Tra gaffe e ricorsi, il 'pasticciaccio' di Roma

Tra gaffe e ricorsi, il 'pasticciaccio' di Roma
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Roma - Il ritiro di Guido Bertolaso, l'endorsement di Silvio Berlusconi ad Alfio Marchini, l'alleanza tra Giorgia Meloni e la Lega di Matteo Salvini, i veleni sulle primarie che hanno incoronato Roberto Giachetti candidato del Pd a Roma. è la campagna elettorale al più alto tasso di colpi di scena, quella che sta vivendo la città di Roma in vista dell'appuntamento elettorale del 5 giugno. Una corsa sulla quale ha pesato molto la fine traumatica della Giunta Marino, con le polemiche che ne sono seguite. L'ex sindaco rimprovera al partito di averlo sfiduciato non in Consiglio Comunale ma "in uno studio notarile". Il commissario del partito a Roma, Matteo Orfini, è stato accusato di aver fatto pressioni sui consiglieri comunali perchè si dimettessero cosi' da far cadere la Giunta senza il bisogno di un passaggio in Aula. E la fine della precedente amministrazione è stato il primo terreno di scontro, interno al Pd, all'inizio della campagna. Solo 24 ore fa, Ignazio Marino, è tornato a dire la sua: "Le segreterie non ostacolino il lavoro del futuro sindaco". Un riferimento, neanche troppo velato, a Matteo Renzi e a quanto è convinto ci sia dietro le sue dimissioni: la volontà del presidente del consiglio, Matteo Renzi, di liberarsi di un sindaco non in sintonia con lui. "Renzi forse ha dimenticato di essere intervenuto chiaramente sul fatto che io non fossi più sindaco di Roma", sono state le parole dell'ex sindaco. Prima ancora, Marino aveva attaccato frontalmente Giachetti sottolineando che, mentre lui aveva rinunciato a 20 mila euro di stipendio" da senatore, il candidato Pd "non ci pensa proprio a rinunciare al seggio della Camera".
I periodici affondi di Marino si sono andati a sommare, soprattutto all'inizio della campagna, alle polemiche seguite al pasticcio delle primarie. "Un errore", hanno ammesso gli organizzatori delle primarie, ha prodotto circa tremila schede bianche 'virtuali', che ha fatto lievitare il numero dei partecipanti oltre la soglia psicologica delle 45 mila persone. Dopo le verifiche, i votanti non erano più 47.317, ma solo 44.501. Un risultato che non ha avuto ricadute sulla scelta di Roberto Giachetti come candidato, ma che ha comunque impostato la campagna elettorale in salita. Anche per le polemiche che ne sono seguite dentro e fuori il partito, costretto a ragionare, a partita in corso e con il caso Napoli ad aggravare la situazione, sull'opportunità di cambiare le regole delle primarie. Ma non è stato solo il Pd a vivere un avvio tormentato di campagna elettorale. In Forza Italia il nome del candidato sindaco è stato ignoto per molto tempo, fino al nome uscito a sorpresa dal cilindro di Silvio Berlusconi. Guido Bertolaso, incoronato da uno strumento inedito nel panorama politico italiano, le 'gazebariè, ovvero primarie in cui si testa il consenso di un candidato, senza che ce ne siano altri a correre. Una sola domanda figurava sulle schede dei gazebo azzurri: "Guido Bertolaso è stato indicato come candidato sindaco di Roma. Condividi questa scelta?". La risposta, data da quasi 30 mila persone, è stata si'. Torna cosi' in campo dopo 5 anni (passati in Africa) l'ex capo della Protezione Civile, deus ex machina dei Grandi Eventi in Italia, a cominciare dal Giubileo del 2001 ai funerali di Papa Giovanni Paolo II, passando per emergenze come il terremoto di Giugliano, in Puglia, l'alluvione a Messina e il terremoto per l'Aquila nel 2009. Successi che non vengono ripetuti in occasione del G8 a La Maddalena, per cui finisce sotto inchiesta. Bertolaso respinge ogni accusa, ma i guai giudiziari rimangono sullo sfondo della sua candidatura.

La campagna elettorale stenta a decollare, nonostante il grande attivismo che lo vede presente in quasi tutte le periferie della Capitale, quelle a più alta densità di popolazione e, quindi, più 'appetibili' dal punto di vista dei consensi. Di Berlusconi resiste a chi gli chiede di mollare il suo candidato, mostra affetto per l'uomo e stima per il professionista. Alla fine si arrende e, con un altro colpo a sorpresa, vira su Alfio Marchini, ingegnere romano proveniente da una famiglia molto legata al Pci. Legata alla vicenda Bertolaso è anche la scelta di candidarsi di Giorgia Meloni. Il nome della deputata di Garbatella girava da mesi come possibile scelta unitaria di tutto il centrodestra, anche se tra mille dubbi legati alla dolce attesa della candidata. Lei aspettava la 'chiamatà di Berlusconi per un incontro che la vedesse allo stesso tavolo con Matteo Salvini, suo primo sostenitore, e il Cavaliere. Il continuo slittamento dell'incontro ha provocato la rottura finale e la scelta di Fratelli d'Italia e Lega di schierare Meloni. La campagna è partita bene, a sorpresa la candidata della destra è data in corsa per il ballottaggio. E questo innesca un altro colpo a sorpresa. A campagna in corso e con Alfio Marchini impegnato a fare passare il suo messaggio anche tra l'elettorato di Forza Italia, Silvio Berlusconi guarda già a un ballottaggio che vede fuori gioco l'ingegnere: "Se Meloni va al ballottaggio la votiamo", dichiara l'ex premier a Porta a Porta. Ma la candidata della Garbatella rischia di non poter prendere voti proprio nel suo quartiere: un disguido nella presentazione delle liste per il Municipio mette a rischio proprio quella di FdI. Nel partito si dicono fiduciosi che il caso rientri, al termine del ricorso.(

Con Tar e Consiglio di Stato ha avuto a che fare anche Stefano Fassina, candidato di Sinistra Italiana che si era visto respingere la lista dal Tar. Anche qui, come con Meloni, un vizio di forma nella presentazione delle firme per la candidatura. Fassina, quindi, rischiava di rimanere ai box. Il candidato sindaco della sinistra, tuttavia, è andato avanti con la campagna elettorale e con un ricorso vinto contro ogni aspettativa. E, certo, inaspettata è anche la dichiarazione con cui Fassina spiega quanto accaduto con le liste: "Una parte fondamentale del gruppo dirigente guardava altrove". Non solo: il candidato ha spiegato di voler procedere per strutturare SI in tutti municipi. "Parlerò con i 400 candidati". Immediata la reazione di sel con il capogruppo in Comune a Roma, Gianluca Peciola: "parole offensive nei confronti di una comunità che ha sempre mostrato generosità con Fassina". Di fronte a questo vortice di scambi di accuse, colpi di scena e annunci ad effetto, la corso di Virginia Raggi appariva come una corsa in solitaria, verso la vittoria. I sondaggi giocano tutti a favore della candidata M5S che, anche in forza di questo, conduce la campagna elettorale guardandosi bene dal partecipare a confronti diretti (una pratica sconsigliata, da manuale, a chi si trova in testa ed ha solo da perdere).

A far fibrillare gli animi grillini a Roma è una vicenda esterna alla Capitale. Federico Pizzarotti, sindaco grillino di Parma, è stato sospeso a causa di una inchiesta per abuso d'ufficio, ha denunciato la disparità di trattamento con il 'collegà di Livorno Nogarin, finito nei guai per la gestione finanziaria della partecipata comunale per la raccolta dei rifiuti, e attaccato il direttorio nella persona di Luigi Di Maio. Una vicenda che ha posto più di un interrogativo sulla reale indipendenza degli amministratori locali grillini. E sollevato più di un dubbio sul 'contrattò fatto firmare ai candidati dalla Casaleggio. Tanto che l'avvocato Venerando Monello, iscritto al Pd come lui stesso sottolinea, presenta un ricorso al tribunale civile di Roma perchè sia riconosciuta l'incandidabilità di Raggi. Secondo Monello, quel contratto "rende i candidati M5S dipendenti della Casaleggio e Associati" rendendoli, "politicamente inagili". Colpi di scena e ricorsi in Tribunale. Ma anche gaffe, battute ad effetto, scivoloni di immagine: tutto questo è la campagna elettorale a Roma. è Alfio Marchini che gira in Panda durante gli incontri ufficiali e 'switchà sulla Ferrari nelle ore di libertà: "Lo faccio sempre. Mi hanno insegnato che la sobrietà è opportuna", ha poi spiegato il candidato. è Virginia Raggi che progetta una funivia 'anti trafficò tra due quartieri della Capitale, suscitando parecchie ironie, soprattutto dalle parti del Pd, nonostante il progetto era già stato presentato anni fa - seppure per quartieri diversi - dall'ex sindaco Walter Veltroni. E' Meloni che dice di voler sostenere Raggi al ballottaggio, per poi correggersi: "Tanto non accadrà, perchè andremo noi al secondo turno". E' Berlusconi che, dopo l'endorsement a Marchini, ne dimentica il nome chiamandolo 'cosò in un incontro pubblico nel quale, tra l'altro, si produce in una lunga lode a Guido Bertolaso. Ed è soprattutto lui, Bertolaso, una miniera di dichiarazioni 'fuori tempò che, almeno, restituisce l'immagine di un uomo davvero lontano dalle strategie della politica. "Se perdo, collaborerò con Raggi o Giachetti", si è lasciato sfuggire in una occasione, salvo poi correggersi: "Non accetterei mai, in nessun modo, un ruolo politico in una giunta di un altro candidato"; in un'altra occasione: "Meloni dovrebbe fare la mamma e non occuparsi di buche e sporcizia mentre allatta"; ma soprattutto: "Il Tevere va ripulito e reso balneabile entro il mio mandato". Che fa pensare alla battuta recitata da Carlo verdone in Gallo cedrone: "Ma 'sto fiume ce serve o nun ce serve. Perché se ce serve, io ce voglio pure nuotà....". (AGI)