Maggio 2019, guida al voto

Significato politico e informazioni utili sulla tornata elettorale del 26 maggio

Scossa da una ventata di euroscetticismo venato di sovranismo, l’Europa si prepara a celebrare una tornata di elezioni per il Parlamento continentale indicate da molti come un vero e proprio spartiacque.Non si tratta solo di misurare la reale consistenza delle formazioni politiche che negli ultimi anni hanno raccolto consensi proprio indicando in Bruxelles il nemico da battere. Si tratta, piuttosto, di capire attraverso il voto del 26 maggio (in realtà in alcuni paesi si inizia a votare già il 23) quale idea di Europa abbiano i suoi stessi abitanti.

Concetto, quest’ultimo, applicabile anche agli elettori del Piemonte, che in contemporanea dovranno eleggere anche il presidente della regione, e ai quelli dei 3.800 comuni in cerca di un nuovo sindaco.

Un vero e proprio test elettorale. Se il dato delle comunali pare essere persino troppo frastagliato per fornire un dato analizzabile in modo completamente omogeneo, la tornata piemontese ha un altro sapore.

Dal 4 marzo dello scorso anno, infatti, elezioni regionali si sono tenute in Friuli Venezia Giulia, Molise, Abruzzo, Basilicata, Sardegna, Val d’Aosta, Trentino Alto Adige. Lombardia e Lazio.

Il dato politico che ne è emerso è stato un rafforzamento della Lega, presentatasi con il resto del centrodestra, e risultati per il M5s deludenti rispetto alle politiche.

Il Pd, da parte sua, ha dato qualche segno di tenuta rispetto al disastro delle politiche, senza mai però un vero e proprio scatto.

I partiti della coalizione gialloverde guardano al Piemonte come ad un’occasione per rafforzarsi (il M5s a Torino ha il sindaco) o per prepararsi (la Lega) agli appuntamenti successivi in Calabria e, soprattutto, Emilia Romagna. Qui una Lega con il vento in poppa potrebbe aspirare ad un risultato storico, ma il futuro è ancora tutto da scrivere.

Agf

 

Intanto la tornata che conta sono le Europee. Sono esattamente quarant’anni che questi ultimi eleggono a suffragio diretto i loro rappresentanti a Strasburgo (fino al 1979 gli eurodeputati erano indicati dai singoli parlamenti nazionali).

Dopo il ventennio di entusiasmo seguito al crollo del Muro di Berlino ed alla nascita dell’euro l’incantesimo sembra essersi rotto, mentre la grande crisi economica esplosa nel 2008 (e mai del tutto superata) sembra aver privato l’Ue di molto del suo fascino.

Privato di quanto? È uno dei dati che ci si aspetta di capire quando le urne verranno aperte. Quel che è certo è il fatto che – caso mai registrato prima nella Storia – queste elezioni vedranno andare ai seggi anche un Paese che ha ufficialmente avviato le clausole di rescissione del contratto che lo lega al resto del Vecchio Continente.

La Gran Bretagna è da due anni esatti preda dell’impasse creatasi con il referendum che ha sancito la sua volontà di abbandonare l’Unione.

Il dilemma di Lady Chatterly

L’elettore britannico va a votare in questi giorni senza sapere se e quanto i suoi rappresentanti nelle terre d’Oltremanica resteranno seduti ai loro scranni.

Il premier Theresa May per due volte ha dovuto chiedere, ottenendola con difficoltà crescenti, una proroga ai tempi fissati per il divorzio.

Si direbbe che Lady Chatterly non si riesce a decidere di cosa fare con l’amante.

A Londra i sondaggi dicono che il primo partito nazionale, in questo momento, sarebbe il Probrexit Party, seguito dagli europeisti Liberaldemocratici e dagli indecisi Laburisti. Ultimi i Tory, cui si deve molto dell’attuale stato di incertezza.

Una situazione che difficilmente si rifletterà in Germania, nonostante la crisi di consensi dei partiti tradizionali Cdu/Csu e Spd. Qui i sovranisti di Alternative fuer Deutschland sono dati all’11 percento, che non è molto.

In Francia al momento è testa a testa tra i centristi di En Marche (la componente del presidente Macron) e la destra di Marine Le Pen, data in leggero vantaggio.

Socialisti in ripresa in Spagna (ma con una destra estrema che si va rafforzando) e sovranisti in rafforzamento nell’area centrorientale, oltre alla regione baltica.

In Austria sono tutti da vedere gli effetti della recentissima crisi di governo che ha portato alla rottura del sodalizio nerazzurro tra popolari e sovranisti.

A parte il discorso dell’Ungheria, dove il premier apertamente antieuropeista Viktor Orban governa da almeno due mandati ma al tempo stesso non pare intenzionato a lasciarsi cacciare dal Ppe, che raggruppa i partiti europeisti conservatori europei.

Il sovranismo rassicurante e la politica fluida

In Italia Lega e M5Ss hanno vinto le politiche del 4 marzio dello scorso anno anche grazie a proposte di forte stampo antieuropeista.

Da allora il secondo ha smorzato i toni (di uscita dall’euro non si parla più) mentre la prima ha mantenuto saldo il progetto di essere punto di riferimento dei sovranisti europei, come dimostrato dalla recente manifestazione di Milano.

Una manifestazione, peraltro, dove Matteo Salvini ha dato l’impressione di voler fornire un’immagine più rassicurante del suo partito rispetto al passato.

Il punto, come sempre, resta lo stesso: sarà possibile leggere i dati elettorali delle europee alla luce della politica italiana? La tentazione è costante e ricorrente. Di solito chi vince tende a farlo. Chi ha un risultato meno soddisfacente preferisce parlare di un voto slegato dai contesti nazionali.

Una terza chiave interpretativa prevede la definizione delle europee come una sorta di “elezioni di metà mandato”, dove si registrano gli umori più o meno positivi nei confronti delle forze di governo. In realtà nessuna di tutte queste interpretazioni è del tutto giusta, e nessuna del tutto errata.

La tornata elettorale europeista, soprattutto da quando sono tramontati i partiti tradizionali e l’elettorato si è fatto più fluttuante nei suoi orientamenti, serve innegabilmente ad inviare un segnale di maggiore o minore soddisfazione nei confronti delle singole forze politiche, soprattutto se impegnate nelle fatiche del governo.

Ma che siano un referendum sulle coalizioni, questo no. Sarà pur vero che di Europa tutti, almeno in Italia, sanno poco, ma – almeno questa volta – i temi europeisti e quelli della politica interna finiscono per essere strettamente interconnessi.

Per avere un’idea più chiara degli orientamenti più recenti nel corpo elettorale italiano sarà opportuno semmai vedere alle contemporanee elezioni regionali in Piemonte, e a quelle amministrative sparpagliate un po’ in tutta Italia.

In Piemonte, una delle principali regioni italiane, una Lega arrembante sfida insieme al resto del centrodestra un presidente uscente di peso che proviene dalle file più nobili del centrosinistra, mentre i 5 Stelle vanno in solitaria anche per via della loro opposizione alla Tav.

In altre parole: tutto o quasi è possibile. Se la politica è fluida, è fluida ovunque. A Torino come a Strasburgo. Ma anche a Berlino, Vienna e Budapest. Anzi, non è mai stata fluida come lo è adesso.



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