Chi è Galeffi, il 28enne romano diventato subito icona del cantautorato indie

Manuale per genitori indi(e)pendenti/5 Ha solo un disco all’attivo, uno dei migliori della scorsa stagione. Dieci pezzi, storie reali, giovani, fresche, percepite dal pubblico in maniera del tutto naturale, spontanea, ma soprattutto veloce

Chi è Galeffi, il 28enne romano diventato subito icona del cantautorato indie

Roma. Villa Ada. Esterno notte. Le luci sono basse ma non ho dubbi né su dove mi trovo, né sul fatto di essere attorniato da esseri umani indiscutibilmente più giovani di me. Il sesso che prevale, come per tutti gli aspetti della vita, è quello femminile.

Il vociare ha quella tipica freschezza che risulta estremamente irritante a chi supera i 30 anni. Prima o poi arriverà un momento della mia vita in cui guarderò un ragazzino di vent’anni con i capelli lunghi al vento, magro, abbronzato, che cinge la vita di una ragazzina anch’essa ventenne, sorridente nella sua sacrosantissima insolente giovinezza e gli strizzerò l’occhio con tenera nostalgia; ma quel momento è decisamente lontano, al momento lo odio e basta.

Sul palco sta per salire Galeffi.

Non sono andato a Villa Ada per sentire lui, non perché non ne apprezzi le potenzialità, anzi, l’ho sentito più volte e in diverse occasioni, e non è mai successo che alla fine del concerto mi salisse la voglia di aspettarlo fuori con una spranga di ferro, cosa che mi succede anche abbastanza spesso.

Sono andato a Villa Ada per sentire altri due artisti previsti in apertura, entrambi (come Galeffi) appartenenti alla squadra della Maciste Dischi, un’etichetta nuova che opera nel mercato indie con un successo ed una professionalità ammirevoli, Mox (un cantautore del quale molto sentiremo parlare nella prossima stagione) e Diamine (una band che ricorda le sonorità di Cosmo, solo molto più autentica per quanto ancora acerba).

La situazione che però si è venuta a creare dopo mi ha praticamente incatenato al prato della meravigliosa villa romana. Ed ora vi spiegherò il perché.

Chi è Galeffi

Partiamo dalle dovute presentazioni: Galeffi, cognome del giovane Marco, romano, diventato icona di un certo tipo di cantautorato indie dall’enorme successo (Villa Ada, per dire, non era così piena nemmeno per un superconcerto come quello dei Gogol Bordello). Marco ha appena un disco all’attivo, uno dei migliori della scorsa stagione; dieci pezzi, dieci pezzi di lui in realtà, storie reali, giovani, fresche, immediate, attuali, che sono state percepite dal pubblico in maniera del tutto naturale, spontanea, ma soprattutto veloce.

Scudetto, disco pieno di speranza ma assai poco profetico per il nostro autore romanista sfegatato, viene distribuito il 24 novembre 2017. La presentazione, prima uscita ufficiale, primo concerto con un disco sulle spalle, avviene al Monk di Roma il 30 novembre 2017. Sei giorni. Sold out. Roba seria.

Roba che fa pensare che Galeffi abbia qualcosa di speciale, qualcosa che colpisce immediatamente il pubblico, che resti, alle volte, perché no?, suo malgrado nelle orecchie di chi ascolta. Una volta lessi l’intervista ad un discografico che disse una cosa estremamente interessante sul segreto del successo dei TheGiornalisti: l’onestà. Essere onesti nel trasmettere la propria passione è un requisito fondamentale per chi vuole proporsi al pubblico.

Se limitate il successo dei TheGiornalisti​ al fatto che la musica anni ’80 sia tornata di moda, di Cosmo perché si è inventato un genere a metà tra l’autoriale e il ballabile, di Calcutta perché molto semplice e di Motta perché la tristezza nella musica tira sempre, vuol dire che non c’avete capito niente. E non c’avete capito niente nemmeno se state dall’altra parte, a fare gli artisti cool che sperimentano esorbitanti rotture di palle, se giocate a fare i cantautori simil-Battiato con un vuoto incolmabile che vi separa le orecchie, o se per stupire avete bisogno di suonare le corde di uno stendino da bucato al posto del basso. L’onestà, aveva ragione quel discografico, paga indiscutibilmente meglio di qualsiasi altra vostra qualità abbiate o crediate di avere.

La necessità di raccontare delle storie e la capacità di farlo senza inutili orpelli, avendo il fegato di rivolgervi a qualcuno guardandolo negli occhi senza tentare di stupirlo con giochi di prestigio da mago per feste di bambini. Galeffi è così. Si presenta un po' impacciato, con gli occhialini da sfigato, vestito come se dovesse andare ad un concerto indie piuttosto che tenerlo. Entra in scena e parla al suo pubblico come parlerebbe, chitarra al collo, la notte di ferragosto, ad un gruppo di amici attorno ad un falò.

Cosa si prova ad un concerto di Galeffi 

La musica di Galeffi per quanto divertente e ottimamente prodotta, non è la mia. Normale. Io c’ho 34 anni, un affitto da pagare, una panza di birra che fa capolino ogniqualvolta faccio finta di dimenticarmi di andare a correre (cioè sempre) e una serie di dubbi esistenziali che con ogni probabilità mi mangeranno via il fegato e il cervello portandomi ad una triste e prematura dipartita. Ma questo non è un problema per Marco, perché Marco non parla a me e non fa nemmeno finta di volerlo fare.

Marco mi scavalca con un cucchiaio più preciso di quello di Totti contro l’Olanda. Marco non mi si fila. Marco parla al pubblico attorno a me. Parla della sua passione per Paolo Nutini e Cesare Cremonini, del suo ricordo del giorno in cui la Roma ha vinto lo scudetto e lui, 10 anni, in giro con il padre felice come non lo sarà mai più nella vita, del tormento di non sapere che farne della propria vita, in bilico come lo siamo stati tutti tra musica, università e il sogno di indossare una maglia da calciatore per mestiere; e poi gli amori, certo, quando nascono, quando finiscono; tutte cose che se Dio vuole non ci riguarderanno mai più, ma che rimpiangeremo per tutta la vita. E il pubblico ricambia il suo sguardo con una luce negli occhi di impagabile valore. Lo scambio che avviene mentre lui snocciola i brani di Scudetto e saluta timidamente la sua famiglia presente allo show, è magico.

È la stessa luce che probabilmente si poteva scorgere nei miei occhi quando ascoltavo Max Pezzali, un qualcosa che nella sua semplicità ti fa sentire un po' meno maturo e incazzato. Una chiave per capire cosa pensano i giovani, qual è il loro linguaggio, cosa vogliono dire quando si dicono che “mi fai sentir Tottigol”. Faccio fatica, lì a Villa Ada a non commuovermi di fronte a tutto questo. Non perché, ripeto, le canzoni siano commoventi, ma perché è meraviglioso, specie per chi si occupa di musica, accorgersi che esistono realtà di questo tipo.

Percorsi come quello di Galeffi, che considerare da solo, senza il suo pubblico sarebbe inutile. Sono invece un progetto unico, che viaggiano all’unisono, in una sorta di totale dipendenza reciproca. Ed è giusto così per un cantautore giovane che ha ancora una carriera davanti a sé. E se sarà in grado di maturare col suo pubblico, mantenendo questa splendida onestà, insieme daranno vita ad una storia meravigliosa che varrà, certamente (ma su questo lui crediamo non sia affatto d’accordo), molto più di uno scudetto della Roma.

Questo essenziale manuale è rivolto a quei genitori che non vogliono restare indietro, che vogliono capirci di più del mondo dei loro figli attraverso ciò che, come accade per tutte le generazioni, li crescerà e formerà più di quanto loro, mammà e papà, ne avranno mai capacità e potenzialità. La musica. La loro musica. Prima di partire allacciate bene le cinture, mettete da parte i vostri dischi dei Beatles, Adrianone Celentano, Mina e Battisti, la tv in bianco e nero, Berlinguer, e ogni vostro singolo pregiudizio su quanto tutto ciò che avete vissuto e ascoltato voi fosse infinitamente più “giusto” del loro e, già che ci siete, eliminate per sempre anche l’utilizzo del termine “giusto”, che non credo abbia mai significato alcunché a parte tirare una linea rispetto a ciò che è “sbagliato”. Antitesi che potrebbe contribuire non poco a formare una generazione di iscritti a Casa Pound.



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