Chi sono, cosa pensano e cosa suonano i Pinguini tattici nucleari

"Ci poniamo degli obiettivi ogni giorno, è una cosa giusta da fare. Tra 10 anni speriamo di essere i Coldplay. O i Pooh"

pinguini tattici nucleari
Pinguini Tattici Nucleari/Facebook
Pinguini Tattici Nucleari

Uno degli aspetti più intriganti della nuova discografia, quella che stiamo imparando a conoscere a tentoni, ma soprattutto quella che viaggia senza le rotelle, senza quell’ingombrante e costosissimo supporto fisico, è che lascia sempre aperte le porte alle storie personali, e capita che certe storie personali alle volte abbiano i connotati della favola. In quale altro modo si potrebbe raccontare la storia dei Pinguini Tattici Nucleari, se non come una favola?

Anche il nome della band ricorda quello di un film della Pixar, ma dietro c’è un progetto musicale serissimo, manifesto perfetto di ciò che sta accadendo nella musica italiana, dove il fatto che ci siano tanti volti nuovi è qualcosa di decisamente secondario, molto più importante che sia stato varato un nuovo modo di raccontare se stessi, un nuovo linguaggio che è riuscito nel silenzio del mainstream a diventare mainstream.

Così l’Italia viene invasa dai sold out, i ragazzi tornano a vivere l’esperienza del live, la musica torna ad invadere prepotentemente, attraverso le nuove inarrestabili tubature del web, la nostra vita. Una sorta di nuovo romanticismo o romanticismo 2.0 se preferite, dove se la poetica ancora non può fare scuola, e chissenefrega in fondo se la farà mai, di romantico sono rimaste le storie, quello è certo, dei protagonisti.

Come quella dei Pinguini Tattici Nucleari, che nel 2012 sono una band Death Metal ma poi virano abilmente verso l’indie nel 2014, con l’uscita del primo album “Il Re è Nudo”. È vero, il panorama della musica indi(e)pendente per quanto possa essere gradevole, a tratti anche esaltante, specie al primo sguardo, alla lunga può anche annoiare, è indubbio che esista una certa conformità stilistica, specie da quando i producer si sono “sgamati” un sound che “va”, i Pinguini però quel sound lo anticipano di almeno due/tre anni così possiamo tranquillamente metterli nella lista di quelli che un certo modo di fare musica, portando alla ribalta le sonorità, la meravigliosa imprecisione e la spregiudicatezza di chi proviene dalle cantine, di chi puzza di cantine, se lo sono inventato.

Partiamo dal principio, perché Pinguini Tattici Nucleari?

"Il nome è nato quasi per caso, quando eravamo ancora adolescenti, agli inizi. Ci sembrava accattivante, e col tempo ci siamo affezionati. In diversi lo amano, altri dicono che non è un bel nome, per noi è un po’ come un indirizzo email di quelli imbarazzanti che si creano a 14 anni. Gli vuoi tanto bene e non lo cambi, per amore, e anche un po’ per ricordarti da dove vieni".

Voi siete molto giovani, vi aspettavate che il vostro progetto potesse avere così tanto seguito?

"Onestamente no. Nessuno si aspettava che avremmo fatto questo di lavoro, lo consideravamo più un sogno che altro. Tra noi c’è chi lavorava in aeroporto, chi ha fatto il guardiano in un museo e chi semplicemente stava completando studi in altre discipline. Poi è arrivata la musica, e tutti hanno lasciato ciò che stavano facendo senza pensarci due volte, perché nella vita è molto raro che i sogni ti bussino alla porta due volte".

Sapreste dire qual è stato il momento esatto in cui vi siete resi conto che da gioco era diventato qualcosa di più serio e, soprattutto, significativo per il pubblico?

"Probabilmente dopo Gioventù Brucata, il nostro album uscito nel 2017. In quel momento abbiamo notato come, giorno dopo giorno, il pubblico ai concerti cominciava a crescere. Prima ancora degli streaming, delle radio o di altri professionisti del settore, noi abbiamo notato la gente ai live. Poi tutto, pian piano, è seguito".

E ora che siete dentro il mercato discografico? Come avete trovato questo mondo?

"È un mondo complesso, con delle sue dinamiche e delle sue tempistiche. Ogni musicista deve fare i conti con questo, non solo noi, ma chiaramente il duro lavoro e la flessibilità aiutano. Nella discografia i tempi sono quasi sempre stretti, frenetici, e raramente ci sono periodi di calma. Si deve arrivare preparati e capire che scrivere, registrare e promuovere un disco è una cosa molto complessa, che non può essere presa alla leggera. A volte si sta a discutere di un arrangiamento fino alle 3 di notte e si va a letto senza aver deciso nulla".

Vi siete posti degli obiettivi? Dove vedete i Pinguini tra 10 anni?

"Ci poniamo degli obiettivi ogni giorno, è una cosa giusta da fare. Tra 10 anni speriamo di essere i Coldplay. O i Pooh".

Questa risposta è interessante, perché se i Coldplay sono visti evidentemente come simbolo di un successo globale oggettivamente complesso da raggiungere, quella sui Pooh ci permette di ragionare sul futuro di questa discografia. È possibile per una band proseguire nel proprio cammino, passando da questo modo di fare, vendere e distribuire musica, arrivando a diventare un’icona storica come lo sono i Pooh? Difficile a dirsi, intanto però i Pinguini Tattici Nucleari questo mondo se lo stanno mangiando a morsi: l’ultimo album “Fuori dall’Hype” è il loro primo prodotto sfornato da una mayor, la Sony; Massimo Bonelli, patron del Primo Maggio in piazza San Giovanni, li ha convocati per il Concertone e il tour va quasi ovunque sold out.

Dalle cantine della loro Bergamo (quindi, ed è importante farlo notare, lontani da Roma, da dove questo nuovo movimento ha preso piede) a tutto questo, il passo non è affatto breve, anche quando breve è stato il tempo che ci hai messo per arrivarci. E allora questa è una favola, una di quelle favole che solo l’indie o itpop, o in qualunque modo si decida di chiamarlo, può raccontare.

Storie di chi è arrivato sul palco di piazza San Giovanni dopo averne calcati e sudati tanti, club su club di tutta Italia, isole comprese, ed ora riescono a star lì senza alcuna voglia di fermarsi.

Si perché l’ultimo album dei Pinguini Tattici Nucleari, il già citato “Fuori dall’Hype”, in fondo è questo che ci dice tra le righe, che Riccardo Zanotti, Nicola “il Cotoletto” Buttafuoco, Elio “Bandolero Seducente” Biffi, Lorenzo “Cosa?” Pasini, Simone "Perditore di targhe" Pagani e Matteo “Tamagotchi” Locati, non sono cambiati, al massimo sono maturati.

Il disco infatti ha il merito di imporsi, di avere un sound più pulito e soprattutto più consapevole, come se si volesse finalmente nobilitare quello che, nell’accezione più positiva possibile, fino a quel momento si considerava un gioco. Un lavoro da band old style, dal manifesto “Fuori dall’Hype” alla generazionale “Antartide”, alla personalissima “Monopoli”, una bomba pronta ad esplodere nei live, alla divertente e scanzonata “Nonono”, fino all’intima “Scatole”, e poi ancora “Sashimi”, così piena, sicura, sfrontata e funky, forse la canzone più bella del disco, forse tra le loro più belle canzoni in assoluto; “La banalità del mare” piena di preziosismi mai fini a se stessi, “Verdura” primo singolo estratto e non a caso, perché è una canzone che funziona in maniera perfetta, così neanche il conseguenziale successo radiofonico del pezzo può essere archiviato come un caso.

Niente in realtà in questa favola è un caso, perché, prima di tutto, parliamo di musicisti che oltre ad essere bravi posseggono quella che i napoletani chiamano “cazzimma”, suonano quello che va ma lo fanno andare molto più veloce e spedito, sono abbastanza chiari e limpidi per funzionare dinanzi al grande pubblico, in piena rampa di lancio per il mainstream, e abbastanza “sfigati” per appassionare il pubblico “indie”. Se poi diventeranno o meno i Pooh difficile a dirlo, ma la bellezza delle favole, si sa, è che non si sa mai come vanno a finire.    



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