La settimana che ha cambiato per sempre la NBA

Un mercato estivo così non accadeva da anni. Tanti i fuoriclasse che hanno cambiato canotta: tra tutti Durant, Irving, Leonard e Davis. Il derby di Los Angeles diventa caldissimo e non c'è più una favorita per il titolo

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STREETER LECKA / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
Nba, il mercato dei free agent

Se un appassionato della NBA avesse spento il cellulare per una settimana si troverebbe totalmente disorientato. Negli ultimi sette giorni la geografia del più importante campionato di basket del mondo è stata rivoltata come un calzino. Quella che era stata ribattezzata l’estate dei free agent, ovvero dei giocatori che potevano cambiare squadra grazie alle condizioni dei loro contratti, non ha deluso.

A leggere i roster, ancora incompleti, delle 30 franchigie NBA ci si trova davanti a una metamorfosi tale che oggi è impossibile ipotizzare con certezza la squadra che partirebbe in pole position per aggiudicarsi il titolo. Di rado, infatti, c'è stato tanto affollamento ai nastri di partenza, tanto equilibrio. Mai tanto interesse per vedere cosa succederà in questa nuova NBA dove alcune tra le carte migliori sono state rimescolate nel mazzo e ridistribuite tra i partecipanti.

I campioni e i finalisti

A Toronto, dopo i festeggiamenti per il primo titolo della loro Storia, hanno dovuto fare i conti con quello che temevano di più: la partenza della loro stella, Kawhi Leonard. Ma non è stato un fulmine a ciel sereno. Quando lo hanno accolto, un anno fa, i Raptors sapevano che il loro non sarebbe stato un matrimonio “fino a che morte non ci separi” ma un’avventura stagionale. Di quelle che restano nella mente anche dopo anni. Non che la dirigenza canadese non ci abbia provato a trattenerlo. Ma per l’uomo della California il richiamo di casa è stato troppo forte. Toronto ripartirà da Siakam, Gasol e Lowry. L’anno prossimo tornerà avere spazio salariale e proverà a innamorarsi di nuovo. Aver sdoganato il Canada come luogo che freme per il basket aiuterà ad attirare nuovi campioni al di là del confine. E forse questa è la conquista più grande.

 

A Oakland l’era dei Warriors è finita. Ma non in maniera così netta come tanti pensavano. È vero, Kevin Durant ha fatto i bagagli e ha lasciato nello spogliatoio la canotta di Golden State piegata con cura ma trattenere Klay Thompson e affiancare a Steph Curry il talento di D’Angelo Russell significa aver deciso di stare ancora ai vertici della NBA. Mancherà tanto Iguodala (finito a Memphis), meno Cousins (ai Lakers), ma i guerrieri, pur non invincibili, sono pronti a sfoderare le loro armi migliori per arrivare ancora una volta in fondo alla corsa.

 

Western Conference

A Los Angeles sarà un anno caldo, caldissimo. Il derby tra Lakers e Clippers non è mai stato così atteso. Stavolta non c’è solo il primato cittadino, che nella città della Californi conta tantissimo, ma c’è la possibilità che le due squadre si sfidino per aggiudicarsi il ticket delle finali. Da una parte c’è LeBron James che ha finalmente accolto Anthony Davis in squadra dopo aver accarezzato l’idea in inverno. Un asse, quella guardia-centro, che in passato ha già fatto la fortuna della squadra gialloviola. Accanto, sfumata la possibilità di prendere un terzo violino (ma il mercato è ancora lungo) tanti buoni giocatori: dal campione in carica, Danny Green, agli ex-Warriors Cook e Cousins. La conferma di Kuzma e i ritorni di di Caldwell-Pope e Rondo per un roster più profondo e ambizioso. Aver mancato i playoff, la scorsa stagione, è una ferita che ancora brucia.

 

Dall’altra parte, pronto a guastare i piani dei cugini, c’è Kawhi Leonard che ha deciso, un po’ a sorpresa, di accettare la proposta dei Clippers. Convinto pare dall’altro grande affare realizzato dalla dirigenza dei Clips:  Paul George, uno dei principali realizzatori (e difensori) della NBA preso dagli Oklahoma City Thunder in cambio di tante future scelte al draft e due dei migliori giocatori in rosa: Danilo Gallinari e Gilgeous-Alexander. Accanto ai due nuovi fuoriclasse, la conferma di Beverley e Zubac. La squadra c’è, il campo dirà se è già pronta per prendersi il titolo.

Una trade, quella di George, che non è piaciuta molto all’altra stella di Oklahoma, Russell Westbrook, nonostante l’uomo delle triple-doppie ormai sia abituato agli addii dei suoi compagni più dotati: prima Harden, destinazione Houston, poi Durant verso Oakland e ora George. Quest’anno, insomma, la stagione dei Thunder rischia di essere ancora più anonima con il brontolare della guardia che, dicono alcuni giornali, potrebbe chiedere di essere ceduto. Miami è già pronta ad accoglierla.

 

Ma non è finita qua. Sono molte le squadre che ambiscono ad arrivare più lontano possibile nei playoff. Quasi tutte caratterizzate dalla presenza di una coppia di giocatori a cui affidare il timone della squadra. C’è Portland che ha riempito letteralmente di soldi Damian Lillard (196 milioni di dollari nei prossimi 4 anni) e che spera in un’altra grande stagione di McCollum; c’è Denver che spera nell’esplosione defintiva di Murray e Jokic; c’è Houston che, dopo un paio d’anni in cui si prospettava persino il titolo, oggi riparte con meno certezze: nonostante la presenza di James Harden e Paul. Un passettino più indietro ci sono anche Utah, con Mitchell e Bogdanovic, San Antonio, che riparte con le sue certezze (coach Popovich su tutte) ma che dovrà fare a meno anche di Ettore Messina, tornato in Italia sulla panchina di Milano, e Sacramento, l’unica forse a puntare forte sul team, con meno solisti e più senso di appartenenza.

Uno sguardo curioso lo meriteranno altre due squadre. La prima è New Orleans che, orfana di Anthony Davis, metterà sul parquet la scelta numero uno del draft, il predestinato Zion Williamson (senza dimenticare Nicolò Melli arrivato dalla Turchia per inseguire il sogno della vita). La seconda è Dallas che può contare su un duo europeo, Doncic e Porzingis, attesi da una stagione di conferma e consacrazione. Poche chance, invece, per Phoenix, Memphis, Minnesota.

 

Eastern Conference​

Se non è difficile ipotizzare l’abdicazione di Toronto dal trono a Est, è meno facile individuare chi rimpiazzerà i canadesi. La favorita, tra le franchigie, è la regina di questo mercato: i Brooklyn Nets. I due nuovi arrivi, Kyrie Irving e Kevin Durant, insieme a Temple e DeAndre Jordan, non possono che rivelare le ambizioni della squadra. Ma l’infortunio dell’ex stella dei Warriors potrebbe rimandare quest’ambizione di dominio di un anno. La soddisfazione più grande, per il pubblico di Brooklyn, è aver strappato agli odiati Knicks, il ruolo di prima squadra a New York. Non uno smacco da poco.

 

Che sia l’anno di Milwaukee? L’MVP della passata stagione, Giannis Antetokounmpo, ha avuto ciò che voleva: la conferma di Middleton, Hill e Lopez, giocatori chiave per la squadra. E intanto ha firmato un biennale anche suo fratello. La famiglia, prima di tutto (ma il fratellino ha talento e lo dimnostrerà). Vedremo se tutto ciò basterà per fare l’ultimo passo che manca verso la Finale. Boston ha dovuto accettare la partenza di Irving consolandosi con Kemba Walker, arrivato da Charlotte e pronto a cancellare le ultime delusioni in casa Celtics. Philadelphia, invece, parte più ambiziosa che mai. Ha perso Jimmy Butler, vero, ma l’arrivo di Al Horford e la conferma di Tobias Harris, fanno sì che debba essere per forza essere messa tra le maggiori pretendenti per aggiudicarsi l’eredità di Toronto.

Un passo più indietro, con ambizioni di playoff, stanno i Pacers che hanno messo a disposizione di Victor Oladipo altri due giocatori di talento come Brogdon e Lamb, i Magic che hanno confermato il duo Vucevic-Ross, gli Heat della coppia Dragic-Butler, i Wizards guidati da John Wall e i Pistons, che hanno firmato (e scommesso su) Derrick Rose. In fondo alla classifica tanta tristezza per i tifosi degli Hornets di Micheal Jordan (incapaci finora di rimpiazzare Kemba Walker) dei Knicks, dei Bulls, degli Hawks e dei Cavaliers. Per loro questa è stata un’altra settimana di frustazione. La NBA è cambiata, certo, ma non per tutti.  



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