Chi è Calcutta, il cantore della malinconia dei vostri figli

Uno che trasforma un evento in una riunione con quattro amici e una chitarra, dove tutti cantano nostalgici. Più sbaglia più si dimostra umano e più si dimostra umano più crea empatia in un pubblico che segue la sua storia come quella di una Cenerentola del mondo della musica: un ragazzotto tracagnotto e sfigatello che a dispetto di tutto ce la fa nello spietato mondo dello showbiz. Una favola insomma.

calcutta indie
 Zumapress / AGF
 Leonardo D'Erme, in arte Calcutta

Benvenuti. Questo essenziale manuale è rivolto a quei genitori che non vogliono restare indietro, che vogliono capirci di più del mondo dei loro figli attraverso ciò che, come accade per tutte le generazioni, li crescerà e formerà più di quanto loro, mammà e papà, ne avranno mai capacità e potenzialità. La musica. La loro musica. Prima di partire allacciate bene le cinture, mettete da parte i vostri dischi dei Beatles, Adrianone Celentano, Mina e Battisti, la tv in bianco e nero, Berlinguer, e ogni vostro singolo pregiudizio su quanto tutto ciò che avete vissuto e ascoltato voi fosse infinitamente più “giusto” del loro e, già che ci siete, eliminate per sempre anche l’utilizzo del termine “giusto”, che non credo abbia mai significato alcunché a parte tirare una linea rispetto a ciò che è “sbagliato”. Antitesi che potrebbe contribuire non poco a formare una generazione di iscritti a Casa Pound.

Dobbiamo fare molto in fretta a scrivere da una parte e leggere dall’altra questa rubrica perché con ogni probabilità si autodistruggerà prestissimo. Questo perché qualsiasi tentativo di spiegarvi qualcosa riguardo Calcutta, l’artista del quale ci occuperemo questa settimana, potrebbe arrivare decisamente troppo tardi.

Ormai da spiegare è rimasto ben poco di un artista che ha riempito di gente lo stadio di Latina e l’Arena di Verona, e si appresta a fare lo stesso con tutti i più importanti palazzetti d’Italia. Eppure raccontare la musica che i vostri figli ascoltano dietro quella porta della loro camera chiusa a chiave mentre sognano un futuro dove si ripromettono di diventare tutto tranne che simili a voi, sarebbe un errore da dilettanti.

Si perché Calcutta è uno di quelli che ha dato vita a un vero e proprio movimento culturale. Infatti se pensate che il discorso si fermi semplicemente al successo, al numero di biglietti venduti o allo scorrere continuo di visualizzazioni su Youtube, vi sbagliate di grosso. C’è qualcosa di molto più profondo dietro, qualcosa che rischia di raccontare in maniera esemplare le angosce di un’intera generazione. Ma cominciamo dal principio.

Chi è Edoardo D'Erme (Calcutta)

Edoardo D'Erme nasce a Latina nel 1989, nel 2007 forma i Calcutta. Sì, avete capito bene: in principio il progetto vedeva l’apporto anche di tale Marco Crypta alla batteria; l’unico documento filmato della sua esistenza accanto al D’Erme è un video rintracciabile su Youtube dove i due suonano al Parco dei Conigli di Latina, in una imprecisata data dell’anno domini 2011, un pezzo di una bruttezza ineguagliabile dal titolo Al Caf.

Si sciolgono lo stesso anno, probabilmente subito dopo aver riguardato il suddetto video. Ma Edoardo non demorde, mantiene il nome facendo si che il progetto spiccasse il volo. Ma dovrà attendere ancora qualche anno. Prima è la volta di Forse, il suo primo disco per la Geograph Records. Un album che a dargli dell’acerbo gli faremmo un enorme complimento: vi ricordate quando da piccoli cantavate “Viva la mamma” appresso ai primissimi esemplari di Canta Tu? E avete presente quando vent’anni dopo per puro caso avete ritrovato quelle registrazioni e vi è venuto da piangere pensando a quanto in basso l’incoscienza fanciullesca vi ha potuto spingere? Ecco, aggiungetegli delle sonorità di un demo di Battisti registrato di straforo da una stanza accanto e più o meno avrete un’idea di cosa sia Forse, il primissimo album di Calcutta, che si può ascoltare, se proprio volete farvi del male, esclusivamente su Youtube.

Calcutta è uno di quelli che ha dato vita a un vero e proprio movimento culturale

Ma è una fase di sperimentazione la sua, che prosegue con The Sabaudian Tape, l’anno dopo. Il livello della registrazione resta fetente, ma già si intravedono i primi segnali di Calcuttaggine, già da questi pezzi si può intuire il motivo per cui due anni dopo Niccolò Contessa (e fate conto che in ogni storia indie che si rispetti ad un certo punto, tipo Batman, arriva Niccolò Contessa), producer dal talento smisurato, gli propone di lavorare con lui al nuovo disco. Ed è tutta un’altra storia.

Esce infatti Mainstream, album destinato a cambiare la storia di Edoardo ma anche in qualche modo della discografia italiana, che finalmente si accorge e punta i riflettori su un mondo che prima ignorava totalmente. Certo, questo dovuto soprattutto al successo del primo singolo estratto dall’album, la bellissima Cosa mi manchi a fare, che finisce in radio diventando uno dei primi brani che dalla dimensione indie sbarca, appunto, sul mainstream.

La svolta

È il primo indie della storia? Assolutamente no. Calcutta entra in scena quando già la strada è stata spianata da colleghi più vecchi ed esperti di lui, ma spesso la vita, si sa, è solo una questione di tempistica, e lui sembra essere l’uomo giusto al momento giusto. I suoi pezzi, si, ancora così acerbi, così vagamente stonati, così vagamente asciutti e tristi, così semplicemente schitarrati, inquadrano perfettamente il mood di una generazione, quella cresciuta all’ombra della famigerata crisi; la generazione dei tempi definitivamente cambiati, una generazione messa al mondo all’unisono, quella dove non puoi ritagliarti uno spicchio di  futuro se non sai smontare e rimontare un computer ad occhi chiusi, quella che “non è più come qualche anno fa” quando loro nemmeno c’erano per sapere quanto in realtà tutto fosse uguale.

Alcuni suoi colleghi hanno dato davvero qualcosa in più alla musica, con intuizioni paragonabili a quelle dei primi passi dei più grandi del cantautorato italiano. Ma nessuno funziona come lui. Indiscutibilmente.

E Calcutta racconta esattamente quell’angoscia; nel disco c’è tutto, dalla noia della vita (Gaetano), della provincia (Frosinone) e della metropoli (Milano), un disco dove chiunque abbia, ovvio, una certa età può trovare quello che cerca di se stesso. Inizia a girare la trottola. Club, radio, giornali, tutti vogliono Edoardo che nel frattempo riesce nella straordinaria impresa, commovente per chi lo ha seguito personalmente in questa strepitosa parabola, di restare sempre se stesso. No, non parte adesso una filippica infinita dal sapore ipocrita su quanto sia importante nella vita restare se stessi, il discorso qui è tutt’altro che morale, anzi, è decisamente commerciale, perché l’aver mantenuto lo stesso atteggiamento POPolare, gli stessi vestiti, la stessa, alle volte quasi irritante, semplicità, gli ha aperto le porte verso i cuori del pubblico. E cosa può volere di più un musicista? Come può funzionare meglio di così? È il più bravo di questa nuova infornata internettiana di artisti? No. Certamente no. Alcuni suoi colleghi hanno dato davvero qualcosa in più alla musica, con intuizioni paragonabili a quelle dei primi passi dei più grandi del cantautorato italiano. Ma nessuno funziona come lui. Indiscutibilmente.

La svolta (sì, di nuovo)

Siamo arrivati a maggio 2018 ed ovviamente il secondo, vero, disco è uno dei più attesi della stagione. Il secondo disco per un artista che viene dalla scena indipendente e ottiene il successo che ha ottenuto Edoardo è una sorta di calcio di rigore al novantesimo: se segni il giochino continua, altrimenti puoi tornare con Crypta al Parco dei Conigli, e il tutto succede, nel bene o nel male, in un attimo.

Il dovere è quello di maturare, di crescere assieme al proprio pubblico, di offrire qualcosa di diverso da te restando sempre te, di interessare senza annoiare, di sbalordire senza troppi giochi di magia. Beh, con Evergreen Calcutta la mette sotto l’incrocio. Lo recensimmo così ai tempi:

“Calcutta confeziona un prodotto che, più che ascoltarlo, si beve. Dall’apertura con le sonorità molto anni ‘90 di Briciole, passando per l’atmosferica Pesto, uno di quei pezzi che ti fa incastrare la testa tra le braccia e ti fa guardare fuori dalla finestra, passando per Hubner che rispolvera, usandolo come metafora, il mito di Dario Hubner, attaccante che orbitò tra serie A e B in Italia a cavallo tra ‘900 e 2000 segnando una valanga di gol e mai “svendendosi” ai grandi club, preferendo sempre glorificare le squadre di provincia. Mito assoluto per una generazione di appassionati. Se all’ascolto del disco avete dovuto usare Google per scoprire chi fosse vergognatevi, voi e le vostre macchine da guerra alla Cristiano Ronaldo. Certo, in Evergreen non troverete tematiche adulte, è pur sempre il secondo album di un ragazzo classe ’89, portate pazienza. Non ci troverete dentro la guerra, il mutuo, le lotte pornografiche dei greci e dei latini, ma tanto tanto amore e sesso slabbrati dalla poca esperienza, un modo di vedere al mondo, buon per lui, ancora ingenuotto. Il suo target non può che coinvolgere prima di tutti chi sta vivendo in questo momento in quel modo la vita. Ed è giusto così”.

Ma col passare del tempo abbiamo scoperto che quello che abbiamo chiamato “maleficio” non è altro che un modo di rispecchiare un malessere generazionale assolutamente tangibile. I vostri figli, mentre voi alla loro età ballavate Corona, decidono invece di glorificare la loro tristezza, di non scacciarla a furia di televisione e cibo spazzatura. La vogliono urlare, cantare, e per farlo prendono in prestito le canzoni di Edoardo, le canzoni che raccontano la sua vita, “tutte autobiografiche” dice, senza troppi giri di parole.

Una serata tra amici

Un fenomeno. Uno che entra dinanzi ad uno stadio stracolmo di fans e riesce a trasformare la serata, l’evento, in una riunione con quattro amici e una chitarra, una sorta di falò estivo, dove tutti cantano meravigliosamente nostalgici e lui sul palco alle volte, emozionato com’è, si impappina pure, ma chissenefrega, lui pare non stia lavorando, il pubblico pare non abbia pagato un biglietto d’ingresso, anzi, più sbaglia più si dimostra umano e più si dimostra umano più crea empatia in un pubblico che segue la sua storia come quella di una Cenerentola del mondo della musica, un ragazzotto tracagnotto e sfigatello che a dispetto di tutto ce la fa nello spietato mondo dello showbiz. Una favola insomma.

Sì, Calcutta ce l’ha fatta e d’ora in poi saprete anche cosa vorrà dire vostro figlio quando vi guarderà e, a ben ragione, vi urlerà “Ueehh Deficiente!”. Ora, mi raccomando, che abbiamo parlato di Calcutta in riferimento al suo essere indie resta un segreto tra noi.



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