Chi è Ghali, l'autore di Cara Italia che tutti gli italiani dovrebbero ascoltare

Manuale per genitori indi(e)pendenti/4 Si ritaglia quasi 32 milioni di ascolti con questa serenata al nostro paese in cui si pone interrogativi che qualsiasi ragazzo italiano dovrebbe porsi come prioritari

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Benvenuti. Questo essenziale manuale è rivolto a quei genitori che non vogliono restare indietro, che vogliono capirci di più del mondo dei loro figli attraverso ciò che, come accade per tutte le generazioni, li crescerà e formerà più di quanto loro, mammà e papà, ne avranno mai capacità e potenzialità. La musica. La loro musica. Prima di partire allacciate bene le cinture, mettete da parte i vostri dischi dei Beatles, Adrianone Celentano, Mina e Battisti, la tv in bianco e nero, Berlinguer, e ogni vostro singolo pregiudizio su quanto tutto ciò che avete vissuto e ascoltato voi fosse infinitamente più “giusto” del loro e, già che ci siete, eliminate per sempre anche l’utilizzo del termine “giusto”, che non credo abbia mai significato alcunché a parte tirare una linea rispetto a ciò che è “sbagliato”. Antitesi che potrebbe contribuire non poco a formare una generazione di iscritti a Casa Pound.

Ghali Amdouni, in arte Ghali

Bentornati nella vostra rubrica per genitori indi(e)pendenti, quei genitori che vogliono capire dove hanno sbagliato quando beccano i loro figli nella cameretta ad ascoltare Amore e Capoeira piuttosto che a smanettare su YouPorn come ai bei tempi. Ora, come ogni settimana, allacciate le cinture, riponete ben piegati nel fondo del cassetto dei calzini i ricordi delle vostre serate in discoteca quando a un certo punto si ballava “il lento”, ormai di lento qui sono rimaste solo le nostre menti annebbiate dal caldo e dall’egoismo.

Chiudete WhatsApp, che l’idea di mio padre che mi parla con le emoticon mi rattrista più di un Masini d’annata. Poi, considerato l’artista della settimana, bloccate la stesura di quel post/trattato sul vostro profilo Facebook che attacca con un “Non sono razzista, ma…”, perché, vi svelo io l’arcano mistero prima del vostro strapagato terapeuta Freudiano: quel “ma” vi rende indiscutibilmente razzisti.    

Il mio amico Alessandro, sorseggiando una Ipa, mi dice: “Che poi le donne non capiscono mai quanto è fondamentale per noi uomini brontolare!”. Amen. Non ho altro da dire. Le donne, gli amici, i propri vecchi genitori, l’alcool, of course, perfino un video degli ultimi minuti della semifinale con la Germania ai mondiali del 2006 con la telecronaca di Fabio Caressa, possono provocarci riflessioni profonde sulla propria esistenza. Roba seria. Di quelle cose che ti fanno decidere, di punto in bianco, di metter su e ascoltare dalla prima all’ultima nota un album di Gianluca Grignani. Cose che fanno male insomma. Quindi figuriamoci se non può farlo il tuo lavoro.

E te ne accorgi quando stai lì a far battute sulla Trap, tronfio del tuo abbonamento premium a Spotify pieno zeppo di classici del rock, e ti ritrovi ad ascoltare Ghali. E ti piace. Non trovi niente del quale brontolarti. Un problema vero per un essere umano di sesso maschile, di italica discendenza e sicula stirpe, che per mestiere scrive di musica. Insomma, toglietemi tutto ma non il brontolio di sottofondo che fornisco con gaudio ai limiti dell’autoerotismo a chi mi orbita intorno. Caro Ghali, m’hai proprio fregato.

Nasce e cresce a Milano, quartiere Baggio, nel 1993 da genitori tunisini. Si avvicina al rap nel 2011 col nome di Fobia, mettendo dunque all’inizio da parte il suo vero nome: Ghali Amdouni. Nel 2014 inizia la solita rapidissima cybergavetta su YouTube che gli procura immediatamente enorme successo, fino al 2016 quando il singolo Ninna Nanna fagocita 4 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore. Roba che strizza l’occhio ai guiness.

La domanda a questo punto sorge spontanea: perché Ghali mi comunica qualcosa e Sfera Ebbasta no? Perché a uno riconosco la profondità, la credibilità e l’autorevolezza di un autore vero e l’altro lo spedirei per direttissima nella stanza del preside della mia scuola elementare, che gli farebbe cascare le protesi dorate ai denti e la tinta rossa ai capelli a furia di affettuosissimi scappellotti.

Eppure condividono anche lo stesso creatore di beat, quel Charlie Charles che traduce in classifica qualsiasi flatulenza risulti “trappabile”. Dopo attimi infiniti di riflessione ne vengo fuori, e tiro un lungo sospiro di sollievo. Non mi sono rimbecillito. È proprio la materia umana che è diversa. Si capisce subito leggendo la biografia del giovane tunisino, che riceve i suoi primi cd rap brevi manu dal papà quando lo va a trovare in carcere, masterizzati ad hoc dal compagno di cella. Si capisce subito dando un’occhiata ai testi delle canzoni che mettono solo sullo sfondo le difficoltà della vita di un ragazzo dalle origini tunisine in un paese dove ancora si discute se concedere o meno la cittadinanza a chi qui ci campa da quando è in grado di campare.

Si ritaglia quasi 32 milioni di ascolti con 'Cara Italia' che rappresenta una serenata al nostro belpaese che risulterebbe complesso da concepire anche per un cantautore navigato, uno qualsiasi di quei tronfi canterini che piacciono tanto a mamma Rai. Si pone interrogativi che qualsiasi ragazzo italiano dovrebbe porsi come prioritari, e rimanda gli Sfera Ebbasta&Co. con le loro storie di spaccivendoli, a casetta a Cinisello Balsamo a farsi rimboccare le coperte da nonna, conscio del fatto che è molto più “ribelle” chiedersi “qual è la differenza tra sinistra e destra” e constatare che “cambiano i ministri ma non la minestra”.

Qualche tempo fa un amico, appassionato lettore dei miei pezzi, mi chiese cosa intendessi esattamente quando scrivo a proposito di “contenuti”. Ecco, in linea di massima questo. Quando si fa arte non è necessaria la lotta politica a tutti i costi se non è quella la tua attitudine e non ne possiedi i mezzi, e nemmeno nessuno richiede per forza la spiegazione dei massimi sistemi ad un ragazzino che non ha mai visto giocare Totò Schillaci (quindi inevitabilmente minuscolo rispetto ai prodigi che riserva la vita), ma sbandierare la propria lotta per poi finire a parlare di se stessi come se la politica sia un affronto personale, una cosa che riguarda sempre e solo noi, una rivincita egoista, oltre che sciocco è offensivo e, giuro, del tutto inutile. Vestirsi da ribelle, atteggiarsi come un ribelle, parlare come un ribelle, per poi proporre contenuti che sono acqua fresca, stracolmi di cliché triti e ritriti, annoia e basta; più che altro, rende ridicoli. Per cui porsi il problema è già cento passi avanti rispetto a chi intende fare proteste sventolando Rolex in diretta televisiva.

Per noi le proteste che contano sono altre, tipo l’impegno preso da Ghali qualche giorno fa in favore del Castello di Zak, l’ex fabbrica di Cormano nel milanese, diventata da qualche anno un vero e proprio museo della street art, che ospita opere dei migliori specialisti italiani e internazionali del genere. Chi va contro qualcosa si ribella, chi prima di prendere una strada si lecca il dito per controllare in che direzione tira il vento non si ribella a niente, anzi, diventa complice.

I brani di Ghali insomma, risparmiati dall’autotune a tutti i costi, li ascolti, te li godi, ne sorridi. Ci prende spesso in giro Ghali, con la freschezza schietta e sacrosanta di un classe ’93. Arguto come il classico studente che “è intelligente, signora, ma non si applica”. A questo proposito quando pubblica Album, l’anno scorso, la dedica alla madre recita “questa è la mia laurea”, perché la vita, è vero, ti può togliere tutte le forze per affrontare un libro chiuso, specie quando in tasca non c’hai né tempo né euro, e chi potrebbe dar torto a chi considera l’università italiana spesso implosa dentro sé stessa, inutilmente autoreferenziale. Spesso inutile e basta. Però chi può negare dall’altra parte che porsi il problema di essere professionisti in ciò che si fa, che nel caso di un artista passa certamente anche dall’avere in gola qualcosa da dire, sia requisito necessario per guardarsi allo specchio la mattina e non ritrovarsi una persona improvvisata, sempre in bilico tra l’essere e il non essere. Ghali è preparato in ciò che fa, tecnicamente perfetto, ha molto da dire e sa come dirlo, quindi se Album è la sua laurea noi siamo pronti a brindare con lui e a chiamarlo dottore, perché ne ha tutto il diritto.

Ghali quindi, a promuoverlo ci pensiamo noi, chissà, magari potremmo anche, per una volta, star zitti e ascoltarla questa Trap, e, perché no, impararne qualcosa. Magari le parole di un ragazzo di origini tunisine, un “negro” coi dreadlocks, potrebbero metterci in riga molto più di un politico con la cravatta troppo stretta che taglia la strada all’ossigeno che tenta di arrivare al cervello, molto più di un maestro del bel canto all’italiana colmo di sé e delle sue note azzeccate o di uno di quegli intellettuali più sinistri che di sinistra che, dispersi nel mare di opulenza del proprio ego, non sanno spiegarci semplicemente, a differenza di Ghali, nemmeno che Prima di lasciare un commento pensa / Prima di pisciare controvento sterza / Prima di buttare lo stipendio aspetta. Già ad afferrare questi tre semplici concetti l’Italia sarebbe un posto esponenzialmente migliore.



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