Chi è Motta, il cantautore che ha riportato poesia e nostalgia nella vita dei vostri figli

E per questo andrebbe ringraziato, perché loro sono la prima generazione da quasi 50 anni che non ha alcun timore della nostalgia. Anzi, la loro musica indie ha riscoperto le meraviglie della tristezza, dell’introspezione, dell’innamoramento non corrisposto, di tutte quelle emozioni che, volenti o nolenti, tutti abbiamo provato, tutti abbiamo odiato e tutti abbiamo poi rimpianto. 

Chi è Motta, il cantautore che ha riportato poesia e nostalgia nella vita dei vostri figli
foto: Facebook 
Francesco Motta 

 

“Che cosa avete contro la nostalgia, eh??” recita Romano, il personaggio interpretato da Carlo Verdone ne La Grande Bellezza di Sorrentino. Lo dice al pubblico mezzo addormentato della scena, ma lo sta evidentemente dicendo a noi tutti. Cosa abbiamo da temere della nostalgia?

Perché noi italiani siamo sempre stati così attratti dalla malinconia, dalla tristezza, idolatrando la nostra letteratura classica, impregnata, come la t-shirt di una ragazza in corsa per Miss Maglietta Bagnata, dei sentimenti più deprimenti mai concepiti da mente umana, per poi, in certi frangenti, specie musicali, rifiutarla come la peste? Preferendole qualsiasi cosa suoni incomprensibilmente spagnoleggiante, orecchiabile fino al midollo. Semplice e basta. Come se non avessimo mai abbastanza tempo da perdere con certe riflessioni. Che il tempo l’è danee e noi non possiamo perderne per certi sentimentalismi da perdenti, no?

La carriera di una delle più preparate interpreti del cantautorato italiano, Mia Martini, fu mortificata dall’ignoranza di molti. Di chi la definiva triste, di addetti ai lavori che si grattavano i sacrosanti al suo passaggio, di chi mise in giro la voce che portava “sfiga”. E Mimì non ce la fece, fu tutto molto più grande e crudele del sopportabile. Stessa fine rischiò di farla Marco Masini, un musicista dal talento infinito, autore di alcuni classici della musica leggera italiana che resteranno incisi nella nostra memoria per sempre. Quanti dei tromboni del canto allegrotto all’italiana sarebbero in grado di scrivere un capolavoro assoluto come Ci vorrebbe il mare? Pochi. 

Chi è Motta, il cantautore che ha riportato poesia e nostalgia nella vita dei vostri figli

Una generazione, quella targata ’80/’90, forse troppo distratta dalla felicità plastificata della tv commerciale, di Drive In, di quel boom economico, quel mercato dove bastava essere in grado di rubare qualcosa per portarti a casa il risultato; Non è la Rai prospettava per la prima volta un mondo dove per passare da un lato all’altro dello schermo televisivo bastava un niente, giusto magari una figlia quindicenne da dare in pasto ad un’orda di pubblico assatanato. Era tutto così dannatamente felice in quegli anni.

Logico che cantautori di un certo tipo, artisti che avevano la voglia, la necessità, di porsi qualche quesito in più risultassero stonati rispetto al contesto. E tu con loro. Per cui se volevi ascoltare Il Cielo della Vergine, uno degli album italiani più belli degli ultimi quarant’anni, dovevi farlo, cuffie in testa, nella tua stanza, da solo. Altrimenti eri uno sfigato, un debole. Che diavolo c’avete contro la nostalgia?? Ha ragione quel romantico di Romano, rifiutato pure lui da una parte dalla mondanità capitolina perché troppo triste, perché troppo poco avvezzo a quei trenini che, come dice il protagonista Jep, “non portano da nessuna parte”. 

Chi è Motta, il cantautore che ha riportato poesia e nostalgia nella vita dei vostri figli
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Francesco Motta 

Perché questa premessa parlando dell’artista di questa settimana? Perché stavolta i vostri figli salgono in cattedra, anzi, dovrebbero prendervi dalle orecchie e mandarvi in punizione dietro la lavagna, come si faceva ai vostri tempi. Questo perché oggi dai vostri figli, da questa ignorante gioventù trappata, come l’abbiamo definita più volte, avrete una lezione da imparare. Perché loro sono la prima generazione da quasi 50 anni che non ha alcun timore della nostalgia. Anzi, la loro musica indie ha riscoperto le meraviglie della tristezza, dell’introspezione, dell’innamoramento non corrisposto, di tutte quelle emozioni che volenti o nolenti, se dentro di voi gli ormoni lasciavano spazio a un minimo di decenza, tutti abbiamo provato, tutti abbiamo odiato e tutti abbiamo poi rimpianto.

Quindi allacciatevi le cinture, state per addentrarvi in un luogo che puzza di bancone in legno appiccicaticcio di birra, di nostalgia canaglia, di canne fumate contro il cielo stellato, di amori finiti e delusioni annacquate nel pianto. Spegnete la tv dalle luci fosforescenti, dai conduttori abbronzati dodici mesi l’anno, delle vallette scosciate e dei cantantucoli gonfiati con il Crystal Ball. Mettete un attimo in pausa la vostra aridità, quella che vi ha resi così cinici, così dannatamente attaccati a tutto ciò che vi appare facile e tangibile, così inclini a dribblare il più possibile qualsiasi tipo di problema. Per un po' parleremo di musica, e voi zitti ad ascoltare canzoni meravigliose, di un artista destinato indubbiamente a prendersi una fetta della torta.

Chi è Motta, il cantautore che ha riportato poesia e nostalgia nella vita dei vostri figli
foto: Facebook 
Francesco Motta 

 

Chi è Motta

Francesco Motta nasce a Pisa da famiglia livornese nel 1986. La sua carriera inizia quando fonda i Criminal Jokers, band che riscuoterà un certo successo nel panorama sotterraneo della new wave italiana. Il loro disco lo produce Andrea Appino, frontman degli Zen Circus, una delle band storiche dell’indie italiano, quando ancora la parola indie aveva un senso ben preciso; quindi non esattamente il primo che passa.

Lui nel frattempo gira facendo il polistrumentista nei tour più importanti del circuito, per cui suona con Nada, Pan del Diavolo, Giovanni Truppi e, chiaramente, con i suoi amici Zen Circus. Per un periodo poi lo troviamo trasferito a Roma, al Centro Sperimentale di Cinematografia, corso di composizione per film. Siamo nel 2013 e per tre anni in linea di massima la sua vita sarà questa. Arriva il 2016, Francesco porta con sé un bagaglio di esperienze mica da ridere, l’ambiente lo adora, nonostante un carattere schivo e introverso. Il talento è fuori discussione. 

Esce così La fine dei vent’anni e il mondo dell’indie riceve uno scossone mai visto prima. Il cantautorato di Motta è preciso nei contenuti, acerbo e stonato quanto basta per nascondere la perla che cela. I ragazzi accorrono in massa agli innumerevoli concerti che gli tocca fare a zig zag per la penisola. Il disco viene candidato e vince, sbaragliando gli avversari, la Targa Tenco come migliore opera prima. Ed è la migliore, non c’è dubbio. Motta per realizzarla ha chiamato a raccolta alcuni dei musicisti, tra i migliori in circolazione, con i quali già si era trovato a collaborare, e a produrre il disco c’è Riccardo Sinigallia, quel gran genio che sta dietro ai successi, per citarne un paio, di Niccolò Fabi, Max Gazzè, Tiromancino e Coez.

Dall’album cadono già una serie di singoli dall’intelaiatura raffinatissima: Del tempo che passa la felicità, lo stesso La fine dei vent’anni, la meravigliosa Prima o poi ci passerà, Sei bella davvero, Roma Stasera, Mio padre era un comunista. Canzoni che arrivano dirette come cazzottoni, come la sua voce inconfondibile che riflette un’anima certamente, com’è giusto che sia, in tormento. Parole urlate a mezza gola, vomitate dentro un microfono che rappresentano perfettamente l’angoscia di una generazione tradita da chi l’avrebbe dovuta proteggere, proprio da voi genitori che state a leggere pensando che in fondo per tirare su un figlio basta mettergli sotto il naso una teglia di pizza al taglio e allungargli mezzo centone il sabato da spendere in cocktail di pessima qualità con gli amici. E amen. 

L’angoscia di una generazione che, prima di questa infornata di cantautorato indipendente sorretto dalla potenza della rete, non aveva trovato il modo di venire fuori mancando il giusto linguaggio, il giusto momento, il giusto pubblico, affinché potesse esplodere in tutta la sua lagnevole bellezza. Perché sono lagne le canzoni di Francesco, specie quelle del disco di esordio, gigantesche e strepitose lagne, come quelle di un figlio che aspettato in silenzio il lungo rimprovero del padre finalmente poi può dire la sua.

Passano due anni, arriva l’aprile del 2018. Motta nel frattempo a suon di concerti è diventato richiestissimo e il suo carattere, rimasto sempre cupo e riflessivo, ne disegna attorno quasi un’aura di mistero. Il cantautore triste, maledetto e irraggiungibile nei suoi pensieri, ma ciò che appare non corrisponde, come quasi sempre, alla realtà. Francesco si dichiara fin da subito al contrario quasi felice, probabilmente è più che altro impegnato nell’uscita del nuovo album preannunciata dalla stupenda La nostra ultima canzone, pezzo geniale che glorifica quella famigerata spietata nostalgia di cui sopra (Prendiamoci da bere/Come se questa fosse l'ultima notte insieme).

Le malelingue parlano di un disco dove Motta in pratica non fa altro, pezzo dopo pezzo, che spiegare e argomentare il fatto di aver chiuso una storia, voci dicono particolarmente lunga, per cominciarne un’altra con la splendida Carolina Crescentini. Questo non è affar nostro, noi qui parliamo di musica, e da quel punto di vista la maturazione di Francesco Motta è evidente, anzi, quasi esponenziale. Il suono è più pulito, la grammatica si è fatta più matura, ci sono gli archi, c’è una storia da raccontare, c’è un linguaggio più ricercato. Ed è di nuovo premio Tenco, stavolta come miglior album in assoluto. Ecco, la maturazione, quella della quale abbiamo parlato più volte in riferimento a questi cantautori indipendenti: a fare un disco che funziona son bravi (quasi) tutti, ma a maturare nel secondo poi? Pochi. Motta è tra questi pochi. Il secondo album, che procede nello snocciolamento dei singoli con un’altra gemma come Vivere o morire, ci presenta un Motta che, per sua stessa ammissione affronta i suoi demoni per uscirne vincitore sereno. Che dipenda da un nuovo amore, da tre settimane rimasto in famiglia per concepirlo, dalla propria personalissima ricerca musicale, importa pochissimo, Motta nel frattempo è diventato una realtà tangibile. Una realtà destinata a fare storia, ad accostarsi ai grandi, se ancora conserverà la voglia e la capacità di analizzare se stesso e la vita che lo circonda col suo personalissimo stile. Se avrà voglia di ospitarci ancora una volta, per qualche pezzo, dentro di lui, in mezzo a quell’illuminato tormento, arruffato come lo sono regolarmente i suoi capelli.

Ora tacete, pensate a quella persona con la quale avete ancora qualcosa in sospeso, immaginate di averla davanti ai vostri occhi chiusi, vicina da poterla toccare. Sorridete. Ascoltate La nostra ultima canzone in cuffia. In silenzio. Poi piangete. Poi ditele addio, non troverete mai parole migliori.   

Questo essenziale manuale è rivolto a quei genitori che non vogliono restare indietro, che vogliono capirci di più del mondo dei loro figli attraverso ciò che, come accade per tutte le generazioni, li crescerà e formerà più di quanto loro, mammà e papà, ne avranno mai capacità e potenzialità. La musica. La loro musica. Prima di partire allacciate bene le cinture, mettete da parte i vostri dischi dei Beatles, Adrianone Celentano, Mina e Battisti, la tv in bianco e nero, Berlinguer, e ogni vostro singolo pregiudizio su quanto tutto ciò che avete vissuto e ascoltato voi fosse infinitamente più “giusto” del loro e, già che ci siete, eliminate per sempre anche l’utilizzo del termine “giusto”, che non credo abbia mai significato alcunché a parte tirare una linea rispetto a ciò che è “sbagliato”. Antitesi che potrebbe contribuire non poco a formare una generazione di iscritti a Casa Pound.



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