La televisione dice addio all'inventore del calcio parlato che immaginò il Var 

È morto Aldo Biscardi, giornalista televisivo che con il suo Processo ha rivoluzionato il modo di parlare di pallone in tv

La televisione dice addio all'inventore del calcio parlato che immaginò il Var 
Foto: Andrea Oldani / AGF 
Aldo Biscardi (AGF) 

Profeta della moviola in campo o re del calcio parlato da bar dello sport? Maestro di giornalismo televisivo o personaggio da teatrino pallonaro? Aldo Biscardi ha sempre diviso. Amatissimo dal suo pubblico che lo ha seguito anche quando lasciò la Rai all’inizio degli Anni Novanta o quando portò il Processo sulle reti locali minori. Mal sopportato da una certa intelligentia – o presunta tale – che lo ha sempre visto come un agitatore di masse televisive e talent scout di opinionisti-urlatori che - il lunedì da lui e gli altri giorni della settimana in altre trasmissioni  - hanno inventato quel calcio parlato tanto di moda ancora oggi, sia pure con look molto diverso.

 

 

Forse Aldo Biscardi è stato tutte e due le cose. Fu colui che più di ogni altro si battè per ottenere la moviola in campo, ovvero la possibilità di sfruttare la tecnologia alle partite di calcio, ultimo tra gli sport di massa ad aver opposto resistenza fino all’ultimo alla modernità (chissà poi perché, visto il business in gioco). Quello strano gesto con cui i direttori di gara disegnano oggi nell’aria uno schermo televisivo, annunciando la consultazione del Var, il Video Assistant Referee, fu proposto e immaginato 35 anni fa dal meno telegenico dei cronisti sportivi italiani.  Oggi siamo tutti esperti di ‘Istant Replay’ in Nba, ‘Occhio di Falco’ nei tornei dello Slam, prove televisive e fotofinish. Ma nel 1983 non era così e ci chiedeva modernità e visione nello sport era preso per matto e passava per naif.

 

 

Scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera: "Biscardi è stato molto bravo a inscenare psicodrammi nazionali, un formidabile attore. È stato comunista ma anche grande amico di Berlusconi; è stato moggiano ma anche sodale degli accusatori di Moggi; è stato uno che stenta a capire le cose ma anche uno che ha capito tutto. La sua forza? È stato l’ultimo erede dell’istrione itinerante, il comico dell’arte che recita “a soggetto” lasciando a sé a e a suoi comprimari ampi spazi d’improvvisazione, pur nella fissità di fondo. L’importante è durare, come suggeriva Ennio Flaiano: seguendo le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell'adulazione, impassibili davanti a ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta”.

 

 


"Dentro un’aneddotica sterminata - racconta Antonio Dipollina dalle colonne di Repubblica - una sorta di Blob vivente di se stesso, Biscardi è stato per decenni l’autobiografia visibile del calcio italiano e dei suoi tifosi. Con tecniche televisive da urlo (magari gli scappò e fu un infortunio, ma cosa c’era di più perfetto del suo “Non parlate tutti insieme, massimo due o tre per volta”?), tutto rigorosamente live e in qualche modo sorvegliato passo dopo passo. Dovette cedere solo quella volta, era il 2000, in cui il terzo giorno gli arbitri si arrabbiarono davvero e decisero una denuncia pesante, lui si presentò col suo avvocato e tentando di farlo alla chetichella piazzò una memoria difensiva il cui succo era “Guardate che qui in trasmissione non facciamo sul serio, è uno show tutto inventato per divertire e quindi non c’è niente di penalmente rilevante”. 


 

“Sono molto addolorato - dice Antonio Varriale a Gazzetta.it - è stato lui a permettermi di affacciarmi alla ribalta nazionale. Credeva nei giovani e li lanciava, mi affidò la Nazionale nel '90. Come giornalista ha creato un genere, che vanta più tentativi di imitazione della settimana enigmistica. Quando arrivai a Roma in Rai le trasmissioni sportive erano molto impostate. Lui ebbe la grande intuizione di portare i commenti caldi di tifosi alti e bassi abbinandoli a un fiuto per la notizia che ne faceva un giornalista di razza. Finché è stato in Rai è stato straordinario, i suoi Processi ai Mondiali nel 1990 facevano più share della partita stessa. Poi è diventato più personaggio e ha dovuto mantenere livello di ascolti: per questo ha dovuto esagerare con scoop e quant’altro. Ma resta uno che ha creato un genere vero e proprio. Aveva un grande senso dell’ironia, soprattutto su di sé. Sapeva scherzare sui suoi difetti".



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