro olimpico di slopestyle ed è il manifesto ideale della nuova disciplina dello snowboard.

Perché uno che s’arrampica sugli spigoli, che salta sul trampolino naturale, e che si rovescia in aria deve avere proprio quell’aria scanzonata e sconsiderata, quegli indumenti larghi e casual. Così, col sorriso di chi è capitato sulla ribalta per caso e non si prende e non si prenderà sul serio, regala la prima medaglia d’oro degli Stati Uniti ai Giochi in Corea. E diventa il più giovane campione olimpico a stelle e strisce dal 1928, il più giovane del snowboard di sempre, il più giovane campione olimpico “Millenial” (nato dopo l’1 gennaio 2000). Beffando i due famosi canadesi Max Parrot e Mark McMorris.

Il biondino, secondo di sette fratelli cresciuto a Cleveland prima di spostarsi in Colorado, sorprende da sempre. Bimbo prodigio, camminava già a 9 mesi, a 2 anni andava sullo snowboard, a 6 già era in grado di effettuare un salto mortale all’indietro, a 15 era già in nazionale, e ora ride e scherza al cancelletto di partenza, da appena undicesimo all’ultima prova, mentre tutti gli avversari sono visibilmente tesissimi, e ricama una prova perfetta (delle tre, vale solo la migliore), con 87.16 punti, imbattibile per tutti, con tutti quei volteggi che sono permessi solo a chi è alto appena un metro e 50, poi confessa al traguardo: “Non mi attendevo nemmeno di andare in finale all’Olimpiade, figurati di vivere una medaglia ed addirittura l’oro. Non riesco a credere a quant’è successo, è pazzesco”. 

I record di precocità dei campioni alle Olimpiadi d’inverno:

  • 16 anni 261 giorni, Toni Nieminen (Fin), 1992, salto;
  • 17 anni 227 giorni, Red Gerard (Usa), 2018, snowboard;
  • 18 anni 8 giorni, Kim Dong-Sung (Cor), 1998, short track;
  • 18 anni 202 giorni, Dick Button (Usa), 1948, pattinaggio di figure.

Le autostrade… olandesi

Dopo la tripletta dei 3.000 donne, con oro, argento e bronzo, il pattinaggio velocità olandese festeggia Sven Kramer che s’aggiudica i 5000 metri con 6’09”76 (nuovo record olimpico), per la terza Olimpiade consecutiva. Davanti a Ted Jan Bloemen che, dal 2014, ha abbracciato il passaporto del padre e gareggia per il Canada, ma è nato e cresciuto in Olanda ed ha già assicurato un primato, oltre a quelli mondiali di velocità: è l’unico atleta pagato in bitcoin, grazie ad un contratto di sponsorizzazione con Ong e Ceek Vr, due aziende del settore informatico. Condivide le esperienze olimpiche sulla piattaforma Ong social ed è il protagonista di un’esperienza in realtà virtuale a 360 gradi su Ceek.

Kramer, invece, è una autentica leggenda: dopo l’argento di Torino 2006, ha dominato la scena, segnando la pista lunga a cinque cerchi, con otto podi, come nessuno mai in una singola specialità. 

E così il medagliere olandese del pattinaggio velocità arriva già a 4 su 6, ed è destinato ad rimpinguarsi ancora molto. Ma come si spiega questa dinastia nella specifica disciplina? La risposta arriva semplicemente dalla geografia: i Paesi con grandi montagne sfornano grandi atleti dello sci alpino, la Scandinavia produce super-fondisti, l’Olanda ha al massimo un paio di colline alte 330 metri, si trova sotto il livello del mare e, se non fosse per la sua incredibile catena di canali, sarebbe sempre sott’acqua. E i canali sono spesso ghiacciati, favorendo la skate mania dei suoi abitanti. Perché è facile e divertente, e perché è il sistema più facile per spostarsi, sulle autostrade di ghiaccio.

Cade, rimonta, sprinta, vince! 

A Pyeongchang, il podio olimpico di una stessa nazione nella 30 km maschile di fondo (15 km a tecnica classica e 15 a tecnica libera a inseguimento con cambio di sci in corsa) non è una novità. Anzi, è la replica di Sochi, quattro anni fa, quando ai primi tre posti si piazzarono tre russi. Stavolta, dopo i duri quattro giri, pieni di impervi saliscendi e curve strette, ci sono tre norvegesi: l’esordiente 23enne Simon Krueger si prende l’oro, davanti ai connazionali Sundby ed Holund.

Mentre delude la stella nascente di Norvegia, il 21enne Johannes Klaebo. La storia nella storia è la caduta nei primi due chilometri di Krueger - una sola vittoria e un terzo posto in coppa del Mondo - che, dopo accumulato anche 20” di distacco dai primi, rimonta, piazza anche lo sprint, quindi resiste trionfa a sorpresa in 1h16'20". L’azzurro De Fabiani è 20° a 1’34”9.

La superdinastia? E’ tedesca

Quattro anni fa, a Sochi, gli orange avevano firmato 19 medaglie su 27 di cui 6 ori, cioè il 70% del bottino, il 67% del metallo più prezioso. Un dominio impressionante e comunque giovane, perché dal 1980 avevano conquistato il 225 delle medaglie della velocità, tante, ma non tantissime. Molto meglio hanno fatto i tedeschi nello slittino, che hanno vinto il 37% delle medaglie di sempre e i danzatori russi di figure col 34%.

Dal 1980, la Germania s’è aggiudicata il 55% di medaglie d’oro (totale 22), contro il 54% (21) della Russia nelle 39 gare di pattinaggio artistico. Così come è impressionante la superiorità della Corea del Sud nello short track, con 37 medaglie (19) ori su 45 podi alle Olimpiadi invernali. Così come anche il Canada ha grandi numeri nel curling, col 33% di medaglie da quando è entrato nel programma olimpico, nel 1998.

E’ però giusto sottolineare che Germania e Russia sono state anche divise, frazionate, sotto altre etichette, e pure il Canada è un paese molto vasto, mentre l’Olanda è una, e molto più piccola come estensione e bacino d’utenza.

Slittino delle beffe

L’ultima manche dello slittino maschile diventa una beffa per il più forte dei cugini Fischnaller, Dominik, che, finalmente si scioglie, rimonta dal settimo al quarto posto (scambiandosi posizione con Kevin), ma rimane, con 3’10”934 complessivo, ad appena 2 centesimi dal bronzo. Interrompendo la tradizione da medaglia olimpica degli azzurri da Albertville 1992. Anche se la beffa più clamorosa castiga il grande favorito Felix Loch, inconsolabile al traguardo, che sembrava lanciato verso il terzo oro di fila nel singolo dopo Vancouver e Sochi ed invece, con due errori, compromette tutto e finisce appena quinto.

Storico successo di David Gleirscher: l’ultimo oro austriaco risaliva a Manfred Schmid, 50 anni fa, nel 1968.

Sveglia con Carolina

Sarà che la musica è cambiata, e i giudici sono tornati a privilegiare la leggiadria del balletto all’acrobazia. Sarà che davanti all’ultima occasione, o si crolla o si fanno meraviglie (“Mi sono sentita a mio agio sin dal primo momento in cui ho messo i pattini su questo ghiaccio, sono felice di essere qui. Non mi aspetto niente se non di riuscire a dare il meglio”). Sarà che l’esperienza in un’Olimpiade vale quanto un oro, e la gardenese è alla quarta presenza ai Giochi (“Certe dinamiche, dal Villaggio in giù, mi sono ormai note. Anche se ogni Olimpiade l’ho affrontata in fasi diverse della mia vita e quindi anche in stati d’animo differenti”). Sarà che lo spirito di squadra fa miracoli (“Siamo cresciuti insieme, siamo diventati amici, credo in questo gruppo”). Sarà che gli anni, 31, possono rappresentare solo un numero contro avversarie così giovani (“Quel che nessuno sa è che sono ancora una bambina anch’io…»). Sarà che le note d’accompagnamento, “Ne me quitte pas” (Non mi lasciare) di Celine Dion, sembrano profetiche.

Sarà quel che sarà, quel che è certo è che Carolina Kostner si rilancia alla grandissima, piazzandosi al secondo posto dopo il corto di figure. Con una prova piena di grazia e con una sola, vera, imperfezione, piazzandosi dietro solo alla fantastica russa Evgenia Medvedeva (75.10 contro 81.06). Significa possibilità di medaglia, perché sula sua scia Marchei e Hotarek fissano il record italiano (138.44 punti) e Cappellini-Lanotte sono quarti nella danza, apprezzatissimi dal pubblico, con la sensazione ancor più forte che avrebbero meritato di più dai giudici. Così l’Italia arriva, nella notte, ad una sola lunghezza dagli Stati Uniti, virtualmente di bronzo, alla vigilia di liberi uomini, donne e danza che decidono il podio a squadre e lasciano un segno decisivo anche per le prove individuali.

Suicidi e baci veri

Il vento cambia il programma olimpico: discesa maschile rinviata al 15 febbraio, SuperG slitta al 16. Domani c’è molta attesa per la 16 giapponese dello snowboard Reira Iwabuchi, protagonista in coppa del Mondo, omonima di un altro Iwabuchi, Sanji, l’ammiraglio della marina imperiale giapponese tristemente famoso in patria perché si suicidò durante la seconda guerra mondiale dopo la disfatta nella battaglia di Manila. Dopo l’argento d’acchito nei 3000 metri a Peyongchang, l’olandese Ireen Wust sogna di diventare la più vincente di sempre nel pattinaggio su ghiaccio. E’ a quota nove, alla pari della tedesca Claudia Pechstein, che s’è ritirata.

E’ esplosa il 12 febbraio 2006, a 19 anni, con l’oro nei 3000 metri ai Giochi di Torino, più giovane campionessa olimpica olandese di sempre. Ma forse è più famosa perché, durante la premiazione all’Olimpiade del 2010 a Vancouver, dove conquistò l'oro nei 1500 metri, baciò sulla bocca la compagna, nella vita e nella squadra, la pattinatrice di short track, Sanne van Verkhof. Due delle atlete dichiaratamente gay ai Giochi del 2014.

Uragano Shiffrin​

 

​Con la sveglia arriveranno notizie dal gigante donne, con esordio del fenomeno Mikaela Shiffrin e le azzurre, col poker azzurro Federica Brignone-Manuela Moelgg-Marta Bassino-Sofia Goggia, e forse la partenza partenza per evitare il forte vento che oggi. I sei podi nei sette giganti di coppa del Mondo disputati (tre Moelgg, due Brignone che ha vinto anche a Lienz e uno di Goggia) ci danno coraggio.

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