Da Caparezza a Neffa, le recensioni dei dischi di Pasqua

Da Caparezza a Neffa, le recensioni dei dischi di Pasqua

Settimana pregna di ritorni, da quello di Vasco Brondi post Le Luci della Centrale Elettrica e anche quello politicamente impegnato dei 99 Posse. Ottimi i dischi di CIMINI e Bianco, bocciati gli “Amici di Maria De Filippi” sangiovanni e Aka 7even

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© ZUMAPRESS.com / AGF  -  Caparezza

AGI - Settimana pregna di ritorni, da quello di Caparezza, che ci ripropone il suo rap cantautorale di altissimo livello; a quella di Neffa, in napoletano, con la classe che lo ha sempre contraddistinto. E poi il ritorno di Vasco Brondi post Le Luci della Centrale Elettrica, in una versione quasi teatrale di se stesso, e anche quello politicamente impegnato dei 99 Posse, che restituiscono alla scena rap un po' di quella lotta andata perduta nei meandri della superficialità in cui rischia di affogare la scena nostrana. In zona indie ottimi i dischi di CIMINI e Bianco, bocciati gli “Amici di Maria De Filippi” sangiovanni e Aka 7even, molto più divertente il country all’italiana dei Keet & More e il nuovo singolo di Davide Diva, chicca della settimana.

Caparezza

“Exuvia”: è Caparezza che si è inventato questo futuristico crossover tra rap e cantautorato impegnato e questo nuovo singolo prosegue spedito in quella direzione. Un ritorno felice ma soprattutto necessario, specie considerando che il suo ultimo album risale al 2017, discograficamente parlando un’era fa, un’era in cui il rap non era quello che è nel 2021, un’era in cui si intravedeva ma non ci aveva ancora invaso tristemente questa continua ed ossessiva ricerca della semplicità. “Exuvia” invece è un brano estremamente complesso, tecnicamente intellettuale, serve concentrazione per stargli dietro, servono più ascolti affinché se ne percepisca la grandezza, riesce ad essere trascinante senza rinunciare ad una sorta di malinconia di base, un tempo di fuga meravigliosamente angosciante, in cui forse Capa, come dice nel testo, gioca “alla pari con l’età” per combattere un mostro, quello del nostro passato, che prima o poi va affrontato, anche se il buon Dio ti ha regalato una smisurata quantità di talento. L’impressione è che Caparezza anche nel disco che seguirà voglia raccontare questa sua aspra battaglia e noi ci leccheremo i baffi e asciugheremo le lacrime.

Neffa

 “AmarAmmore”: Non poteva non esserci la parola “Amore” nel titolo di questo disco, perché è evidente che tutto parte da lì. Neffa ritorna dopo anni e canta in napoletano, la sua seconda lingua, quella della sua Scafati, abbandonata all’età di otto anni ma rimasta sempre nella sua vita. Parliamo di un piccolo capolavoro, non solo perché composto da canzoni belle, qualsiasi cosa voglia dire “bello” quando ci riferiamo ad una canzone, ma perché dalla prima all’ultima nota si materializza nelle nostre orecchie l’ispirazione autentica che ha guidato penna e voce di Neffa. Neffa, come al solito, va oltre, prende in mano spunti dell’urban napoletano grezzo di oggi, utilizzandolo per declinare e salvaguardare il sentimentalismo neomelodico classico della canzone napoletana. Un esperimento sia complicato e folle che il cantautore di adozione bolognese riesce a portare a casa con tale leggiadria e poesia da far restare letteralmente a bocca aperta.

Vasco Brondi

“Chitarra nera”: C’era grande curiosità di ascoltare il primo singolo di Vasco Brondi post Le Luci della Centrale Elettrica. Non solo perché abbiamo amato profondamente il progetto Le Luci della Centrale Elettrica, ma soprattutto perché volevamo capire la necessità di abbandonare quel progetto per raccontare altro, con un’altra faccia, un altro nome. Probabilmente “Chitarra nera” non risolverà il mistero perché, come scritto sui social dallo stesso Brondi, nonostante sia il primo singolo ad anticipare l’uscita del suo prossimo album, è una cosa quasi a parte e non fatichiamo a capirne il motivo. “Chitarra nera” è più che altro un monologo, molto ben scritto, molto ben recitato, che rievoca inevitabilmente la poetica unica di Vasco Brondi ma che, proprio per l’intensità delle immagini che ci offre, fatichiamo a chiamare canzone. Detto ciò parliamo di una favola cupa, di una storia che oscilla, come al solito, tra cieli stellati e tane di topo, tra nuvole e cemento, tra aria e asfalto; un cortometraggio amaro e struggente, come una preghiera in ritardo. Bentornato.

99 Posse

“Comanda la gang”: Sono passati anni ma i 99 Posse continuano sulla loro strada, il che è una buona notizia, segno che parliamo di artisti coerenti, e non avevamo dubbi, che hanno il chiaro intento di utilizzare la propria (buona) musica per far girare un messaggio ben preciso, una volontà talmente ferrea che spesso la canzone ne esce quasi sacrificata, alle volte il concetto politico sovrasta quello musicale, il che non è necessariamente un male.

Certo, c’è da dire che quando le due strade procedono spedite a braccetto vengono fuori dei piccoli capolavori di rabbia sociale che al momento risulterebbero perfino necessari in una scena rap che non fa altro che rimbalzarsi a vicenda il proprio ridicolo machismo. Il punto è che “Comanda la gang” non è “Quello che” o “Curre curre guagliò” o “Rigurgito antifascista”, è un buon brano accompagnato da una cover meravigliosa offerta dal buon Davide Toffolo.

Myss Keta

“Il cielo non è un limite – Lato B”: Ieri Myss Keta è stata fotografata senza mascherina, ora possiamo tornare a fregarcene di che faccia ha Myss Keta, per la cronaca una specie di Giorgia Meloni dai tratti meno rigidi, una Giorgia Meloni che vince le elezioni, giusto per intenderci. La nostra vocalist, portata in auge da questo tratto di storia all’insegna della superficialità, ha ritenuto indispensabile sganciare nell’etere un lato B del suo “Il cielo non ha un limite”, come se il lato A non fosse punizione sufficiente.

Due brani, il primo, “MIRIAM”, non sarebbe nemmeno male, se non fosse che non si capisce una parola di ciò che canta (o parla) la nostra Myss; il secondo “L 02 E FREESTYLE” è un’improbabile sequela di parole degna delle peggiori sbronze, quelle che prendono male male e il giorno dopo ci si sveglia con la bocca impastata sperando di non averle dette a voce alta, in pubblico; qui addirittura sono incise e diffuse su Spotify.

Ketama126

“Aquile”: Il rapper di Latina, uno dei maggiori talenti della scena capitolina, mette su un pezzo che dovrebbe rappresentare una metafora del volare alto, ma non è che basta semplicemente dirlo. Alla prossima.

CIMINI

“Pubblicità”: Un album da vero cantautore, otto brani che guardano alla vita attraverso gli occhi di CIMINI, attraverso la sua poetica malinconica eppure sempre così vitale. Tutti pezzi forti, tutti pezzi significativi che, tra l’altro, ci restituiscono un CIMINI non solo in forma ma anche in crescita, in maturazione, in grado di lasciare sul palato quel gusto agrodolce da domenica pomeriggio. Riflessioni profonde raccontate con la leggerezza di chi si guarda intorno accettando la vita per quella che è. Bravissimo.

Colombre

“Il sole non aspetta”: Siamo sempre stati diffidenti dell’atteggiamento etereo di molti esponenti della scena indie, alle volte sembra quasi un modo piuttosto subdolo di autodarsi del Battiato mascherando un’anima da Tommaso Paradiso. Al contrario, in Colombre troviamo sempre un’estrema autenticità in ciò che canta e come lo canta, in ciò che dice e come lo dice; stavolta, per esempio, gioca sul concetto di attesa, un concetto che ormai ci è tristemente familiare, e lo fa con un brano quasi in 3D, che ti tira dentro una sorta di limbo, inquietante, avvolgente, poetico, necessario.

Sangiovanni

“Hype”: è preoccupante la quantità di spoesia (cioè il contrario, il nemico, l’opposto della poesia) che viene rifilata agli ascoltatori più giovani e sprovveduti.

Random

“Nuvole”: Il primo istinto, finito l’ascolto dell’intero album, è quello di chiamare il direttore e chiedere un aumento.

MamboLosco feat. Nardi e Finesse

“Demone”: Solita noiosissima orgia di egocentrismo trap. Niente di speciale. Niente di niente.

Nayt 

“Mood”: Una mitraglietta di parole messe in fila senza un respiro e senza inciampare mai. Non c’è spazio né tempo né modo per non lasciarsi trasportare, investire, da questo treno che ti arriva addosso, da questa sonora dose di sberle, di storie, dove dentro c’è di tutto. C’è Nayt e la sua vita, ovviamente, ma anche la nostra, questo perché quando il rap si fa strumento per raccontare qualcosa e non per accumulare più follower su Instagram, diventa inarrestabile, vivo, significativo. Questo è il rap di Nayt.

Bianco

“Canzoni che durano solo un momento”: Un album divertente, godibile, in cui viene fuori bene l’unicità di Bianco come cantautore, il suo modo di aprire finestre su storie che ci lascia sbirciare con un retrogusto talmente realistico da diventare quasi voyeuristico.

E poi la maturità, certo, il mestiere, la capacità di maneggiare con cura tutto l’apparato musicale mettendo al mondo un disco che si ascolta con estremo piacere, senza pause, senza staccarsi mai, senza stancarsi mai. Le intuizioni nel duetto con Dente, “Morsa”, ci lasciano particolarmente soddisfatti; ma ottime anche “Biglie” e “Mattanza” in duetto con Colapesce; poi, son gusti eh, le canzoni sono tutte valide, cosa che, conoscendo Bianco, non stupisce questo granché.

Aka 7even

“Mille parole”: Nel mondo esistono gli oceani e le pozzanghere, alla fine è una questione di profondità; ecco, brani di queste entità diciamo che si possono affrontare in tutta serenità senza salvagente, ma anche senza costume da bagno, ma anche senza paura che una macchina passi e ti schizzi l’acqua addosso. L’inesistenza impacchettata e venduta in tv come talento, un crimine contro l’umanità.

Keet & More

“You Better Watch Out”: Il country all’italiana, allegro, fresco, ma allo stesso tempo strutturato, con riferimenti decisamente alti. Non musica per feste o per sagre televisive, ma roba vera, tosta, da prendere sul serio, anche se loro la smistano con estrema simpatia. Evviva.

Tancredi

“Fuori di testa”: Pop di alta qualità, che nonostante l’acerbità guarda al futuro, di strada ce n’è da fare, eccome, ma perlomeno si cammina, si porta avanti un’idea, un concetto musicale ben preciso, che magari non guarderà al cantautorato denso, impegnato, complesso, ma che diverte, su questo non c’è dubbio.

Davide Diva

“Luna”: Voce intensa, idee chiare, l’evidente voglia di comunicare qualcosa e la capacità di farlo. Davide Diva è una promessa vera del circuito indie, questa sua “Luna” è malinconica e divertente, intrigante e spensierata. Ottimo lavoro.