Voto amministrativo e governo, un mix a volte letale

Roma - Sarà scaramanzia, sarà calcolo politico, fatto sta che da qualche anno nessun premier si azzarda a legare le proprie sorti all'esito del voto amministrativo. Matteo Renzi lo ha detto chiaro e tondo: "Alle amministrative si parla di sindaci, non di chi sta al governo del Paese". Ma in passato più e più volte le elezioni per la scelta di sindaci e presidenti di Regione hanno determinato le sorti dell'esecutivo, e comunque spesso hanno anticipato novità e tendenze confermate dalle urne politiche, facendo spesso parlare di 'città laboratoriò. E cosi' gli analisti politici studiano risultati e flussi, come gli aruspici analizzavano le interiora degli animali. Il caso più eclatante furono le dimissioni di Massimo D'Alema, divenuto premier dopo la caduta di Romano Prodi nel 1998, che indicò nel voto locale il suggello popolare all'ascesa di un ex Pci a palazzo Chigi. Ma le urne non premiarono la sua scommessa e il suo governo fini', lasciando il posto a quello di Giuliano Amato.

Ma tanti sono gli esempi che si sono susseguiti negli anni della Seconda Repubblica. Che nacque, non a caso, proprio da un doppio test elettorale, oltre che da Tangentopoli. Un anno prima di quel 1994 che portò al governo l'outsider Silvio Berlusconi, si svolsero le prime elezioni comunali con l'elezione diretta del sindaco. Se a sinistra la vittoria di molti sindaci, tra cui Enzo Bianco, Massimo Cacciari e Francesco Rutelli, portò un clima di entusiasmo che fece sperare nella vittoria alle elezioni politiche del Pds di Achille Occhetto e della sua "gioiosa macchina da guerra", a destra si registrò l'avvio dello 'sdoganamentò del Msi. Il suo giovane leader, Gianfranco Fini, fu indicato da Berlusconi come candidato migliore. "Se votassi a Roma, la mia preferenza andrebbe a Fini" disse il Cavaliere, non ancora politico, a Casalecchio di Reno. Le elezioni politiche andarono diversamente dalle speranze degli ex comunisti, vinse il Polo delle libertà, che cadde dopo solo otto mesi, nel gennaio 1995, sfiduciato da Umberto Bossi. Pochi mesi dopo anche le elezioni regionali furono una doccia fredda per Berlusconi. Nella famosa diretta televisiva del Tg4, Emilio Fede dovette ammainare diverse bandierine blu con le quali aveva contrassegnato fiducioso diverse regioni. La contesa fini' per nove a sei a favore dell'Ulivo alleato con Prc. E nel 1996 Berlusconi perse le elezioni regionali a favore di Romano Prodi, candidato dal neonato Ulivo. Delle elezioni del 2000, fatali a Massimo D'Alema, si è già detto, ma giova ricordare alcuni dati. Riguardarono quindici regioni, otto andarono al centrodestra, sette al centrosinistra (quest'ultimo ne perse 4: Liguria, Lazio, Abruzzo e Calabria). Ma già nel 1999 a fine giugno il centrosinistra aveva perso Bologna, per la prima volta dal Dopoguerra, grazie alla vittoria di un candidato civico di centrodestra, Giorgio Guazzaloca.

Un venticello per nulla benefico soffiò dalle Regioni per Berlusconi anche nel 2005. Il Cavaliere era al governo dalle elezioni del 2001, un governo solido ma che negli ultimi mesi mostrava segni di stanchezza e di rissosità interna. E puntualmente alle regionali il centrodestra vide ridotti i suoi feudi, vincendo solo in due regioni mentre il centrosinistra vinse in dodici regioni. Immediata la crisi di governo, che fu poi 'recuperatà e risolta con un Berlusconi bis. Ma a conferma del trend negativo alle politiche del 2006 vinse Prodi, il quale ebbe vita breve, per motivi che però nulla hanno a che vedere con le amministrative. E nel 2008 il Cavaliere potè tornare a palazzo Chigi. Il suo governo fu sostanzialmente 'confermatò dalle elezioni del 2010 ma entrò in crisi l'anno successivo, nel novembre 2011. Sui motivi della sua caduta si sono scritti addirittura libri. Nel frattempo le elezioni regionali del 2009 fecero un'altra vittima: Walter Veltroni, primo segretario del neonato Pd, dopo appena sedici mesi di guida del partito cadde a seguito della sconfitta del voto in Sardegna. "Non ce l'ho fatta a fare il partito che sognavo" disse dopo aver subito gli attacchi della sinistra del partito per oltre un anno. Gli successe Dario Franceschini ma le primarie le vinse poi Pierluigi Bersani, nell'ottobre di quello stesso anno.

Altre elezioni, altro trend: alle elezioni comunali del 2011 il centrosinistra, trascinato da un'onda arancione, fece il pieno a Milano, Cagliari, Napoli, Bologna e Torino. Il governo in carica era quello di Mario Monti ma si era già in campagna elettorale. Ancora una volta le elezioni locali indicarono un fenomeno nuovo e misurarono un sentimento popolare: un leggero vantaggio del centrosinistra e il debutto del M5s. Le elezioni politiche del 2013 videro un vantaggio non decisivo del Pd e un exploit dei grillini.
Alla fine al governo andò Enrico Letta, con una ampia coalizione dal Pd a Fi. Le elezioni del 2013 videro il passaggio di Friuli e Lazio al centrosinistra, con la vittoria di Deborah Serracchiani e Nicola Zingaretti. Letta cadde a febbraio 2014, sostituito da Matteo Renzi.
Le elezioni regionali 2014 si svolsero in mesi diversi: quelle in concomitanza con le europee andarono bene per il Pd, in quelle di novembre fece però discutere la bassa affluenza in Emilia-Romagna. Nelle prima dell'era Renzi, il Pd era al 39%, se la Liguria passò al centrodestra con la vittoria di Giovanni Toti, la Campania fece il percorso inverso con l'elezione di Vincenzo De Luca. Nulla che scuota la politica nazionale, insomma. Ora la seconda prova: i sindaci delle principali città del Paese. Gli indovini e gli aruspici della politica stanno già aspettando. (AGI)