L'esibizione dei The Zen Circus a Sanremo, raccontata da loro

20 anni di carriera per arrivare sul palco dell'Ariston e rimanerne positivamente colpiti. Il cantante Appino: "Sto notando un sacco di valutazioni positive quindi temo che l’ultimo posto sia andato"

L'esibizione dei The Zen Circus a Sanremo, raccontata da loro 
 (Afp)
  The Zen Circus, Sanremo

I The Zen Circus quest’anno festeggiano i vent’anni di carriera, dieci dall’uscita di “Andate tutti affanculo”, il disco che li ha consacrati come pilastri del panorama indipendente italiano. Un panorama indipendente al quale quest’anno il direttore artistico Baglioni ha deciso di aprire ufficialmente le porte, regalando così alla band un esordio che celebri una carriera così importante e, soprattutto, significativa.

Una carriera della quale vanno estremamente fieri, tanto da dichiarare la loro volontà di portare tutto questo sul palco dell’Ariston: “Noi non siamo da soli lì, con noi ci sono quelle centinaia di migliaia di ragazzi che in questi vent’anni e ancora oggi affollano i piccoli club di tutta Italia”. “Il circo che va al circo” dichiarano in conferenza stampa, e la compagnia è numerosa, dato che la loro esibizione all’Ariston ieri ha coinvolto un corpo di ballo che li ha accompagnati mentre il testo della loro canzone senza ritornello si snodava meravigliosamente bene, con una performance da grandi mestieranti quali sono.

Soldati che mostrano Emoji di Whattsapp al posto delle maschere greche e bandiere nere che sventolano richiamando, vagamente, ammettono, alla simbologia anarchica. Ma sull’aspetto politico del pezzo e della musica in generale hanno un’idea molto chiara: “Le canzoni sono sempre politiche, anche Chi non lavora non fa l’amore era una canzone politica, noi seminiamo dubbi”.

Anche questo probabilmente frutto di una promessa fatta tanti anni fa, quando hanno iniziato a suonare insieme: “La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”. E questa verità è palpabile in tutta la loro lunga opera, ad ogni live, compreso quello di ieri sul palco del Festival. Un’onestà, si, anche politica, perché “non è possibile chiudere gli occhi rispetto a ciò che ci circonda”, che li differenzia da molti (non tutti fortunatamente), i cantanti in gara. Gli Zen non si tradiscono, riescono a piegare il mezzo televisivo al loro modo di fare rock, anche quando non è rock, perché come dichiara giustamente Andrea Appino, la voce della band, con un aforisma da imprimere nelle sale prova di tutto il mondo: “Il rock è rock proprio perché può anche non essere rock”.

Così scompaiono le pellicce, i fiori, la tv, lo share, e il Festivàl viene denudato di tutta la sua tradizione per mettersi al servizio del Circo Zen e del loro messaggio senza bandiere perché (altra promessa fatta tra di loro) “Quello che porti sul palco non deve mai avere nessun colore politico”.

Com’è andata ieri?

Noi puntavamo a ultimo posto e premio della critica, quello era l’obiettivo massimo. Perché meglio un risultato pessimo che mediocre. Però paradossalmente sto notando un sacco di valutazioni positive quindi temo che l’ultimo posto sia andato.

E come lo avete trovato questo festival?

Be, noi siamo aiutati da un cast che è praticamente un Primo Maggio. Pazzesco, arrivo qua e ci trovo Nada, ci trovo Motta, ci trovo gli Ex-Otago…per noi ha assunto veramente i connotati di una festa. Anche perché noi non siamo adusi alle competizioni, ma siamo felici perché festeggiamo più che altro una ricorrenza, i dieci anni di “Andate tutti affanculo”, che è il primo album in italiano e il ventennale della nostra carriera. Forse Baglioni se l’è “ammuscato” e c’ha fatto questo regalo, c’ha concesso di festeggiare degnamente.

Ma il festival secondo voi non si è accorto tardi di questo gruppo di artisti?

Eh ma si sta rimettendo in pari con gran velocità. Quello che sto sentendo in questi giorni è una grande volontà di prendere il polso della musica italiana attuale. Bello. Io (a parlare è Ufo, storico bassista della band) sono rimasto, per esempio, benissimo, dall’esibizione di Mahmood. Mi è piaciuto da morire. Finalmente con lui si arriva in Europa, una dimensione più internazionale. Il festival certamente ha vissuto un periodo di bolla, autoreferenziale, ma spesso le macchine così grandi hanno bisogno di più tempo per cambiare; sicuramente è una virata forte su quello che è il paese reale. Non è il festival, è l’Italia stessa che arriva sempre un po' dopo. Adesso lo showbiz ha capito che ci sono, ti dico due nomi a caso: Calcutta, TheGiornalisti, Gazzelle, Carl Brave, Salmo…che fanno delle cose importanti e giustamente si stanno rendendo conto che il paese ha vari strati, vari livelli di celebrità e di successo, e vanno interpretati e capiti. Il web poi ha cambiato tutto, ha fatto diventare la musica l’unico ambito dove la meritocrazia è arrivata davvero.

In conferenza stampa avete detto di essere qui anche in rappresentazione di tutto il vostro pubblico, e invece rispetto altre realtà del circuito indipendente? Sentite di rappresentare un po’ anche chi appartiene a quel mondo e non ha avuto la vostra stessa possibilità?

In un certo senso si, ma siamo sempre stati riluttanti al timbro “indie” o che…preferisco parlare di uno spicchio di popolazione in generale, che comprende tutte le realtà culturali, non solo musicali. In quel senso si.



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