Brexit e fracking, doppio bivio per Londra

Brexit e fracking, doppio bivio per Londra
Cameron 

È iniziato il conto alla rovescia: tra meno di un mese, il 23 giugno prossimo, il Regno Unito sarà chiamato a votare al referendum per decidere se rimanere nell’Unione europea o abbandonarla. L’esito del voto avrà ripercussioni importanti non solo per i britannici, ma per la stessa Unione Europea e per l’economia mondiale: la cosiddetta ‘Brexit’, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, rappresenterebbe infatti uno shock per i mercati finanziari e valutari di tutto il mondo, per gli scambi commerciali e per la gestione dei flussi migratori. ll referendum sta dividendo anche il Partito Conservatore al governo del Paese, con i ministri, i membri del parlamento e gli attivisti locali che si insultano a vicenda, esprimendosi con fervore pro o contro la Brexit. Una spaccatura evidente anche all’interno del ministero dell’Energia, che vede contrapporsi il segretario di stato, Amber Rudd favorevole ad una permanenza della Gran Bretagna nell’Ue, e la numero due del Dipartimento, il ministro per l’Energia Andrea Leadsom, schierata sul fronte opposto.

Le grandi compagnie petrolifere sostengono invece in maniera abbastanza compatta la permanenza dell’Unione, come racconta Paul Betts nel suo articolo  “Brexit, il bivio per il Regno Unito è tra un mese” . Il Ceo di BP, Bob Dudley, “ritiene che un’uscita del Regno Unito dall’Ue potrebbe compromettere gli investimenti nel settore energetico britannico”, spiega Betts. La sua controparte in Royal Dutch Shell, il Ceo Ben van Beurden, ha espresso preoccupazioni simili riguardo a un’eventuale Brexit, sostenendo che tale scenario non è affatto auspicabile per società che prosperano grazie all’assenza di barriere. Insieme ad altri leader di settore, Van Beurden ha firmato una lettera pro-Ue, nella quale si legge come un’uscita dall’Unione "penalizzerebbe gli investimenti e metterebbe a rischio i posti di lavoro". Un altro rischio riguarda le ripercussioni di una Brexit sul valore della moneta britannica. Gli analisti delle principali banche temono che un voto a favore dell’uscita dall’Ue possa esercitare l’impatto maggiore sulla sterlina. E questa sarebbe sicuramente un’arma a doppio taglio per il settore petrolifero. Sul versante opposto, qualcuno suggerisce che il petrolio e il gas, così come le rinnovabili e lo scisto, potrebbero beneficiare della Brexit, dal momento che la futura gestione interna spingerebbe il Regno Unito a sviluppare le proprie risorse nazionali, anche quelle apparentemente costose nell’attuale contesto dei prezzi petroliferi, per garantire al Paese una sicurezza energetica a lungo termine. 

E proprio sul versante dello scisto, qualcosa si sta muovendo nel Regno Unito dopo anni di stallo. Come riportiamo su abo.net il 23 maggio scorso la contea del North Yorkshire ha concesso la prima autorizzazione alla fratturazione idraulica (fracking)  nel Paese dal 2011. Le operazioni saranno condotte dalla compagnia Third Energy, che sonderà un pozzo di gas già esistente nel sito di Kirby Misperton. L’eventuale produzione su larga scala richiederà però ulteriori permessi. Oltre al referendum sulla Brexit a suscitare attesa c’è anche il meeting dell’Opec del 2 giugno prossimo, quando torneranno a fronteggiarsi due giganti del petrolio: Iran e Arabia Saudita. L’articolo di  Marcello Vallese, “Iran, il frutto (ancora) proibito del mercato mondiale” rende conto delle posizioni dei due storici rivali e raccoglie le previsioni degli analisti sull’esito dell’incontro che dovrà decidere eventuali variazioni nella produzione dei paesi dell’Organizzazione. “Dall’Opec non mi aspetto nient’altro che un disaccordo generalizzato. L’Arabia Saudita e l’Iran sono acerrimi nemici e rimarranno tali", spiega Fadel Gheit, analista della Banca d’Investimenti Oppenheimer, nel pezzo. "L’Iran difficilmente acconsentirà a congelare la propria produzione perché il suo livello attuale è abbondantemente al di sotto della quota accordata in sede Opec. Molto probabilmente l’Iran la innalzerà di un milione di barili e con la revoca delle sanzioni internazionali potrebbe incrementarla ulteriormente di oltre 2 milioni di barili nei prossimi 2 o 3 anni".