La morsa degli ultras sulle squadre italiane

Un'inchiesta del Guardian ripercorre 50 anni di rapporti tra club italiani e tifoserie: 382 gruppi, dai Fedayn ai Boys e ai Drughi 

La morsa degli ultras sulle squadre italiane
L'esultazione dei giocatori della Juventus con i tifosi dopo la vittoria con il Napoli, 13 febbraio 2016

Roma - Il fenomeno ultrà, il potere delle curve e il rapporto talvolta oscuro tra i club e le tifoserie organizzate sono sviscerati in un'inchiesta pubblicata dal Guardian. Il quotidiano britannico, partendo dal giallo del suicidio di Raffaello Bucci, l'ultrà dei Drughi coinvolto nel traffico di biglietti e abbonamenti finito al centro di una indagine sui presunti rapporti tra il mondo della Juve e la 'ndrangheta, ha ripercorso la storia di circa 50 anni del fenomeno in Italia, per certi versi paragonato agli hooligans old style, per decenni una spina nel fianco del governo britannico. Gli appassionati di calcio in Italia - spiega il quotidiano - sono noti per il loro sostegno febbrile alla squadra. La parola italiana tifoso si traduce come coloro che sono affetti da tifo. Ma il termine ultrà in molte occasioni si identifica con fanatici e con gruppi creati non solo per sostenere la squadra di calcio, ma per promuovere il proprio marchio, il proprio nome e i propri interessi.

Il Guardian ricorda quindi che i primi gruppi ultrà in Italia si sono formati alla fine degli anni '60 tra i sostenitori di Milan, Inter, Sampdoria, Torino e Verona, bande numerose e talvolta violente. Gruppi spesso vicini alla destra o influenzati dalla letteratura sulle guerriglie di sinistra o sulle insurrezioni partigiane: Brigate, Fedayn, Commando. Nel corso del tempo, quando il teppismo negli stadi è aumentato, i gruppi hanno iniziato ad anglicizzarsi, e ad assumere nomi come Fighters, Old Lions, Boys. Verso la metà degli anni '70, ripercorre il quotidiano, tutti i più importanti club italiani avevano i loro gruppi ultras e solo dieci anni più tardi, ognuno ne aveva decine, mossi dall'obiettivo di prendere possesso del centro della curva, luogo dove tradizionalmente si ritrovavano i fan dei ceti sociali meno abbienti, che il più delle volte coincidevano con i tifosi più calorosi.

Il quotidiano associa alle curve italiane una simbologia territoriale e ricorda che in molte occasioni sono diventate veri e propri centri di spaccio e 'ring' di risse, scazzottate, a volte accoltellamenti tra gruppi uniti dall'amore per i colori della squadra, ma allo stesso tempo spesso divisi dai propri interessi. In Italia, si rileva nell'articolo, ci sono 382 gruppi ultrà. Alcuni dei quali esplicitamente politicizzati (40 di estrema destra e 20 di estrema sinistra). Il nome del gruppo a cui apparteneva Bucci, Drughi, è preso in prestito da Arancia Meccanica, la pellicola del 1971 di Stanley Kubrick sulla banda criminale che trascorre il tempo dedicandosi a sesso, furti e violenze estreme gratuite. In uno sport che spesso percepiscono come un concentrato di slealtà, sia dei giocatori, che delle società, gli ultrà si considerano come gli unici elementi veramente fedeli di un club: i giocatori e i presidenti passano, la curva resta a difesa della maglia. In un mondo spesso considerato senza radici, far parte di un gruppo della tifoseria organizzata fornisce un senso di appartenenza.

Ma il lato oscuro degli ultrà, rileva l'inchiesta del quotidiano britannico, ha portato gli ultras a rendersi protagonisti di numerosi espisodi di violenza legati al calcio negli ultimi 50 anni, e a essere spesso coinvolti in attività illecite, bagarinaggio, contraffazione di merci, spaccio di droga. In alcuni casi sono diventati i garanti dei club, coloro che consentivano alle società di avere uno stadio 'sicuro'. Il rapporto tra società calcistiche e ultrà non era basato sul confronto aperto, ma sul compromesso segreto, sottolinea il quotidiano britannico, citando le parole un legale, secondo il quale la relazione tra il club e la tifoseria organizzata era semplicemente il compromesso tra le regole e la realtà. La pianificazione delle azioni di molti gruppi ultras, prosegue l'inchiesta, è quasi militare: organizzano agguati ai gruppi delle squadre rivali per strappare i loro vessilli, considerati la bandiera di un nemico; annunciano il loro ingresso negli stadi con bandiere, canti, tamburi e lanci di razzi e petardi; alcuni hanno una propria uniforme e punti di incontro nei bar, nei club dei soci privati, loghi, slogan, trofei. Quando Bucci è arrivato a Torino, nella metà degli anni '90, ricostruisce il quotidiano, i gruppi ultrà erano all'apice della loro potenza, tanto da essere in grado di bloccare l'acquisto di calciatori sgraditi.

Anche per motivi politici e di razzismo, come nella vicenda di Ronny Rosenthal, l'ex calciatore israeliano che nel 1989, acquistato dall'Udinese, fu respinto dalla società friulana dopo le visite mediche, ufficialmente per problemi di salute, ma il tribunale di Udine stabilì che la dirigenza del club agì per timore delle frange estreme del tifo che aveva accolto Rosenthal con scritte antisemite. Ricordando gli episodi in cui le società sono finite in 'ostaggio' della volontà dei tifosi, il quotidiano ricorda la rivolta dei tifosi della Lazio nel 1995, contro l'allora presidente Sergio Cragnotti, costretto ad annullare la trattativa per la cessione di Beppe Signori al Parma, primo caso in cui la passione popolare costrinse un club di serie A a trattenere un giocatore. Di razzismo fu vittima anche il giocatore olandese di colore e di origine ebraiche della Lazio, Aron Winter: quandò firmò il contratto, nel giugno del 1992, a Formello comparvero svastiche e scritte 'Winter raus'.

Dando uno sguardo alle statistiche, il Guardian ricorda che il numero dei feriti dentro e fuori gli stadi italiani è passato dai 400 della stagione 1995-96 ai 1.200 nel 1999-2000. I nomi dei 'martiri' delle violenze da stadio sono comparsi sui muri delle città a colpi di vernice spray: Vincenzo Paparelli, tifoso laziale morto dopo essere stato colpito da un razzo partito dalla curva opposta poco prima di un derby all'Olimpico; Antonio de Falchi, romanista ucciso nel 1989 all'esterno dello stadio San Siro prima di Milan-Roma; Claudio Spagnolo, pugnalato a morte nel 1995 a Marassi prima di Genoa-Milan; Antonio Currò, ferito a morte dall'esplosione di una bomba carta prima dello spareggio Catania-Messina nel 2001; Sergio Ercolano, tifoso napoletano ucciso ad Avellino nel 2003 durante gli scontri con la polizia. In tempi più recenti, difficile dimenticare il derby del 2004 tra Roma e Lazio all'Olimpico, costretto alla sospensione da gruppi ultras della Roma dopo che si era diffusa la voce della morte di un tifoso investito da un'auto della polizia, con l'immagine del capitano della Roma Francesco Totti circondato da tifosi che gli chiedevano di non giocare.

Il predominio in curva vale oro, significa essere l'intermediario del club, il destinatario di biglietti gratuiti, favori personali, viaggi gratis. Dopo l'uccisione, nel 2007, dell'ispettore capo di polizia Filippo Raciti a margine di un derby Catania-Palermo i politici italiani, osserva il quotidiano, sono stati costretti a confrontarsi con il fenomeno: campionati sospesi per una settimana, divieti di portare allo stadio razzi, megafoni e tamburi veicoli blindati telecamere di sicurezza. Ma ciò non ha impedito il ripetersi di altri gravi episodi: nel 2012 Genoa-Siena interrotta per 45 minuti per lancio di fuochi d'artificio in campo con i tifosi di casa che urlavano ai giocatori della propria squadra, in netto svantaggio, di togliersi le maglie; nel 2013 lo choc di Salernitana-Nocerina, Lega Pro, partita iniziata con 40 minuti di ritardo per minacce ai giocatori ospiti e sospesa dopo 20 minuti di gioco dopo tre sostituzioni immediate e cinque 'infortuni' che ridussero la squadra in 6 e costrinsero l'arbitro a fermare il gioco; fino alla finale di Coppa Italia del 3 maggio 2014, prima della quale fu ferito a morte il tifoso napoletano Ciro Esposito: la gara fu disputata grazie alla mediazione con la polizia di Gennaro De Tommaso, noto come 'Genny 'a carogna', il capo ultrà del Napoli che diede il suo assenso dopo che la curva partenopea era contraria a giocare.

Per approfondire: