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    <title>Agi</title>
    <link>https://www.agi.it</link>
    <description>Agi contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Sat, 26 Sep 2026 12:33:58 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Agi</dc:creator>
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    <item>
      <title>L'ictus può favorire la comparsa di tumori cerebrali</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-26/ictus-tumori-cerebrali-39239353/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - L'ictus può alterare profondamente il microambiente che circonda il tumore, stimolando la comparsa di astrociti associati al tumore (Taa) con ridotta attivita' del calcio e favorendo l'accumulo di cellule immunitarie alterate (Tam) che promuovono la progressione del glioma, il tumore cerebrale piu' aggressivo negli adulti.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La correlazione tra ictus e&amp;nbsp;tumori cerebrali&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Lo rivela uno studio, pubblicato sulla rivista&lt;strong&gt; 'Nature Cancer',&lt;/strong&gt; condotto dagli scienziati del Baylor College of Medicine, del Duncan Neurological Research Institute presso il Texas Children's Hospital, della Virginia Tech, della Pennsylvania State University e del Weill Cornell Medical College.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il team, guidato da Hyun Kyoung Lee, Qi Ye e Christine Madamba, ha analizzato modelli umani e animali di glioma. Era già noto, precisano gli studiosi, che i pazienti con storia di &lt;strong&gt;ictus o traumi cerebrali &lt;/strong&gt;presentano un rischio da tre a sette volte superiore di &lt;strong&gt;sviluppare tumori cerebrali&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La riprogrammazione cellulare&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il gruppo di ricerca ha scoperto infatti che l'ictus innesca una &lt;strong&gt;riprogrammazione cellulare&lt;/strong&gt; nel cervello.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In particolare, riportano gli scienziati, gli astrociti (cellule di supporto cerebrale) riducono la loro attività basata sul calcio, mentre i macrofagi e la microglia (cellule immunitarie) si accumulano per supportare la&lt;strong&gt; crescita tumorale&lt;/strong&gt;. Sperimentalmente, ripristinando il flusso di calcio negli astrociti o eliminando i macrofagi alterati si è riusciti a bloccare l'espansione del tumore causata dall'ictus.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I primi passi per una strategia preventiva&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Il nostro lavoro - afferma Lee - supporta l'idea che le lesioni cerebrali possano essere un&lt;strong&gt; fattore di rischio &lt;/strong&gt;per il cancro al cervello. Inoltre, i nostri risultati indicano che anche gli astrociti comunicano con le cellule tumorali cerebrali, influenzandone il comportamento. Tali informazioni dovrebbero essere tenute in considerazione quando si studiano i meccanismi e le terapie del cancro".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le scoperte, commentano gli esperti, aprono la strada a nuove terapie mirate in grado di contrastare lo sviluppo del glioma nei pazienti che hanno subito un ictus o un trauma. Ripristinare i normali segnali chimici degli astrociti o colpire le cellule immunitarie protumorali, concludono gli autori, rappresenta una promettente strategia preventiva e terapeutica per il futuro.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <category>Komposer</category>
      <pubDate>Sat, 26 Sep 2026 12:33:54 GMT</pubDate>
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      <title>Occhio alle etichette salutistiche: non sempre indicano che il cibo è più sano</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-26/etichette-salutistiche-cibo-39236764/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Un'indicazione salutistica sulla confezione non garantisce che un alimento abbia una &lt;strong&gt;qualità nutrizionale&lt;/strong&gt; complessivamente migliore. Lo mostra un'analisi di quasi 150mila prodotti alimentari e bevande lanciati negli &lt;strong&gt;Stati Uniti&lt;/strong&gt; nell'arco di un decennio, condotta da &lt;strong&gt;Miguel Gomez&lt;/strong&gt;, professore di marketing alimentare alla &lt;strong&gt;Cornell University&lt;/strong&gt;, e dalla ricercatrice post-dottorato &lt;strong&gt;Pei Zhou&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista &lt;strong&gt;Nature Food&lt;/strong&gt;, circa la metà dei prodotti esaminati riportava indicazioni legate alla salute, ma due terzi dell'intero campione risultavano meno salutari secondo il modello di valutazione nutrizionale utilizzato dai ricercatori.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Quando una singola dicitura può essere fuorviante&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La riduzione di un ingrediente, come il sale o i grassi, può infatti accompagnarsi a un aumento di altri componenti, senza migliorare necessariamente il profilo complessivo dell'alimento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per esaminare il rapporto tra le dichiarazioni presenti sulle confezioni e la composizione dei prodotti, il gruppo della &lt;strong&gt;Cornell University&lt;/strong&gt; ha utilizzato i dati sui nuovi alimenti immessi sul mercato raccolti dalla società di ricerche &lt;strong&gt;Mintel&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il modello per valutare la qualità nutrizionale&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;A ciascun prodotto è stato applicato il &lt;strong&gt;Nutrient Profiling Model&lt;/strong&gt;, un sistema sviluppato dalla &lt;strong&gt;Food Standards Agency&lt;/strong&gt; britannica che considera contemporaneamente diversi aspetti della composizione nutrizionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il modello attribuisce un peso sfavorevole a quantità elevate di &lt;strong&gt;zuccheri&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;sodio&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;grassi saturi&lt;/strong&gt; ed energia, mentre tiene conto positivamente della presenza di &lt;strong&gt;fibre&lt;/strong&gt;, proteine, frutta e verdura. La valutazione dell'intero prodotto può quindi restituire un quadro diverso da quello suggerito da una singola indicazione in etichetta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un alimento presentato come povero di grassi, per esempio, può contenere più zuccheri o sodio rispetto alla versione originale.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le osservazioni che hanno dato origine alla ricerca&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;È stata proprio un'osservazione di questo tipo a spingere &lt;strong&gt;Pei Zhou&lt;/strong&gt; ad approfondire il tema: al supermercato aveva notato che una crema di formaggio a ridotto contenuto di grassi conteneva più zuccheri totali e più sodio rispetto alla variante tradizionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da qui la domanda alla base della ricerca: i prodotti che riportano indicazioni salutistiche sono effettivamente più sani di quelli che non le riportano?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'analisi mostra che le indicazioni riferite a un singolo nutriente possono essere corrette senza descrivere adeguatamente la composizione complessiva. Secondo i ricercatori, alcuni prodotti a ridotto contenuto di sodio presentano quantità maggiori di zuccheri, mentre alcuni piatti confezionati dichiarati privi di grassi trans contengono più grassi saturi e sodio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il risultato non significa che ogni riformulazione comporti un peggioramento, ma che il miglioramento di un parametro non basta, da solo, a stabilire la qualità nutrizionale dell'alimento.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le differenze più evidenti nel settore delle bevande&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Le differenze più marcate tra le indicazioni sulla confezione e la valutazione complessiva sono emerse nel settore delle &lt;strong&gt;bevande&lt;/strong&gt;. In questa categoria, dichiarazioni come "a basso contenuto di sodio", "senza zucchero" e "a basso contenuto di grassi saturi" sono risultate particolarmente inclini a non riflettere il profilo nutrizionale complessivo del prodotto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La presenza di una dicitura favorevole su un componente può quindi attirare l'attenzione del consumatore su una caratteristica che, considerata isolatamente, non descrive l'intera bevanda.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'effetto alone delle etichette&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Lo studio richiama anche il ruolo delle espressioni che possono evocare un'immagine positiva senza costituire, di per sé, una valutazione nutrizionale completa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Termini come &lt;strong&gt;"naturale"&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;"biologico"&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;"non OGM"&lt;/strong&gt; o &lt;strong&gt;"integrale"&lt;/strong&gt; descrivono caratteristiche differenti dei prodotti, ma non indicano automaticamente quanto zucchero, sodio o grassi contengano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori citano precedenti studi sui consumatori secondo cui queste diciture possono essere interpretate come sinonimi di alimento salutare, un'associazione che viene definita &lt;strong&gt;"effetto alone"&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il dibattito sui sistemi di etichettatura&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I risultati si inseriscono nel dibattito sui sistemi di &lt;strong&gt;etichettatura alimentare&lt;/strong&gt;. Negli Stati Uniti, la &lt;strong&gt;Food and Drug Administration (FDA)&lt;/strong&gt; ha aggiornato la definizione applicabile all'indicazione "healthy" e ha proposto un sistema informativo sulla parte anteriore delle confezioni per riassumere alcune caratteristiche nutrizionali dei prodotti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Miguel Gomez&lt;/strong&gt; richiama anche le esperienze di Paesi come &lt;strong&gt;Cile&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Messico&lt;/strong&gt;, dove vengono utilizzate avvertenze frontali per segnalare contenuti elevati di zuccheri, sale e grassi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"L'idea generale è passare dalle singole dichiarazioni a un sistema basato su un profilo nutrizionale più ampio", afferma Gomez.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'analisi della Cornell offre elementi per valutare questo approccio, ma non misura direttamente se un diverso sistema di etichettatura modifichi gli acquisti dei consumatori o migliori gli esiti di salute.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ricerca riguarda prodotti lanciati sul mercato statunitense nel periodo considerato, non un campione di tutte le confezioni attualmente in vendita né le abitudini alimentari delle persone.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I risultati mostrano tuttavia il limite di giudicare un alimento sulla base di una sola dicitura: per comprenderne meglio la composizione occorre considerare insieme zuccheri, sodio, grassi saturi e gli altri elementi riportati nella &lt;strong&gt;tabella nutrizionale&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 26 Sep 2026 01:48:00 GMT</pubDate>
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      <title>I social? Non sostituiscono il supporto emotivo nella vita reale</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-25/social-supporto-emotivo-39222189/</link>
      <description>&lt;p&gt;Agi - Iperconnessi eppure distanti. Due nuovi studi condotti da scienziati &lt;strong&gt;dell'Università statale dell'Oregon&lt;/strong&gt; (OSU) suggeriscono che i social media potrebbero non sostituire in modo significativo il &lt;strong&gt;supporto emotivo &lt;/strong&gt;che le persone ricevono dalle relazioni interpersonali e che il momento in cui vengono utilizzati potrebbe influire sulla salute mentale di una persona.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I social e il supporto emotivo: da soli non bastano&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il primo studio, pubblicato sul &lt;strong&gt;Journal of General Internal Medicine&lt;/strong&gt;, ha esaminato la relazione tra il supporto emotivo fornito dai social media, il supporto emotivo nella vita reale e la solitudine. Il secondo, invece, pubblicato sul &lt;strong&gt;Journal of Prevention,&lt;/strong&gt; ha analizzato se l'utilizzo dei social media subito dopo il risveglio fosse associato alla &lt;strong&gt;depressione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ricerca è particolarmente rilevante nel contesto di un rapporto del 2023 del &lt;strong&gt;Surgeon General &lt;/strong&gt;degli Stati Uniti, che ha classificato la&lt;strong&gt; solitudine e l'isolamento sociale &lt;/strong&gt;come un'epidemia. La prima in particolare è associata a una serie di problemi di salute, tra cui esiti peggiori in caso di malattie cardiovascolari, cancro e ictus. Questi risultati giungono inoltre in un anno cruciale per i social media: il 15 luglio si è celebrato &lt;strong&gt;il 20 anniversario &lt;/strong&gt;del lancio pubblico di&lt;strong&gt; Twitter,&lt;/strong&gt; e il 26 settembre il &lt;strong&gt;20 anniversario&lt;/strong&gt; dell'apertura di &lt;strong&gt;Facebook &lt;/strong&gt;a chiunque abbia almeno 13 anni e un account di posta elettronica.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un'epidemia di solitudine&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Entrambi gli studi sono stati finanziati dai &lt;strong&gt;National Institutes of Health&lt;/strong&gt; e sono stati condotti utilizzando lo stesso campione rappresentativo a livello nazionale di &lt;strong&gt;1.512 adulti&lt;/strong&gt; statunitensi di età compresa tra 30 e 70 anni che hanno partecipato a un questionario nei mesi di luglio e agosto 2023.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Sebbene questi risultati non significhino che i social media &lt;strong&gt;siano intrinsecamente dannosi &lt;/strong&gt;- ha affermato Brian Primack, medico e ricercatore del College of Health dell'OSU, specializzato nello studio delle implicazioni dei media e della tecnologia per la salute pubblica - suggeriscono che dovremmo riflettere attentamente su come li utilizziamo, sia a livello personale che sociale". Primack osserva che i partecipanti allo studio con i livelli più bassi di supporto emotivo nella vita reale avevano una probabilità &lt;strong&gt;otto volte maggiore &lt;/strong&gt;di soffrire di solitudine rispetto a coloro che avevano i livelli più alti di supporto emotivo nella vita reale. Anche livelli più bassi di supporto emotivo basato sui social media sono risultati associati alla solitudine, ma la relazione era molto più debole.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quando entrambi i tipi di supporto emotivo sono stati inclusi nello stesso modello statistico, solo il supporto emotivo nella vita reale è rimasto significativamente associato alla solitudine. "Per quanto riguarda il supporto emotivo, i nostri risultati suggeriscono che i social media non possono sostituire il supporto che riceviamo attraverso le nostre relazioni nella vita reale", ha affermato Geethika Koneru, medico e studentessa di dottorato che ha guidato lo studio. "Quando i due tipi di supporto emotivo sono stati confrontati direttamente, il supporto emotivo proveniente dai social media è risultato di gran lunga inferiore a quello&lt;strong&gt; proveniente dalla vita reale&lt;/strong&gt;."&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La connessione con la depressione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Nell'altro studio, i ricercatori si sono concentrati su un aspetto diverso dell'utilizzo dei social media: quanto tempo&lt;strong&gt; dopo il risveglio&lt;/strong&gt; le persone iniziassero a usarli.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli scienziati hanno scoperto che l'utilizzo dei social media entro &lt;strong&gt;30 minuti dal risveglio&lt;/strong&gt; era fortemente associato alla &lt;strong&gt;depressione&lt;/strong&gt;, anche dopo aver tenuto conto dell'utilizzo totale dei social media e delle caratteristiche demografiche. "Esiste una forte correlazione tra l'utilizzo dei social media nei primi 30 minuti dopo il risveglio e la depressione", ha affermato Hyosin "Dawn" Kim, assistente professoressa di ricerca presso l'OSU e responsabile dello studio. "Tuttavia, non sappiamo se l'utilizzo dei social media subito dopo il risveglio contribuisca alla depressione, se la depressione spinga le persone a utilizzare i social media al risveglio, o entrambe le cose."&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I due studi fanno parte di un programma di ricerca piu' ampio condotto da &lt;strong&gt;Primack e colleghi,&lt;/strong&gt; che esamina come diverse modalita' di utilizzo dei social media siano correlate alla connessione sociale e alla salute mentale. Oltre a Koneru, Kim e Primack, al progetto hanno partecipato anche Memuna Aslam, Jessica Gorman, Kari-Lyn Sakuma e Cesar Arredondo dell'OSU. "Una caratteristica importante di entrambi gli studi e' che prendiamo in esame gli adulti, una fascia di popolazione che ha ricevuto meno attenzione in questo ambito rispetto agli adolescenti e ai giovani adulti", ha affermato Primack. "Questa lacuna e' rilevante perche' gli adulti sono utilizzatori significativi dei social media, mentre la solitudine e la depressione rimangono importanti problemi di salute pubblica per tutta la vita adulta. Abbiamo bisogno di comprendere meglio come i social media si inseriscono in questo contesto".&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <pubDate>Fri, 25 Sep 2026 00:34:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Funghi, sotto il cappello tanti segreti: i 5 errori che rischiano di intossicarti</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-23/come-capire-se-funghi-velenosi-39206534/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Ogni autunno la passione per i boschi riempie i cestini degli italiani, ma fa registrare anche un numerosi&amp;nbsp;&lt;b&gt;accessi al pronto soccorso per intossicazione&lt;/b&gt;. A causare i problemi maggiori non sono solo gli scambi di persona con specie velenose, ma una serie di &lt;b&gt;leggende metropolitane e cattive abitudini in cucina&lt;/b&gt; che continuano a tramandarsi di generazione in generazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ai microfoni del podcast &lt;a href="https://www.agi.it/podcast/podcast/2026-09-23/funghi-falsi-porcini-39205282/"&gt;Agi in Salute (ASCOLTA IL PODCAST)&lt;/a&gt;, il micologo e saggista &lt;b&gt;Nicolò Oppicelli&lt;/b&gt; ha risposto alle domande più frequenti, smontando i falsi miti e fornendo le regole guida per consumare i funghi senza correre rischi.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;1. I "metodi della nonna" (aglio, cucchiaio d'argento, lumache) funzionano?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;No, sono superstizioni estremamente pericolose.&lt;/b&gt; Uno degli errori più gravi è credere che esista una regola empirica universale per capire se un fungo sia commestibile o tossico.&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;L'aglio o l'argento in pentola:&lt;/b&gt; Mettere uno spicchio d'aglio o una moneta d'argento nel tegame per vedere se anneriscono non ha alcun valore scientifico. I cambiamenti di colore avvengono per semplici reazioni chimiche e non rivelano le tossine. Funghi mortali come la &lt;i&gt;Amanita phalloides&lt;/i&gt; non alterano affatto l'aglio o l'argento.&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;I morsi delle lumache:&lt;/b&gt; Pensare che un fungo rosicchiato da un animale sia sicuro per l'uomo è un altro falso mito. Gli animali possiedono&amp;nbsp;apparati digerenti completamente diversi dai nostri; un fungo commestibile per una lumaca può risultare letale per un essere umano.&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;h2&gt;2. Se il fungo diventa blu o cambia colore al taglio è velenoso?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Falso.&lt;/b&gt; Il viraggio del colore (il tipico azzurramento della carne al taglio) è una semplice &lt;b&gt;reazione di ossidazione&lt;/b&gt; dei pigmenti a contatto con l'aria. Diventano blu sia specie commestibili (dopo adeguata cottura), sia specie tossiche. Al contrario, il fungo velenoso mortale per eccellenza, la &lt;i&gt;Amanita phalloides&lt;/i&gt;, non cambia affatto colore quando viene tagliata.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;3. I funghi si possono lavare sotto l'acqua corrente?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Sì, anzi vanno sempre lavati.&lt;/b&gt; La convinzione che i funghi non debbano mai toccare l'acqua è errata. Essendo composti in gran parte d'acqua, un &lt;b&gt;risciacquo rapido sotto il rubinetto&lt;/b&gt; non li rovinare e permette di eliminare residui di terriccio o piccoli insetti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'unica precauzione fondamentale è &lt;b&gt;evitare l'ammollo prolungato&lt;/b&gt;: lasciarli immersi per ore in una bacinella li fa comportare come spugne, compromettendone la consistenza e il sapore.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;4. Si possono mangiare i funghi crudi? E come vanno cucinati?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il consumo da crudo richiede un'estrema cautela:&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;Porcini e ovoli crudi:&lt;/b&gt; Sono considerati commestibili da crudi solo ed esclusivamente se &lt;b&gt;freschissimi&lt;/b&gt; (raccolti e consumati entro 24 ore). Trattandosi di prodotti biologici spontanei, la carne dei funghi va incontro a rapidi processi di putrefazione, diventando ricettacolo di batteri nocivi per la digestione.&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;Il caso dei chiodini (&lt;i&gt;Armillaria mellea&lt;/i&gt;):&lt;/b&gt; Contengono tossine idrosolubili e termolabili. Devono essere &lt;b&gt;obbligatoriamente sottoposti a una prebollitura&lt;/b&gt;, con l'accortezza di &lt;b&gt;gettare via l'acqua di cottura&lt;/b&gt; prima di usarli nelle ricette. Senza questo passaggio, causano intossicazioni gastrointestinali anche severe.&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;h2&gt;5. Come funziona il controllo gratuito dei funghi presso la ASL?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;In tutta Italia è attivo il &lt;b&gt;Servizio Ispettorato Micologico delle ASL&lt;/b&gt;, un controllo &lt;b&gt;completamente gratuito&lt;/b&gt; messo a disposizione dei cittadini per prevenire avvelenamenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per usufruirne correttamente occorre seguire queste indicazioni:&lt;/p&gt;
&lt;ol start="1"&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;Portare tutto il raccolto:&lt;/b&gt; Non bisogna mostrare solo un campione o l'esemplare "più bello". La specie velenosa può nascondersi in mezzo a tanti funghi commestibili.&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;Trasporto idoneo:&lt;/b&gt; I funghi devono essere freschi e trasportati in &lt;b&gt;contenitori rigidi e areati&lt;/b&gt; (i classici cestini di vimini, mai nei sacchetti di plastica).&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;Certificazione:&lt;/b&gt; Il micologo della ASL esamina l'intero cestino, scarta le specie tossiche o non idonee e rilascia una certificazione di commestibilità per il resto del raccolto.&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;</description>
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      <category>Komposer</category>
      <pubDate>Wed, 23 Sep 2026 12:59:11 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Cancro al seno, scoperta la proteina che favorisce le metastasi al cervello</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-23/cancro-seno-proteina-metastasi-39184433/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - I ricercatori della &lt;strong&gt;Wake Forest University School of Medicine&lt;/strong&gt; hanno identificato una proteina che favorisce la diffusione di una forma aggressiva di &lt;strong&gt;cancro al seno&lt;/strong&gt; al cervello, permettendole di eludere le difese immunitarie dell'organismo. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista &lt;strong&gt;Neuro-Oncology&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio ha scoperto che&lt;strong&gt; SIRPα&lt;/strong&gt;, una proteina nota soprattutto per la sua funzione di regolazione delle cellule immunitarie, sembra agire anche all'interno delle cellule del &lt;strong&gt;carcinoma mammario triplo negativo&lt;/strong&gt; (TNBC).&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come SIRPα&amp;nbsp;favorisce la diffusione del tumore&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Nei modelli preclinici, livelli più elevati di questa proteina hanno aumentato la probabilità di diffusione delle cellule tumorali, indebolendo al contempo la risposta immunitaria del cervello contro di esse.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il &lt;strong&gt;carcinoma mammario triplo negativo (TNBC)&lt;/strong&gt; è una forma aggressiva di &lt;strong&gt;tumore al seno&lt;/strong&gt; che non presenta tre marcatori comunemente utilizzati per guidare il trattamento. Rispetto a molti altri tumori mammari, ha una maggiore tendenza a sviluppare &lt;strong&gt;metastasi cerebrali&lt;/strong&gt;, dove le opzioni terapeutiche restano limitate e la prognosi è spesso sfavorevole.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I nuovi risultati offrono una possibile spiegazione di come le cellule TNBC formino tumori nel cervello e identificano &lt;strong&gt;SIRPα&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;come un potenziale bersaglio per future ricerche terapeutiche. Tuttavia, i risultati sono preclinici e saranno necessari ulteriori studi prima che questo approccio possa essere valutato nei pazienti.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il ruolo dell'ambiente cerebrale e del sistema immunitario&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;«La biologia delle metastasi cerebrali è incredibilmente complessa e abbiamo urgente bisogno di metodi migliori per prevenirle e curarle», ha affermato &lt;strong&gt;David R. Soto-Pantoja&lt;/strong&gt;, autore corrispondente dello studio e professore associato di biologia del cancro presso la Wake Forest University School of Medicine.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo il ricercatore, i risultati suggeriscono che &lt;strong&gt;SIRPα&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;contribuisce a rendere le cellule tumorali più aggressive, modificando contemporaneamente l'ambiente cerebrale in modi che ne favoriscono la sopravvivenza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Analizzando dati clinici e campioni tumorali umani, i ricercatori hanno riscontrato livelli più elevati di &lt;strong&gt;SIRPα&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;nelle cellule di tumori al seno triplo negativo, soprattutto nei casi in cui il cancro si era diffuso al cervello. Inoltre, livelli più elevati della proteina risultavano associati a esiti clinici peggiori tra le pazienti affette da TNBC.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Mitocondri e mobilità delle cellule tumorali&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Gli esperimenti di laboratorio hanno suggerito che &lt;strong&gt;SIRPα&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;modifica il comportamento dei &lt;strong&gt;mitocondri&lt;/strong&gt;, le strutture cellulari responsabili della produzione di energia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nelle cellule tumorali caratterizzate da elevati livelli della proteina, i mitocondri si frammentavano in unità più piccole attraverso un processo chiamato &lt;strong&gt;fissione mitocondriale&lt;/strong&gt;. Questa trasformazione rendeva le cellule cancerose più mobili e più propense a diffondersi nei modelli studiati.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Fibronectina e indebolimento della microglia&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno inoltre scoperto che &lt;strong&gt;SIRPα&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;aumenta la produzione di &lt;strong&gt;fibronectina&lt;/strong&gt;, una proteina fondamentale per fornire struttura e supporto alle cellule.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La fibronectina sembrava compromettere la risposta della &lt;strong&gt;microglia&lt;/strong&gt;, il sistema di difesa immunitario del cervello. Con un'esposizione ripetuta a questa proteina, la microglia diventava meno efficace nell'innescare processi infiammatori e nell'attaccare le cellule tumorali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Uno dei risultati più interessanti è stato osservare come le cellule tumorali riescano a indebolire la risposta delle cellule immunitarie del cervello», ha spiegato Soto-Pantoja. «Questo crea un ambiente più favorevole alla crescita e alla sopravvivenza delle cellule cancerose, e SIRP sembra svolgere un ruolo chiave in questo processo».&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Possibile bersaglio per nuove terapie&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Per la ricerca sono stati analizzati dati clinici, campioni tumorali di pazienti ed esperimenti che coinvolgevano cellule tumorali del seno, cellule immunitarie e mitocondri. Gli studiosi hanno inoltre utilizzato modelli preclinici progettati per riprodurre la diffusione del tumore al cervello.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In diversi modelli sperimentali, la riduzione o l'inibizione di &lt;strong&gt;SIRPα&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;ha rallentato la crescita del tumore, diminuito il numero di cellule cancerose presenti nel cervello e ritardato la comparsa delle &lt;strong&gt;metastasi cerebrali&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'inibizione della proteina ha inoltre invertito alcune delle modifiche biologiche che consentivano alle cellule tumorali di sfuggire alla risposta immunitaria cerebrale, rafforzando l'ipotesi che &lt;strong&gt;SIRPα&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;possa rappresentare un promettente bersaglio per future strategie terapeutiche contro il &lt;strong&gt;tumore al seno triplo negativo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <pubDate>Wed, 23 Sep 2026 02:14:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-09-23T02:14:00Z</dc:date>
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      <title>Tumori ginecologici, tornano gli Open Days gratuiti 2026</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-20/tumori-ginecologici-open-days-39139902/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - I &lt;strong&gt;tumori ginecologici&lt;/strong&gt;, che colpiscono &lt;strong&gt;ovaio&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;endometrio&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;cervice uterina&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;vulva&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;vagina&lt;/strong&gt;, hanno segnato la vita di circa 230 mila donne in Italia. Ogni anno vengono diagnosticati circa 18 mila nuovi casi, numeri che evidenziano l'importanza della prevenzione e della diagnosi precoce.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È proprio per richiamare l'attenzione su queste patologie che oggi, 20 settembre, si celebra il &lt;strong&gt;World GO Day&lt;/strong&gt;, la &lt;strong&gt;Giornata mondiale dell'oncologia ginecologica&lt;/strong&gt;, promossa dalla &lt;strong&gt;European Society of Gynaecological Oncology (ESGO)&lt;/strong&gt; e dalla rete europea delle associazioni di pazienti &lt;strong&gt;ENGAGe&lt;/strong&gt;. L'iniziativa, nata nel 2019, sostiene le oltre 3 milioni di donne nel mondo che convivono con un tumore ginecologico.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Gli Open Days 2026 di Loto Odv&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Per rispondere concretamente a questa emergenza sanitaria, l'associazione &lt;strong&gt;Loto Odv&lt;/strong&gt; annuncia il ritorno degli &lt;strong&gt;Open Days 2026&lt;/strong&gt;, una campagna diffusa nei principali poli ospedalieri italiani convenzionati con l'associazione. L'iniziativa coinvolgerà strutture di eccellenza a &lt;strong&gt;Bologna&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Roma&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Ancona&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Udine&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Forlì&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Rimini&lt;/strong&gt;, con l'obiettivo di promuovere la prevenzione delle neoplasie femminili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il progetto punta soprattutto a intercettare i bisogni delle donne che incontrano maggiori difficoltà nell'accesso ai percorsi di cura. Per questo motivo le giornate di screening sono rivolte gratuitamente a donne in condizioni di &lt;strong&gt;fragilità socio-economica&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Visite gratuite e diagnosi precoce&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Durante gli Open Days, le partecipanti potranno accedere a &lt;strong&gt;visite ginecologiche&lt;/strong&gt; complete di &lt;strong&gt;ecografia transvaginale&lt;/strong&gt; e a sessioni di &lt;strong&gt;counseling eredo-familiare&lt;/strong&gt;, strumenti fondamentali per la prevenzione e la diagnosi precoce delle patologie oncologiche ginecologiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'obiettivo è favorire l'individuazione tempestiva di eventuali fattori di rischio o segnali precoci della malattia, aumentando così le possibilità di trattamento efficace e migliorando la qualità della vita delle pazienti.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il calendario dell'iniziativa&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Gli Open Days 2026 prenderanno il via mercoledì 23 settembre a &lt;strong&gt;Bologna&lt;/strong&gt;, presso l'&lt;strong&gt;IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Policlinico di Sant'Orsola&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'iniziativa proseguirà poi fino alla fine dell'anno, coinvolgendo progressivamente gli altri centri ospedalieri dove opera Loto Odv: il &lt;strong&gt;Policlinico Gemelli&lt;/strong&gt; di Roma, gli &lt;strong&gt;Ospedali Riuniti delle Marche&lt;/strong&gt; di Ancona, l'&lt;strong&gt;Ospedale Santa Maria della Misericordia&lt;/strong&gt; di Udine, l'&lt;strong&gt;Ospedale Morgagni-Pierantoni&lt;/strong&gt; di Forlì e l'&lt;strong&gt;Ospedale Infermi&lt;/strong&gt; di Rimini.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Una sfida che richiede informazione e accessibilità&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La lotta contro i &lt;strong&gt;tumori ginecologici&lt;/strong&gt; richiede competenze specialistiche, informazione corretta e percorsi di cura realmente accessibili. Iniziative come gli Open Days rappresentano un importante strumento di sensibilizzazione e supporto, soprattutto per le categorie più fragili, contribuendo a diffondere la cultura della prevenzione e ad abbattere le barriere che ancora ostacolano l'accesso alle cure.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <pubDate>Sun, 20 Sep 2026 02:10:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>Il digiuno intermittente? Rallenta la malattia di Huntington</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-18/digiuno-intermittente-malattia-huntington-39108002/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Il digiuno intermittente potrebbe rappresentare un nuovo approccio promettente per la&lt;strong&gt; malattia di Huntington,&lt;/strong&gt; secondo una ricerca condotta dalla Oregon Health &amp;amp; Science University e pubblicata su &lt;strong&gt;Nature Metabolism.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In uno studio pilota di&lt;strong&gt; 12 settimane,&lt;/strong&gt; i ricercatori hanno scoperto che le persone con malattia di Huntington in fase iniziale erano in grado di seguire in sicurezza una forma di digiuno intermittente nota come&lt;strong&gt; alimentazione a tempo limitato&lt;/strong&gt;, restringendo il consumo di cibo a una finestra temporale di &lt;strong&gt;sei-otto ore &lt;/strong&gt;al giorno.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I benefici del digiuno intermittente sui pazienti&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I partecipanti hanno evitato una perdita di peso involontaria e hanno mostrato miglioramenti negli indicator&lt;strong&gt;i di gravità della malattia&lt;/strong&gt;, in un biomarcatore ematico legato al danno delle cellule nervose e nella produzione di energia cellulare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Questa è la prima volta che questo approccio viene studiato&lt;strong&gt; formalmente&lt;/strong&gt; in persone affette dalla malattia di Huntington", afferma Russell Wells, studente di medicina al quarto anno presso l'OHSU e autore principale dello studio: "Abbiamo scoperto che i partecipanti sono stati in grado di seguire il programma alimentare, mantenere il proprio peso e mostrare &lt;strong&gt;miglioramenti incoraggianti &lt;/strong&gt;nei parametri clinici e biologici importanti nella malattia di Huntington. Questi risultati suggeriscono che l'alimentazione a tempo limitato merita ulteriori studi in una sperimentazione clinica più ampia".&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Ma cos'è la malattia di Huntington?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La malattia di Huntington è una rara malattia&lt;strong&gt; neurologica ereditaria &lt;/strong&gt;che danneggia progressivamente le cellule nervose&lt;strong&gt; responsabili del movimento &lt;/strong&gt;e della regolazione &lt;strong&gt;cognitiva ed emotiva&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Wells ha affermato che si può paragonare alla presenza simultanea del&lt;strong&gt; morbo di Parkinson&lt;/strong&gt;, del &lt;strong&gt;morbo di Alzheimer&lt;/strong&gt; e della &lt;strong&gt;Sla. &lt;/strong&gt;Secondo la Huntington's Disease Society of America, la malattia colpisce circ&lt;strong&gt;a 41mila americani,&lt;/strong&gt; mentre oltre &lt;strong&gt;200mila persone&lt;/strong&gt; sono a rischio a causa di una storia familiare della malattia. Ogni figlio di un genitore affetto dalla malattia di Huntington ha il &lt;strong&gt;50% di probabilità&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;di ereditare la mutazione genetica che causa il disturbo.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;&amp;nbsp;I primi sintomi e il peso nei malati&amp;nbsp;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I sintomi in genere compaiono tra i &lt;strong&gt;30 e i 50 anni &lt;/strong&gt;e peggiorano nell'arco di&lt;strong&gt; 10-25 anni.&lt;/strong&gt; Sebbene i ricercatori conoscano da decenni la causa genetica della malattia, non sono stati approvati trattamenti in grado di&lt;strong&gt; rallentarne&lt;/strong&gt; o&lt;strong&gt; arrestarne&lt;/strong&gt; la progressione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Perdere peso è una sfida importante per molte persone affette dalla malattia di Huntington - ha detto Amie Hiller, autrice principale dello studio - quindi chiedere loro di mangiare entro un intervallo di tempo limitato &lt;strong&gt;sembrava controintuitivo.&lt;/strong&gt; L'aspetto più interessante di questo studio è che i partecipanti sono riusciti a mantenere il proprio peso, mostrando al contempo segnali che l'intervento potrebbe avere un impatto positivo&lt;strong&gt; sulla malattia stessa"&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <category>Komposer</category>
      <pubDate>Fri, 18 Sep 2026 04:48:00 GMT</pubDate>
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      <title>Come fermare le metastasi, individuata la molecola che "spegne" le difese del tumore</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-18/tumori-molecola-metastasi-39109433/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Una scoperta importante nella lotta al contrasto dei tumori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una molecola, IL-27p28/IL-30, potrebbe rappresentare un nuovo bersaglio per contrastare la&lt;strong&gt; formazione delle metastasi &lt;/strong&gt;e potenziare l'immunoterapia: due studi internazionali guidati da Emma Di Carlo, &lt;strong&gt;dell'Università "Gabriele d'Annunzio" &lt;/strong&gt;di Chieti-Pescara, mostrano che IL-30 è presente in concentrazioni molto elevate nelle metastasi rispetto ai tumori primari, contribuisce a disattivare i linfociti T e riprogramma alcune cellule del microambiente tumorale favorendo la migrazione delle cellule maligne verso organi come midollo osseo e polmoni.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il&amp;nbsp;bersaglio per frenare le metastasi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I risultati sono stati pubblicati su Biomedicine &amp;amp; Pharmacotherapy e Molecular Biomedicine. La ricerca è stata condotta nel Dipartimento di Medicina e Scienze dell'Invecchiamento e nell'Unità di Anatomia Patologica e Immuno-Oncologia del CAST, Center for Advanced Studies and Technology, della "D'Annunzio", con il contributo di Cristiano Fieni, Simona Marchetti, Stefania Ciummo e Carlo Sorrentino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il primo lavoro ha analizzato il ruolo di &lt;strong&gt;IL-30&lt;/strong&gt; nella capacità del tumore di &lt;strong&gt;sottrarsi alla risposta immunitaria. &lt;/strong&gt;I ricercatori hanno rilevato concentrazioni della molecola molto &lt;strong&gt;più elevate nelle metastasi&lt;/strong&gt; rispetto ai tumori primari. IL-30 agisce disattivando i linfociti T e riducendo la produzione di molecole fondamentali per la risposta antitumorale, tra cui interferone- e TNF-.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I risultati del primo studio&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I risultati indicano quindi IL-30 come un possibile bersaglio per contrastare l'esaurimento dei linfociti T e rafforzare&lt;strong&gt; la risposta immunitaria &lt;/strong&gt;contro il tumore. La prospettiva indicata dai ricercatori è arrivare in futuro a combinare il blocco di IL-30 con immunoterapie già utilizzate, come la combinazione di nivolumab e relatlimab, nei pazienti con melanoma metastatico o non operabile.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Ma in che modo favorisce la diffusione del tumore?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il secondo studio ha invece ricostruito un altro meccanismo attraverso il quale IL-30 potrebbe &lt;strong&gt;favorire la diffusione del tumore&lt;/strong&gt;. La molecola riprogramma i fibroblasti presenti nel microambiente tumorale, inducendoli a creare condizioni che agevolano&lt;strong&gt; la migrazione&lt;/strong&gt; delle cellule maligne verso altri organi, tra cui il midollo osseo e i polmoni.&amp;nbsp;&amp;nbsp;Per studiare questo processo, il gruppo ha utilizzato piattaforme &lt;strong&gt;"organ-on-a-chip"&lt;/strong&gt;, dispositivi microfluidici nei quali vengono integrati tumori biostampati in 3D e analisi multi-omiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questi sistemi permettono di riprodurre e analizzare alcuni aspetti dell'interazione tra tumore e microambiente e vengono utilizzati dal gruppo anche con l'obiettivo di sviluppare modelli maggiormente personalizzati e ridurre il ricorso alla&lt;strong&gt; sperimentazione animale.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Uno studio dai risvolti concreti&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I risultati si inseriscono in un percorso di ricerca precedente. In test preclinici, il gruppo era già riuscito&lt;strong&gt; a 'spegnere' &lt;/strong&gt;il gene dell'IL-30 in modelli animali utilizzando l'editing genomico CRISPR-Cas9, somministrato per via endovenosa attraverso nanotecnologie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In questi modelli il trattamento ha frenato la&lt;strong&gt; crescita tumorale&lt;/strong&gt;, bloccato le metastasi e prolungato la sopravvivenza. Anche in questo caso i risultati riguardano modelli preclinici e non dimostrano ancora l'efficacia della strategia nell'uomo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"I nostri studi dimostrano che l'IL-30 gioca un ruolo chiave nel consentire al tumore di eludere le difese immunitarie e di colonizzare organi vitali come ossa e polmoni - spiega Di Carlo -. Avere individuato questo bersaglio ci permette oggi di guardare a nuove&lt;strong&gt; strategie terapeutiche&lt;/strong&gt;: da un lato, possiamo rendere più efficaci le immunoterapie già in uso per prevenire l'esaurimento dei linfociti T; dall'altro, stiamo lavorando allo sviluppo di una&lt;strong&gt; nanomedicina &lt;/strong&gt;di precisione". Il gruppo sta infatti lavorando, attraverso collaborazioni internazionali e con il supporto di partner farmaceutici, alla possibile traslazione clinica dei risultati. L'obiettivo dichiarato è sviluppare una nanomedicina di precisione diretta contro IL-30 e studiarne l'applicazione non soltanto nel melanoma e nel tumore della prostata, ma anche nei sottotipi piu' aggressivi di carcinoma mammario, compresi quelli HER2-positivi e triplo-negativi. "L'obiettivo finale - conclude Di Carlo - è offrire ai pazienti trattamenti personalizzati capaci di bloccare sul nascere la disseminazione metastatica, specialmente nei tumori a più alta aggressivita'".&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <pubDate>Fri, 18 Sep 2026 00:40:00 GMT</pubDate>
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      <title>Rischio maggiore di glaucoma e cataratta per chi è più esposto all'aria inquinata</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-16/glaucoma-cataratta-aria-inquinata-39053949/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Le persone che vivono in aree con livelli più elevati di &lt;strong&gt;inquinamento atmosferico&lt;/strong&gt; hanno maggiori probabilità di sviluppare &lt;strong&gt;glaucoma&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;cataratta&lt;/strong&gt;, secondo un ampio studio presentato al 44esimo Congresso della &lt;strong&gt;Società Europea di Chirurgia della Cataratta e Refrattiva (ESCRS)&lt;/strong&gt;. La ricerca è stata illustrata dal dottor &lt;strong&gt;Ahmed Alnabihi&lt;/strong&gt; del &lt;strong&gt;King Khaled Eye Specialist Hospital and Research Center&lt;/strong&gt; di Riyadh, in Arabia Saudita.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Sappiamo da anni che l'inquinamento atmosferico danneggia polmoni e cuore, ma i suoi effetti sugli occhi sono stati studiati molto meno e le prove esistenti erano frammentarie e inconcludenti", ha spiegato Alnabihi. "Ogni giorno vediamo pazienti che perdono la vista a causa di patologie come il glaucoma e la cataratta. Queste malattie vengono spesso considerate esclusivamente legate all'età, ma questa definizione appare incompleta. Se un fattore ambientale sta accelerando tali patologie, ciò cambia il nostro modo di pensare e suggerisce che potremmo intervenire per ridurre i rischi".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Una revisione basata su milioni di persone&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Lo studio è una &lt;strong&gt;revisione sistematica&lt;/strong&gt; e una &lt;strong&gt;meta-analisi&lt;/strong&gt;, metodologia che consente di raccogliere e aggregare i risultati delle ricerche esistenti. Sono stati inclusi &lt;strong&gt;41 studi osservazionali&lt;/strong&gt; basati su dati provenienti da milioni di persone in &lt;strong&gt;Asia orientale&lt;/strong&gt; e nel &lt;strong&gt;Regno Unito&lt;/strong&gt;, attingendo ad alcuni dei più grandi database mondiali sulla &lt;strong&gt;salute oculare&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno analizzato i livelli di diversi inquinanti atmosferici, tra cui &lt;strong&gt;particolato fine&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;biossido di azoto&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;biossido di zolfo&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;ozono&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;monossido di carbonio&lt;/strong&gt;. I dati sono stati quindi confrontati con l'incidenza di diagnosi di glaucoma, cataratta e &lt;strong&gt;degenerazione maculare legata all'età&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il particolato fine è il principale responsabile&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I risultati evidenziano una relazione significativa tra l'esposizione al &lt;strong&gt;particolato fine&lt;/strong&gt; e il rischio di glaucoma. Le persone che vivono nelle aree più inquinate presentano una probabilità fino al &lt;strong&gt;70 per cento maggiore&lt;/strong&gt; di sviluppare questa patologia rispetto a coloro che risiedono nelle zone meno esposte all'inquinamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche per la &lt;strong&gt;cataratta&lt;/strong&gt; emerge un aumento costante del rischio: maggiore è il livello di inquinamento atmosferico, maggiore è la probabilità di sviluppare la malattia.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I dati sui rischi per glaucoma e cataratta&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo Alnabihi, il dato più solido riguarda proprio il particolato fine, costituito da minuscole particelle presenti nel &lt;strong&gt;fumo&lt;/strong&gt;, nei &lt;strong&gt;gas di scarico dei veicoli&lt;/strong&gt; e nell'&lt;strong&gt;inquinamento industriale&lt;/strong&gt;, abbastanza piccole da penetrare in profondità nell'organismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per ogni aumento significativo dell'esposizione all'inquinamento, il rischio di &lt;strong&gt;glaucoma&lt;/strong&gt; cresce di circa l'&lt;strong&gt;8 per cento&lt;/strong&gt;, mentre quello di &lt;strong&gt;cataratta&lt;/strong&gt; aumenta di circa il &lt;strong&gt;4 per cento&lt;/strong&gt;. Le evidenze relative alla &lt;strong&gt;degenerazione maculare legata all'età&lt;/strong&gt; risultano invece meno consistenti, sebbene alcuni studi suggeriscano una possibile correlazione.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Associazioni più deboli per gli altri inquinanti&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Gli altri inquinanti analizzati, tra cui &lt;strong&gt;biossido di azoto&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;ozono&lt;/strong&gt;, hanno mostrato associazioni più deboli o contrastanti con le principali patologie oculari. Secondo i ricercatori, saranno necessari ulteriori studi per chiarire il ruolo di questi fattori ambientali nella comparsa delle malattie degli occhi.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <pubDate>Thu, 17 Sep 2026 02:55:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>Cereali: la quantità magica delle 3 porzioni e l’inganno del "finto integrale" al supermercato</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-16/cereali-integrali-3-porzioni-inganno-etichette-39085880/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - I &lt;b&gt;cereali integrali&lt;/b&gt; fanno bene, ma quanti ne dobbiamo mangiare davvero per vedere dei risultati sulla salute? E soprattutto: siamo certi che quello che mettiamo nel carrello sia &lt;i&gt;vero&lt;/i&gt; integrale?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un'analisi dell'Imperial College di Londra pubblicata sull'&lt;i&gt;European Heart Journal&lt;/i&gt; e &lt;b&gt;riportata dalla CNN&lt;/b&gt; ha fatto luce sulla quantità esatta da consumare ogni giorno per proteggere cuore e circolazione, mettendo contemporaneamente in guardia dai falsi prodotti integrali che affollano gli scaffali.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La regola delle 3 porzioni: quanti grammi mangiare al giorno&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo la ricerca, la quota minima per attivare una vera protezione cardiovascolare (riducendo colesterolo cattivo LDL, pressione e girovita) è di &lt;b&gt;90 grammi al giorno&lt;/b&gt;, pari a &lt;b&gt;3 porzioni&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per raggiungere l'obiettivo quotidiano senza impazzire con la bilancia, tre porzioni corrispondono a:&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;1 porzione:&lt;/b&gt; 1 fetta di pane 100% integrale&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;1 porzione:&lt;/b&gt; Mezza tazza di fiocchi d'avena a colazione&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;1 porzione:&lt;/b&gt; Mezza tazza di riso integrale, farro o quinoa cotti&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;p&gt;Aumentare le dosi fino a &lt;b&gt;4-6 porzioni al giorno&lt;/b&gt; garantisce benefici ancora maggiori. Ma c'è un grande "ma": sostituire i cibi raffinati non significa aggiungere carboidrati a caso. Se si aggiunge pane integrale a un pasto già ricco di grassi o zuccheri, l'unico risultato sarà l'aumento di peso.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'inganno del supermercato: come riconoscere il "finto" integrale&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Consumare la giusta quantità serve a poco se il prodotto acquistato è una truffa per il palato e per la salute. Moltissimi prodotti confezionati venduti come "salutari" sono in realtà &lt;b&gt;falsi integrali&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come spiegato alla CNN dagli esperti di nutrizione della &lt;i&gt;Tufts University&lt;/i&gt;, pane scuro, cracker o fette biscottate etichettate come &lt;b&gt;"multicereali"&lt;/b&gt; o &lt;b&gt;"con farina integrale"&lt;/b&gt; sono spesso preparati con farina bianca raffinata a cui viene semplicemente riaggiunta la crusca a posteriori.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;La regola d'oro per leggere l'etichetta:&lt;/h3&gt;
&lt;ol start="1"&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;Gira la confezione:&lt;/b&gt; Ignora le scritte pubblicitarie sul fronte del pacco.&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;Controlla il primo ingrediente:&lt;/b&gt; Il primissimo elemento della lista deve essere un cereale espressamente &lt;b&gt;integrale&lt;/b&gt; (es. &lt;i&gt;Farina di grano tenero integrale&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Farina di avena integrale&lt;/i&gt;).&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
 &lt;li&gt;
  &lt;p&gt;&lt;b&gt;Fai attenzione alle diciture trappola:&lt;/b&gt; Se leggi &lt;i&gt;"Farina di grano tenero"&lt;/i&gt; seguita da &lt;i&gt;"Crusca"&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;"Cruschello"&lt;/i&gt;, si tratta di farina raffinata ricostituita. Lascialo sullo scaffale&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <category>Komposer</category>
      <pubDate>Wed, 16 Sep 2026 09:38:59 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>La tosse notturna è legata ai livelli di inquinamento</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-16/tosse-inquinamento-39069627/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - La &lt;strong&gt;tosse notturna&lt;/strong&gt; è nettamente legata ai livelli di inquinamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato su Communications Health. Ricercatori dell'Università di Cambridge, dell'Università di Tsinghua e dell'azienda di tecnologie per il sonno Sleep Cycle hanno &lt;strong&gt;analizzato i suoni della tosse&lt;/strong&gt; provenienti da individui di 32 città di 12 Paesi per un periodo di 500 giorni, scoprendo che livelli più elevati di inquinamento atmosferico giornaliero erano fortemente correlati ai livelli di tosse notturna, anche laddove i livelli di inquinamento locali erano inferiori al limite di esposizione giornaliera raccomandato dall'Organizzazione mondiale della sanità.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'esperimento sugli abitanti di 32 città&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno utilizzato i suoni della tosse registrati passivamente da un'app mobile tramite il microfono del telefono. I suoni della tosse sono stati conteggiati su ciascun dispositivo e aggregati per città per creare un set di dati senza precedenti di questo tipo. I ricercatori hanno tenuto conto di &lt;strong&gt;fattori esterni che potrebbero portare a un aumento dei livelli di tosse&lt;/strong&gt;, come le condizioni meteorologiche o i livelli di influenza. L'analisi dei dati, che sono stati anonimizzati, ha rilevato che quando i livelli di inquinamento aumentavano di 10 microgrammi di particolato per metro cubo, si verificava un aumento del 2,4 per cento dei livelli di tosse. A Los Angeles, una delle città incluse nel set di dati, i livelli di tosse hanno raggiunto il picco in concomitanza con gli incendi boschivi del gennaio 2025, fungendo da esperimento quasi naturale che ha ulteriormente confermato l'associazione a breve termine tra inquinamento diurno e tosse notturna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Tutti tossiscono di tanto in tanto, ma la tosse, che sia un episodio isolato o più persistente, è &lt;strong&gt;un segno di irritazione o infiammazione polmonare&lt;/strong&gt;", afferma l'autore principale, il dottor Tong Xia dell'Università di Tsinghua: "La tosse potrebbe essere il segnale di qualcosa che non è ancora diventato cronico, ma che potrebbe diventarlo in futuro".&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 16 Sep 2026 03:03:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
      <dc:date>2026-09-16T03:03:00Z</dc:date>
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      <title>Quando la dieta fa bene al cervello</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-15/dieta-mediterranea-salute-cervello-39079216/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Settembre è tempo di buoni propositi. Come, ad esempio, quello di perdere quei chili di troppo presi in vacanza, o che speravamo di non portare con noi in spiaggia. Ciò nonostante, bisogna fare estrema attenzione. «Il proposito di &lt;strong&gt;rimettersi in forma&lt;/strong&gt; può diventare l'ennesima &lt;strong&gt;fonte di stress&lt;/strong&gt; in un periodo dell’anno già potenzialmente ad alto rischio. Mangiare bene non significa vivere una costante &lt;strong&gt;guerra con il cibo&lt;/strong&gt;». &lt;strong&gt;Vincenzo Barretta&lt;/strong&gt;, psichiatra, direttore scientifico del &lt;strong&gt;Centro Noesis&lt;/strong&gt; di Napoli e specialista in dipendenze, mette in guardia dal rito dei buoni propositi che ogni settembre accompagna la ripresa del lavoro e della scuola, quando dopo settimane di cene fuori e di eccessi la domanda torna sempre la stessa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Regimi fortemente restrittivi&lt;/strong&gt;, eliminazione indiscriminata di intere categorie alimentari, &lt;strong&gt;digiuni &lt;/strong&gt;non appropriati, controllo ossessivo delle calorie e senso di colpa dopo aver mangiato qualcosa di «proibito» non conducono di per sé al benessere. «Il desiderio di recuperare regolarità e movimento è positivo, ma quando si trasforma in un sistema di divieti e di punizioni produce l'effetto opposto», chiarisce lo psichiatra. «Una corretta &lt;strong&gt;educazione alimentare&lt;/strong&gt; aiuta a riconoscere fame e sazietà, piacere e convivialità, qualità e quantità. Anche questo è salute emotiva e comportamentale».&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Quando il controllo diventa ossessione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Cosa fare quando questa situazione rischia di diventare ossessione? «Evitare di credere di poter gestire tutto in autonomia è fondamentale. Un &lt;strong&gt;nutrizionista&lt;/strong&gt;, un &lt;strong&gt;dietologo &lt;/strong&gt;e nei casi più complessi un supporto psicologico e psichiatrico possono essere necessari. Prima, però, bisogna essere in grado di comprendere quando stiamo oltrepassando il limite», spiega Barretta. «Fortunatamente, il nostro corpo lancia dei messaggi inequivocabili. Da un punto di vista mentale, invece, è bene fare attenzione a quando i nostri comportamenti alimentari arrivano a incidere sul nostro quotidiano in maniera evidente, al punto da pregiudicare i nostri giorni e la nostra serenità in funzione di cosa si mangi».&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Alimentazione e salute del cervello&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La &lt;strong&gt;buona alimentazione&lt;/strong&gt;, tra l’altro, ha un impatto fondamentale sulla qualità del &lt;strong&gt;cervello&lt;/strong&gt; in quanto tale, proprio in quanto organo. Un aspetto, ricorda lo psichiatra, spesso sottovalutato. «Prima della bilancia, pensiamo al cervello: il cibo non serve soltanto a fornire calorie, è anche la fonte delle molecole che permettono al sistema nervoso di funzionare», afferma Barretta. «Il cervello è uno degli organi metabolicamente più esigenti dell'organismo e richiede un apporto continuo di &lt;strong&gt;energia, acidi grassi, aminoacidi, vitamine e minerali&lt;/strong&gt;. Quando parliamo di alimentazione pensiamo al colesterolo, alla glicemia, alla pressione, al rischio cardiovascolare. Molto più raramente pensiamo alla produzione di neurotrasmettitori, alla regolazione dell'infiammazione, all'equilibrio del &lt;strong&gt;microbiota intestinale&lt;/strong&gt;».&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le evidenze sulla dieta mediterranea&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Su questo terreno la ricerca ha prodotto negli ultimi anni un corpo di evidenze crescente, che il direttore scientifico di Noesis richiama con cauto ottimismo. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 ha raccolto 104 studi, osservazionali e interventistici, rilevando associazioni complessivamente favorevoli tra &lt;strong&gt;dieta mediterranea&lt;/strong&gt; e diversi indicatori di &lt;strong&gt;salute mentale&lt;/strong&gt;; una meta-analisi di studi randomizzati, sempre del 2025, ha registrato una riduzione dei sintomi depressivi negli adulti sottoposti a interventi basati sullo stesso modello alimentare. Studi che sono destinati ad essere approfonditi nei prossimi anni. «Nessun piatto di verdure cura una depressione, sarebbe una semplificazione pericolosa», precisa Barretta. «Però è vero che l'alimentazione è uno dei fattori che concorrono alla salute del cervello, insieme al sonno, al movimento, alle relazioni, alla gestione dello stress e, quando servono, alle terapie psicologiche e farmacologiche. Non a caso, nel Centro Noesis abbiamo anche elaborato trattamenti per la depressione tutti naturali in cui l’alimentazione gioca il ruolo chiave, e il riscontro che abbiamo avuto è stato assolutamente positivo e incoraggiante».&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'asse intestino-cervello&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Fra le direzioni più studiate c'è quella dell'&lt;strong&gt;asse intestino-cervello&lt;/strong&gt;. Il &lt;strong&gt;microbiota intestinale&lt;/strong&gt; interagisce con il metabolismo, con il sistema immunitario e con numerosi processi neurobiologici, e la ricerca sta valutando quanto queste interazioni incidano su umore, stress e funzioni cognitive. «Molte domande restano aperte, ma un elemento è ormai acquisito: cervello e intestino non sono sistemi indipendenti», annota lo psichiatra.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Che cos'è la nutritional psychiatry&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Da qui lo sviluppo di un campo interdisciplinare noto nel mondo anglosassone come &lt;strong&gt;Nutritional Psychiatry&lt;/strong&gt;. Non una psichiatria alternativa, sottolinea Barretta, ma un'area di ricerca che indaga se e come gli interventi nutrizionali possano contribuire alla prevenzione e, come trattamento complementare, alla gestione dei disturbi mentali. La &lt;strong&gt;American Psychiatric Association&lt;/strong&gt; ha indicato tra gli approcci alimentari più studiati proprio il modello mediterraneo, mentre alla materia è dedicata una società scientifica internazionale, la &lt;strong&gt;International Society for Nutritional Psychiatry Research&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un nuovo proposito per settembre&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il proposito di settembre, per il direttore scientifico di Noesis, andrebbe quindi riformulato: «Non "devo perdere cinque chili", ma "voglio prendermi meglio cura di me". La salute non è soltanto assenza di malattia e non è un numero sulla bilancia: è capacità di concentrarsi, stabilità emotiva, qualità del sonno, resilienza allo stress, socialità».&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 15 Sep 2026 00:08:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Come si "inganna" Ebola? Con una molecola che le sbarra la strada</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-13/ebola-molecola-sperimentale-39022038/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Una nuova piccola molecola sperimentale, denominata MWAC-3634, blocca l'ingresso del virus Ebola stabilizzandone la proteina di ingresso ed è almeno 100 volte più potente degli inibitori precedentemente descritti.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La molecola che blocca&amp;nbsp;l'ingresso del virus Ebola&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Nei test contro il virus Ebola autentico ha inibito l'infezione con una IC50 di 0,65 nM,&lt;strong&gt; senza mostrare tossicità&lt;/strong&gt; rilevabile per le cellule nelle condizioni sperimentali utilizzate, mentre in un modello preclinico il trattamento orale ha migliorato &lt;strong&gt;sostanzialmente la sopravvivenza, &lt;/strong&gt;ridotto i segni di malattia e abbassato i livelli del virus.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A identificare il composto è stato un gruppo coordinato dalla&lt;strong&gt; University of Minnesota, &lt;/strong&gt;con Fan Bu come primo autore e Fang Li, professore di farmacologia alla University of Minnesota Medical School e co-direttore del Midwest Antiviral Drug Discovery Center, come autore senior. La ricerca, alla quale hanno partecipato anche Baylor College of Medicine, Boston University e University of Florida Scripps Institute, è pubblicata su &lt;strong&gt;Nature Communications.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un approccio diverso&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il meccanismo individuato dai ricercatori differisce da quello delle piccole molecole precedentemente caratterizzate strutturalmente e dirette contro la proteina di ingresso di Ebola. Questi composti la destabilizzavano, mentre MWAC-3634&lt;strong&gt; la stabilizza&lt;/strong&gt;, impedendo i cambiamenti di forma necessari al virus &lt;strong&gt;per entrare nella cellula&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Questo composto funziona in &lt;strong&gt;modo opposto &lt;/strong&gt;rispetto agli inibitori dell'ingresso di Ebola studiati in precedenza", ha spiegato Li. "I composti precedenti destabilizzavano la proteina di ingresso di Ebola. MWAC-3634 la stabilizza, essenzialmente bloccando la proteina in modo che il virus non possa effettuare i cambiamenti necessari per entrare in una cellula. Questo rivela una &lt;strong&gt;nuova strategia&lt;/strong&gt; per bloccare l'infezione".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per arrivare al composto, i ricercatori hanno utilizzato la DNA-Encoded Chemistry Technology per effettuare uno screening di circa 4,73 miliardi di molecole direttamente contro la proteina di&lt;strong&gt; ingresso del virus Ebola.&lt;/strong&gt; L'analisi ha permesso di individuare un punto di partenza chimico promettente. "Le librerie codificate dal DNA ci permettono di esaminare miliardi di molecole in un'unica campagna di scoperta", ha detto Srinivas Chamakuri, assistant director del Center for Drug Discovery del Department of Pathology del Baylor College of Medicine.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Ma come funziona davvero?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;L'analisi stereochimica del composto inizialmente individuato ha poi identificato MWAC-3634 come&lt;strong&gt; la forma più attiva.&lt;/strong&gt; "Il risultato iniziale era soltanto &lt;strong&gt;un punto di partenza&lt;/strong&gt;", ha spiegato&lt;strong&gt; Peter Dosa&lt;/strong&gt;, research associate professor di chimica farmaceutica alla University of Minnesota. "Il composto iniziale era una miscela di forme strettamente correlate. Identificando la forma più attiva, ne abbiamo aumentato sostanzialmente &lt;strong&gt;la potenza&lt;/strong&gt;".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli studi strutturali ad alta risoluzione hanno mostrato che MWAC-3634 si inserisce in una tasca della proteina di ingresso di Ebola e la mantiene in &lt;strong&gt;uno stato stabile.&lt;/strong&gt; Normalmente la proteina deve&lt;strong&gt; cambiare forma &lt;/strong&gt;affinché il virus possa fondersi con la cellula ospite ed entrarvi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Immobilizzandola, il composto &lt;strong&gt;blocca quindi l'infezione&lt;/strong&gt; in una delle sue fasi iniziali. "La struttura ci ha permesso di vedere esattamente dove MWAC-3634 si lega e come stabilizza la proteina di ingresso di Ebola", ha detto Li. "Questa visione molecolare aiuta a spiegare l'elevata potenza del composto e ci fornisce un modello per progettare versioni migliorate". Nel modello preclinico, MWAC-3634 ha mostrato anche una&lt;strong&gt; biodisponibilità orale&lt;/strong&gt; del 69% rispetto alla somministrazione endovenosa. "La protezione che abbiamo osservato con il trattamento orale è &lt;strong&gt;particolarmente incoraggiante&lt;/strong&gt;", ha detto Robert Davey, professore di virologia, immunologia e microbiologia e interim director dei National Emerging Infectious Diseases Laboratories della Boston University. "Si tratta ancora di un composto in fase iniziale e saranno necessari ulteriore sviluppo e sperimentazione prima di sapere se potrebbe essere utile nelle persone".&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sun, 13 Sep 2026 00:13:00 GMT</pubDate>
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      <title>Un nuovo spray nasale protegge gli anziani dall'influenza</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-11/influenza-anziani-spray-nasale-39000555/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Contro diversi ceppi di&lt;strong&gt; influenza&lt;/strong&gt; arriva una nuova formulazione vaccinale somministrata con un singolo &lt;strong&gt;spray nasale&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;in grado di invertire il declino dell’immunità polmonare legato all’invecchiamento, offrendo una &lt;strong&gt;protezione completa&lt;/strong&gt;. A suggerirlo uno studio, pubblicato sulla rivista&amp;nbsp;&lt;a href="https://eur03.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%3A%2F%2Ffbbhjfa.r.tsp1-brevo.net%2Ftr%2Fcl%2FFA1qw9jgM1J6ytbsKro8rAKIWHoqSQ0RY604-erx0ZaDMJijj4hqgCxtG1heIB1RZWaeNWtyC1xtgka6fr4YaT-uoHk44loz3lWt8pTXnEOdXEWiSnx6WQHgXVECswA0YtbRMs-d2G1I0M7M9w9ewxBSs3jmJEU0IUX3ntBW-U_WM0GKWxWG2gKWz9oYN01vy0KD9BQsslxyupfjiMopfq3q3nIMSPi2RbdXmq8QEJ2rtRAUEmRDTqYBbQnTmLjOXoWS0Mp_bA_o7DwRqDoZvgXKM7cJOxTOa_boLa7YA6l7YlY4v871g6r-&amp;amp;data=05%7C02%7Cdigitale%40agi.it%7Cce15af143a0045ca4c4d08df0fe3125f%7Cc16e514b893e4a019a30b8fef514a650%7C0%7C0%7C639247140142578745%7CUnknown%7CTWFpbGZsb3d8eyJFbXB0eU1hcGkiOnRydWUsIlYiOiIwLjAuMDAwMCIsIlAiOiJXaW4zMiIsIkFOIjoiTWFpbCIsIldUIjoyfQ%3D%3D%7C0%7C%7C%7C&amp;amp;sdata=dblAP7Dbs%2BrY84YLR4znWU9xs935dMidbZY5jM5z1a8%3D&amp;amp;reserved=0" title="This link will open in a new window."&gt;Science Immunology&lt;/a&gt;, condotto dagli scienziati del Massachusetts General Hospital, guidati da Shilin Gao.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il vaccino, riportano gli autori, somministrato negli animali più anziani, ripristinava risposte immunitarie forti e paragonabili a quelle degli esemplari più giovani. Con l’avanzare dell’età, spiegano gli esperti, l’efficacia dei vaccini diminuisce a causa dell’aumento dell’immunosoppressione e dell’indebolimento delle risposte immunitarie nei polmoni. Per superare questo ostacolo, i ricercatori hanno &lt;strong&gt;sviluppato un adiuvante chiamato AMnESTI.&lt;/strong&gt; Si tratta di un liposoma biomimetico, una minuscola sfera che imita le cellule del corpo, contenente ioni di manganese e una molecola che attiva il sistema immunitario innato, o agonista STING. Somministrato per via intranasale, l’adiuvante si lega alle cellule epiteliali che rivestono gli alveoli polmonari, attivando la via di segnalazione cellulare cGAS-STING.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La risposta dei linfociti a svariati gruppi del virus dell'influenza&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Questo processo, sostengono i ricercatori, stimola la produzione di cellule immunitarie, cellule dendritiche e monociti, e riduce l’immunosoppressione. L’analisi tramite sequenziamento genetico ha dimostrato che una sola dose del vaccino combinato con questo adiuvante ringiovanisce l’immunità polmonare e induce una potente risposta dei linfociti T contro svariati ceppi del virus influenzale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Data la &lt;strong&gt;scarsa efficacia degli attuali vaccini influenzali negli anziani &lt;/strong&gt;– afferma Gao – questo lavoro ha il potenziale di proteggere le popolazioni man mano che l’età avanza, dato che questi soggetti sono sproporzionatamente vulnerabili a epidemie stagionali e pandemie”. Nel prossimo futuro, concludono gli autori, sarà importante verificare la possibilità di combinare questo innovativo adiuvante nasale con altri vaccini mirati contro diversi patogeni respiratori emergenti a elevato potenziale pandemico.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 11 Sep 2026 22:41:00 GMT</pubDate>
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      <title>Le extension per le ciglia favoriscono la proliferazione di acari</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-11/acari-estension-ciglia-39000984/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - L&lt;strong&gt;’uso regolare delle extension per le ciglia &lt;/strong&gt;è associato alla proliferazione di &lt;strong&gt;acari microscopici,&lt;/strong&gt; come Demodex folliculorum, e alla disfunzione delle ghiandole di Meibomio, provocando &lt;strong&gt;secchezza, irritazione oculare e blefarite&lt;/strong&gt;, un’infiammazione comune e spesso cronica del margine libero delle palpebre.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A lanciare l’allarme uno studio, presentato al&amp;nbsp;&lt;a href="https://eur03.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%3A%2F%2Ffbbhjfa.r.bh.d.sendibt3.com%2Ftr%2Fcl%2FmWtP1QMXn5ey6U78XaqsgfmJ_dhq2YjJPmR5cWeZH59t5X1qui2MVrGSZ2a-8Rxm9avna6ZSXi9_UXtecXcFXdP4hZqr-eD1uQVLBER5-0pw8XkoscRg5r9MGG2lsZjQ_gwlKcP8W_TSRzznG4heaopKLstC-9EwdjK5TGEZeD55-FISXh8wMpplF6TK6J20xjPfDJmE5nGKkdQt7BnS8SDEwIRsYHlRrQT-1DadAKNKm2dbbAg95x42IsA64BraphfF5GhWpgkUkHeo4Y-6&amp;amp;data=05%7C02%7Cdigitale%40agi.it%7C3f8af6d87ca54e4ca0d808df0fe2a6c6%7Cc16e514b893e4a019a30b8fef514a650%7C0%7C0%7C639247138269893018%7CUnknown%7CTWFpbGZsb3d8eyJFbXB0eU1hcGkiOnRydWUsIlYiOiIwLjAuMDAwMCIsIlAiOiJXaW4zMiIsIkFOIjoiTWFpbCIsIldUIjoyfQ%3D%3D%7C0%7C%7C%7C&amp;amp;sdata=7%2BPwNW815wnH5Y4Y6ujYypMQeyTUDIdSn7UqbGa2mSY%3D&amp;amp;reserved=0" title="This link will open in a new window."&gt;44° Congresso della Società Europea di Chirurgia della Cataratta e Refrattiva&lt;/a&gt;, condotto dagli scienziati del Dipartimento di Oftalmologia presso la National Pirogov Memorial Medical University di Vinnytsia. Il team, guidato da Tetiana Zhmud Ucraina, ha analizzato un &lt;strong&gt;campione di 345 donne&lt;/strong&gt;, di età compresa &lt;strong&gt;tra 16 e 28 anni.&lt;/strong&gt; Una persona su quattro, precisano gli esperti, si era sottoposta almeno una volta a un trattamento di extension per ciglia.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Fastidi oculari causati dagli acari&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il gruppo di ricerca ha riscontrato fastidi oculari nel 47,6% delle utilizzatrici di extension. Stando a quanto emerge dall’indagine, l’utilizzo delle extension era fortemente associato alla proliferazione di acari microscopici. L’analisi al microscopio ha rivelato la presenza di acari Demodex sul 96%, spesso accompagnata da arrossamenti e desquamazione. La meibografia a infrarossi, è emerso che &lt;strong&gt;l’85% delle donne sottoposte al trattamento per almeno dieci &lt;/strong&gt;volte mostrava &lt;strong&gt;disfunzioni alle ghiandole di Meibomio.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una corretta igiene palpebrale, commentano gli studiosi, è fondamentale per prevenire tali problematiche. “I nostri risultati – afferma Zhmud – non suggeriscono di evitare completamente le extension, ma evidenziano l’&lt;strong&gt;importanza di una corretta igiene palpebrale quotidiana&lt;/strong&gt;. Raccomandiamo l’uso di gel ipoallergenici e, se necessario, trattamenti antiparassitari”. I ricercatori precisano che si tratta di uno studio preliminare, per cui sarà necessario condurre ulteriori approfondimenti su campioni più ampi che includano un gruppo di controllo. I risultati, concludono gli autori, contribuiranno a comprendere meglio il legame quantitativo tra la frequenza delle extension e la salute dell’occhio.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Komposer</category>
      <pubDate>Fri, 11 Sep 2026 11:00:10 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>Quando il lavoro entra in camera da letto, il rapporto tra stress e disfunzione erettile nei giovani</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-10/stress-lavoro-disfunzione-erettile-giovani-38954940/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - "Chi non lavora non fa l'amore" cantava Adriano Celentano, ma a quanto pare anche chi pensa troppo al proprio impiego rischia di andare in bianco.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo le ultime ricerche pubblicate sull'&lt;strong&gt;International Journal of Clinical Practice,&lt;/strong&gt; infatti, lo stress psicologico accumulato sul posto di lavoro è associato a una riduzione della&lt;strong&gt; funzione erettile&lt;/strong&gt; negli uomini tra &lt;strong&gt;22 e 40 anni.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Lo stress incide nelle disfunzioni erettili giovanili?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Una&amp;nbsp;relazione che potrebbe coinvolgere l'aumento del cortisolo e la successiva diminuzione dei &lt;strong&gt;livelli di testosterone. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In uno studio condotto su&lt;strong&gt; 826 uomini &lt;/strong&gt;con un impiego a tempo pieno, la prevalenza della disfunzione erettile ha raggiunto il&lt;strong&gt; 54,37%&lt;/strong&gt; nel gruppo sottoposto a stress elevato, nel quale le probabilità di presentare il disturbo erano 10 volte maggiori rispetto al gruppo con&lt;strong&gt; bassi livelli di stress.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per valutare lo stress psicologico legato al lavoro, gli studiosi hanno preso in considerazione&lt;strong&gt; cinque dimensioni:&lt;/strong&gt; numero di ore lavorate, autonomia nelle decisioni, sostegno ricevuto dai superiori, rapporti con i colleghi e pressione legata alle prospettive di promozione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono stati inoltre valutati la funzione erettile e i livelli nel sangue di cortisolo, testosterone e altri ormoni.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I risultati dell'indagine&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;L'analisi ha mostrato che all'aumentare dello stress lavorativo&lt;strong&gt; peggiorava la risposta erettile.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio ha inoltre esaminato la successione temporale delle &lt;strong&gt;variazioni ormonali&lt;/strong&gt; e della &lt;strong&gt;funzione sessuale.&lt;/strong&gt; L'aumento del cortisolo precedeva di 2-4 settimane la diminuzione del testosterone, mentre i cambiamenti nei livelli di testosterone precedevano di 4-6 settimane il deterioramento della funzione erettile. Secondo i ricercatori, questa sequenza suggerisce l'esistenza di una finestra di intervento compresa tra 6 e 10 settimane.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Diversi fattori, diverse reazioni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Non tutte le componenti dello stress lavorativo sembravano però agire&lt;strong&gt; nello stesso modo.&lt;/strong&gt; Le ore di lavoro erano associate a un peggioramento della funzione erettile attraverso &lt;strong&gt;l'aumento del cortisolo, &lt;/strong&gt;mentre il sostegno dei superiori mostrava un effetto protettivo attraverso il mantenimento &lt;strong&gt;dei livelli di testosterone.&lt;/strong&gt; I risultati suggeriscono quindi che il rapporto tra&lt;strong&gt; condizioni psicologiche sul lavoro&lt;/strong&gt; e salute sessuale possa coinvolgere specifici meccanismi di gestione dello stress a livello cerebrale e variazioni ormonali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"L'integrazione della valutazione dello stress psicologico e dei test ormonali può identificare efficacemente gli individui ad alto rischio di &lt;strong&gt;disfunzione erettile psicogena&lt;/strong&gt;", scrivono gli autori. È inoltre importante sottolineare come la ricerca si sia concentra su una &lt;strong&gt;popolazione specifica,&lt;/strong&gt; composta esclusivamente da uomini giovani&lt;strong&gt;, tra 22 e 40 anni,&lt;/strong&gt; occupati a tempo pieno.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Prevenire i casi futuri&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il lavoro non si è limitato a mettere in relazione genericamente stress professionale e funzione sessuale, ma ha distinto alcune delle diverse componenti dell'ambiente lavorativo e valutato contemporaneamente &lt;strong&gt;parametri ormonali. &lt;/strong&gt;Nello specifico, tra i risultati, il dato relativo alle ore lavorate indica un'associazione con l'aumento del cortisolo e, attraverso questa via, con il deterioramento della funzione erettile.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Al contrario, il supporto da parte del supervisore risulta associato al mantenimento dei livelli di&lt;strong&gt; testosterone &lt;/strong&gt;e a un effetto protettivo sulla funzione erettile. La sequenza temporale osservata dai ricercatori parte dunque dall'aumento del &lt;strong&gt;cortisolo,&lt;/strong&gt; seguito a distanza di alcune settimane dalla diminuzione del testosterone e, successivamente, dal deterioramento della funzione erettile.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel complesso, tra il primo cambiamento ormonale e le alterazioni intercorrono, secondo i risultati riportati, &lt;strong&gt;tra sei e dieci settimane.&lt;/strong&gt; Gli autori interpretano questa successione come una possibile finestra nella quale individuare le persone&lt;strong&gt; maggiormente a rischio &lt;/strong&gt;e intervenire prima che si manifestino i disaggi correlati a questa patologia.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 11 Sep 2026 08:11:16 GMT</pubDate>
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      <title>Perché a cena con gli amici parliamo sempre dei nostri figli</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-10/genitori-parlano-sempre-figli-38975893/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - A &lt;strong&gt;cena con gli amici &lt;/strong&gt;si comincia parlando d'altro. Del lavoro, di un viaggio, di una serie televisiva. Poi qualcuno chiede: "E i ragazzi?". Da quel momento la conversazione cambia direzione. "Abbiamo preso sette". "Abbiamo fatto fatica". "Stiamo pensando di cambiare facoltà".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I &lt;strong&gt;figli non sono a tavola, ma occupano quasi tutto lo spazio.&lt;/strong&gt; Si parla di esami, voti, amicizie, università, tirocini, cambi di facoltà. Un genitore racconta che il figlio non sa ancora che cosa fare. Un'altra dice che sua figlia è in crisi. Qualcuno aggiorna gli amici sulle ultime difficoltà, sulle scelte che andranno prese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È una scena comune. Così comune da sembrare innocua. Eppure quel plurale racconta qualcosa di preciso: il genitore sta raccontando un'esperienza che sente anche propria. La difficoltà del figlio diventa una preoccupazione condivisa, il suo risultato una conferma, la sua incertezza una questione familiare. Attraverso i figli, gli adulti finiscono per parlare di se stessi: di quanto sono presenti, di quanto hanno investito, di quanto hanno saputo proteggerli e orientarli.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La domanda che non si formula mai ad alta voce è questa: se mio figlio non ce la fa, che cosa dice questo di me? Ne abbiamo parlato con &lt;a href="https://theunwrittennpage.substack.com/"&gt;Cristina Berrettini&lt;/a&gt;, antropologa e consulente familiare.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;Questa pressione nasce necessariamente dalle aspettative dei genitori nei confronti dei figli?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Non è necessario che un genitore abbia imposto apertamente un progetto. Molti sono sinceramente convinti di non aver mai caricato i figli delle proprie aspettative. E probabilmente è vero. Ma l'aspettativa non arriva soltanto dalla famiglia. Arriva dalla scuola, dal mercato del lavoro, dai social, dal confronto continuo con gli altri. Il messaggio è pervasivo: bisogna eccellere, costruire un percorso, non sprecare opportunità. Non basta studiare: bisogna ottenere risultati. Il genitore non deve soltanto crescere un figlio: deve dimostrare di essere un buon genitore. E il figlio diventa il luogo in cui questa competenza viene continuamente verificata.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;In che modo questa idea di “buon genitore” si manifesta nella vita quotidiana?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Lo si vede nei gesti quotidiani. Nel genitore che accompagna e riprende il figlio ovunque, anche quando potrebbe spostarsi da solo. In quello che interviene con gli insegnanti, controlla voti, attività, amicizie, scadenze. In quello che organizza il percorso universitario come se fosse ancora responsabile di ogni passaggio. Sono gesti che nascono dall'amore. Ma oggi fare molto, sapere tutto e intervenire sempre è anche il modo socialmente riconosciuto di dimostrare di esserci. La cura si trasforma in controllo. La presenza diventa monitoraggio.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;Quali conseguenze può avere sui ragazzi questa attenzione continua?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il figlio cresce dentro una rete di attenzione continua. Protetto, sostenuto, accompagnato. Ma può fare più fatica a sperimentare il limite, il rischio, la possibilità di sbagliare senza che ogni errore venga immediatamente assorbito dalla famiglia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un brutto voto, un rifiuto, un litigio vengono spesso percepiti come possibili ferite profonde. Ogni difficoltà rischia di essere chiamata trauma. Ogni frustrazione diventa qualcosa da rimuovere prima ancora che il figlio possa attraversarla. Ma chi viene protetto da ogni limite può arrivare impreparato al giudizio degli altri. La scuola, l'università, il lavoro continueranno a valutare, selezionare, respingere e premiare. Non è possibile costruire un'esistenza senza sconfitta. È possibile, però, imparare a non viverla come una condanna.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;Quindi il problema non è essere giudicati, ma il significato che attribuiamo a quel giudizio?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il problema non è il giudizio in sé. Il problema nasce quando ogni valutazione viene vissuta come un verdetto sull'identità. Non «questa cosa non è riuscita». Ma "io non valgo".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qui la logica della performance produce un paradosso che nella mia esperienza vedo con regolarità. Si chiede al figlio di eccellere e, nello stesso tempo, si cerca di impedirgli di fallire. Lo si espone continuamente alla valutazione, ma lo si protegge dalle esperienze che potrebbero insegnargli a sostenerla.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;C’è dunque il rischio che il figlio debba dimostrare, attraverso i propri risultati, anche la riuscita dei genitori?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Un figlio dovrebbe poter attraversare la crescita come un processo aperto, fatto di prove, errori, soste e cambiamenti. Quando invece ogni passaggio deve dimostrare la bontà dell'educazione ricevuta, il figlio porta un peso in più. Non deve soltanto diventare adulto: deve confermare che gli adulti hanno fatto bene il proprio lavoro. La sua riuscita non riguarda più soltanto la sua vita. Certifica anche l'efficacia della famiglia.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;È un meccanismo che emerge con particolare forza nel passaggio all’università?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Questa pressione appare con chiarezza nel passaggio all'università. Per molte famiglie, dopo il liceo, proseguire gli studi non è più una possibilità tra le altre: è la scelta considerata naturale, quasi obbligatoria. Si parte perché lo fanno tutti, perché interrompere sembra una sconfitta. Il ragazzo entra in una maratona senza sapere quale sia il traguardo e guarda gli altri per capire quale passo tenere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'università diventa così una zona di sospensione. Il figlio continua a studiare, resta dipendente, spesso resta in casa. I saluti vengono rimandati: ancora un esame, ancora un anno, ancora una decisione da chiarire. La prosecuzione degli studi non è di per sé un problema. Lo diventa quando serve a evitare una domanda più difficile: che cosa vuole davvero fare questo ragazzo, e quale spazio deve lasciare il genitore perché possa scoprirlo?&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;Torniamo alla scena iniziale: perché, anche quando i figli non sono presenti, continuano a occupare così tanto spazio nelle conversazioni degli adulti?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;A cena, intanto, si continua a parlarne. Il figlio è lontano, ma resta al centro. Le famiglie sembrano parlare dei propri ragazzi. Finiscono per misurare se stesse.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;Da antropologa, considera questo fenomeno un problema delle singole famiglie o il risultato di un cambiamento culturale più profondo?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Come antropologa riconosco in questa scena qualcosa che va oltre il singolo genitore ansioso o il singolo figlio fragile. Non è un problema di carattere. È un modello culturale nel quale la cura è diventata investimento e l'investimento ha smesso di distinguere tra il figlio e la propria immagine di genitore. Il confine generazionale non è crollato per colpa di qualcuno. Si è assottigliato perché nessuna struttura culturale lo ha tenuto in piedi quando le reti di comunità, i riti di passaggio e i ruoli sociali chiari hanno cominciato a dissolversi. Il figlio ha riempito quello spazio vuoto. È diventato il progetto principale, il biglietto da visita familiare.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;Che cosa racconta, allora, questa nostra necessità di parlare continuamente dei figli?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Forse parliamo così tanto dei nostri figli perché, attraverso di loro, continuiamo a parlare di noi. Delle nostre paure, dei nostri sacrifici, della difficoltà di lasciarli andare.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;Che cosa significa, allora, accompagnare davvero un figlio verso l’età adulta?&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Accompagnare un figlio verso l'età adulta non significa costruirgli una vita perfetta. Significa permettergli di avere una vita sua. La sua strada non dovrebbe essere la prova della nostra riuscita. I suoi errori non dovrebbero diventare la dimostrazione del nostro fallimento. Un figlio non è un progetto da portare a compimento. È una persona che, per diventare adulta, deve poter smettere di essere il principale racconto dei propri genitori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 10 Sep 2026 10:56:01 GMT</pubDate>
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      <title>Alzheimer, la svolta dello spray nasale: frena il declino e protegge la memoria</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-09/alzheimer-spray-nasale-studio-38952948/</link>
      <description>AGI - Uno spray nasale contenente vescicole rilasciate naturalmente dalle cellule potrebbe funzionare contro l'Alzheimer. È la promessa che arriva da uno studio condotto da ricercatori dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e del Centro di Ricerca E. Menni di Fondazione Poliambulanza. 
&lt;p&gt;Lo spray è a base di vescicole extracellulari derivate dalla membrana amniotica: nello studio, pubblicato su &lt;i&gt;Translational Neurodegeneration&lt;/i&gt; (edita da Nature), si è dimostrato in grado, in un modello sperimentale di Alzheimer, di raggiungere il cervello, contrastare la neuroinfiammazione, proteggere la funzione dei neuroni e preservare la memoria. I ricercatori hanno ottenuto risultati positivi anche su neuroni umani in provetta.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come agiscono le nanovescicole nell'ippocampo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno dimostrato che queste nanovescicole, somministrate per via intranasale a un modello animale che riproduce il quadro clinico della malattia di Alzheimer, raggiungono l'ippocampo, una regione del cervello fondamentale per la memoria e particolarmente vulnerabile nell'Alzheimer, dove vengono incorporate sia dai neuroni sia dalla microglia, le cellule che svolgono un importante ruolo di sorveglianza e difesa nel cervello.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli effetti benefici di questo trattamento interessano diversi aspetti della malattia, dalla modulazione della neuroinfiammazione alla protezione della funzione dei neuroni e, in particolar modo, delle sinapsi, le connessioni che garantiscono la trasmissione delle informazioni nei circuiti nervosi, da cui risulta un significativo miglioramento delle capacità cognitive.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Particolarmente interessante è l'osservazione che le vescicole extracellulari sono in grado sia di prevenire l'insorgenza dei deficit di memoria, sia di contrastare il declino cognitivo quando questo si è già manifestato.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La sinergia tra le linee di ricerca e i test su neuroni umani&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il lavoro nasce dalla sinergia tra due linee di ricerca sviluppate presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e il Centro di Ricerca E. Menni di Fondazione Poliambulanza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da una parte sono stati cruciali gli studi del gruppo di &lt;b&gt;Ornella Parolini&lt;/b&gt;, ordinario di Biologia Applicata all'Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore scientifico dell'IRCCS Ospedale "Casa Sollievo della Sofferenza", che da molti anni studia la placenta e, in particolare, le cellule della membrana amniotica e l'insieme dei fattori che queste cellule rilasciano, il cosiddetto secretoma, studiandone gli effetti protettivi e rigenerativi in diversi modelli sperimentali. A questa linea di ricerca ha contribuito il Centro di Ricerca E. Menni di Fondazione Poliambulanza, diretto da Parolini, mettendo a disposizione la propria esperienza nell'isolamento e nella caratterizzazione delle cellule e nella identificazione dell'insieme delle molecole che producono (secretoma).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi è stata fondamentale la consolidata esperienza sul ruolo della neuroinfiammazione e della alterata plasticità cerebrale nelle malattie neurodegenerative del gruppo di &lt;b&gt;Claudio Grassi&lt;/b&gt;, ordinario di Fisiologia e direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università Cattolica, nel quale &lt;b&gt;Salvatore Fusco&lt;/b&gt;, associato di Fisiologia, coordina studi sui meccanismi cellulari e molecolari che sottendono gli effetti delle vescicole extracellulari nel sistema nervoso centrale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il contributo della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS è stato particolarmente importante per conferire allo studio una dimensione traslazionale. Presso la Clinica della Memoria del Policlinico sono state raccolte biopsie cutanee di pazienti affetti da malattia di Alzheimer e di soggetti sani, dalle quali sono state generate cellule staminali pluripotenti e, successivamente, neuroni umani. Questo ha permesso di verificare gli effetti protettivi delle vescicole anche in modelli sperimentali umani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Primi autori dello studio sono &lt;b&gt;Andrea Papait&lt;/b&gt;, ricercatore in Biologia cellulare e applicata, e &lt;b&gt;Francesca Natale&lt;/b&gt;, ricercatrice in Fisiologia, che hanno lavorato all'integrazione di questi due ambiti di ricerca, mettendo in relazione la biologia e le proprietà immunomodulatorie delle vescicole extracellulari di origine amniotica con i loro effetti sulla neuroinfiammazione, sulla funzione neuronale e sulla memoria.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I risultati e il meccanismo d'azione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I risultati mostrano che somministrate con una formulazione spray nasale, le vescicole hanno raggiunto l'ippocampo e sono state incorporate sia dai neuroni sia dalla microglia. Il trattamento non agisce semplicemente "spegnendo" la risposta immunitaria. Piuttosto, rimodella il microambiente infiammatorio, modificando lo stato funzionale e la morfologia della microglia e creando condizioni favorevoli al mantenimento dell'integrità e della funzione neuronale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli effetti del trattamento interessano in particolar modo le molecole coinvolte nel funzionamento delle sinapsi. Nell'ippocampo dei topi e nei neuroni umani trattati sono aumentati i livelli di proteine strettamente legate alla plasticità neuronale, all'efficienza della trasmissione sinaptica e ai processi di memoria. Questi dati indicano, pertanto, una chiara correlazione tra la modulazione dell'infiammazione cerebrale e il ripristino di condizioni molecolari favorevoli alla funzione delle reti neuronali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infatti, gli effetti osservati a livello cellulare e molecolare erano associati a un miglioramento delle prestazioni cognitive, valutate attraverso test di memoria di riconoscimento, memoria spaziale e memoria di lavoro.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il commento dei ricercatori: prospettive e cautela&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"&lt;em&gt;Lo studio&lt;/em&gt; – spiega Fusco – &lt;em&gt;suggerisce la necessità di orientare la ricerca sulle terapie per l'Alzheimer concentrandosi non solo sul contrastare l'accumulo di proteine caratteristiche della malattia, come beta-amiloide e tau, ma anche prestando grande attenzione all'ambiente cellulare nel quale i neuroni vivono (es. microglia e astrociti) e ai segnali molecolari (es. le citochine o i microRNA) che tali cellule si scambiano e che possono influenzare la funzione delle sinapsi".&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Grassi conclude:&lt;em&gt; "Si tratta di risultati preclinici che richiedono ulteriori validazioni nell'uomo e non rappresentano ancora una terapia disponibile per la malattia di Alzheimer, ma indicano una direzione molto promettente: comprendere se alcuni dei meccanismi attraverso i quali la placenta regola naturalmente l'infiammazione e protegge i tessuti possano offrire nuovi strumenti per il trattamento delle malattie neurodegenerative e, più in generale, se l'impiego delle vescicole extracellulari rappresenti una nuova frontiera per la terapia delle malattie di interesse neurologico"&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;</description>
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      <title>Gravidanza e alcol, la trappola del consumo occasionale: l'allarme dell'Istituto Superiore di Sanità</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-09/alcol-in-gravidanza-38922175/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Le giovani donne sono sempre più consapevoli dei rischi legati al consumo di &lt;strong&gt;alcol&lt;/strong&gt; durante la &lt;strong&gt;gravidanza&lt;/strong&gt; e, nella maggior parte dei casi, dichiarano di evitarlo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma tra ciò che viene riferito e ciò che i dati mostrano sembra esserci una &lt;strong&gt;zona d'ombra&lt;/strong&gt;: rimane infatti sottovalutata l'abitudine a bere occasionalmente, &lt;strong&gt;specie in compagnia.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I rischi del alcol in gravidanza&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;È quanto indica un'analisi su campioni biologici materni e infantili condotta dal Centro nazionale Dipendenze e Doping &lt;strong&gt;dell'Istituto Superiore di Sanità &lt;/strong&gt;tra gennaio 2024 e luglio 2026 nell'ambito del progetto "Salute materno-infantile: formazione degli operatori sociosanitari ed empowerment delle giovani donne (18-24 anni) sui rischi connessi al consumo di alcol in gravidanza".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In occasione della giornata dedicata alla sensibilizzazione sullo spettro dei disturbi feto-alcolici, che si celebra oggi&lt;strong&gt; 9 settembre&lt;/strong&gt;, gli esperti partendo da questi dati puntano sulla necessità di rafforzare la &lt;strong&gt;formazione degli operatori &lt;/strong&gt;e l'informazione alle giovani coppie che &lt;strong&gt;cercano una gravidanza&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Il messaggio è chiaro: &lt;strong&gt;zero alcol&lt;/strong&gt; in gravidanza - sottolinea &lt;strong&gt;Simona Pichin&lt;/strong&gt;i, direttore del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell'Iss. Promuovere questa consapevolezza significa intervenire prima del concepimento, durante la gravidanza e, più in generale, aumentare la consapevolezza dei&lt;strong&gt; rischi&lt;/strong&gt; legati al consumo di alcol durante la gestazione. L'astensione non è una questione che riguarda solamente la donna ma coinvolge &lt;strong&gt;il partner &lt;/strong&gt;e coloro che ruotano &lt;strong&gt;intorno alla coppia&lt;/strong&gt;".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il problema delle "bevitrici sociali"&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Nell'ambito del progetto sono stati analizzati &lt;strong&gt;83 campioni &lt;/strong&gt;di capelli di gestanti tra i 18 e i 24 anni e 147 campioni di &lt;strong&gt;meconio neonatale.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le analisi hanno cercato tracce di etilglucuronide (EtG), un indicatore utilizzato per valutare l'esposizione all'alcol, insieme a uno screening per altre sostanze psicoattive.Il dato più significativo riguarda i&lt;strong&gt; campioni materni.&lt;/strong&gt; Soltanto due campioni hanno mostrato livelli di EtG vicini alla soglia indicata dalla letteratura scientifica come riferimento per un consumo cronico di alcol. Ma in 34 casi, pari al 41% del campione, le analisi dei capelli hanno evidenziato un profilo compatibile con quello definito in letteratura come &lt;strong&gt;"bevitrice sociale".&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il risultato assume particolare rilievo perché, nelle interviste, le donne avevano dichiarato di &lt;strong&gt;non consumare alco&lt;/strong&gt;l, di essere &lt;strong&gt;astemie &lt;/strong&gt;oppure di aver interrotto il consumo &lt;strong&gt;durante la gravidanza.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'analisi dei risultati&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il dato, tuttavia, non significa che il 41% delle gestanti sia&lt;strong&gt; consumatore cronico&lt;/strong&gt; di alcol né consente, da solo, di stabilire quantità e frequenza del consumo durante &lt;strong&gt;l'intera gravidanza&lt;/strong&gt;. Si tratta di un risultato preliminare che dovrà essere ulteriormente approfondito, anche attraverso una pubblicazione scientifica."Il risultato è interessante e sarà approfondito in una &lt;strong&gt;pubblicazione scientifica&lt;/strong&gt;", evidenzia Adele Minutillo, del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell'Iss.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Diverso il quadro emerso dalle &lt;strong&gt;analisi del meconio&lt;/strong&gt;. I risultati hanno generalmente confermato quanto dichiarato dalle madri e soltanto un campione si è avvicinato alla soglia considerata indicativa di esposizione &lt;strong&gt;neonatale all'alcol. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La formazione e la prevenzione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Una delle principali azioni del progetto sulla &lt;strong&gt;sindrome feto-alcolica &lt;/strong&gt;ha riguardato la formazione dei professionisti sociosanitari che operano nell'ambito della &lt;strong&gt;salute materno-infantile&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono stati realizzati quattro corsi di &lt;strong&gt;Formazione a Distanza&lt;/strong&gt;, che hanno raggiunto circa &lt;strong&gt;20mila operatori sanitari&lt;/strong&gt;. Il progetto ha affiancato alla formazione professionale un'importante attività di informazione e sensibilizzazione della popolazione, con particolare attenzione alle giovani donne tra &lt;strong&gt;18 e 24 anni&lt;/strong&gt;. "Questa scelta - aggiunge Pichini- risponde a una precisa logica preventiva: la promozione della salute deve raggiungere le persone in età fertile e fornire informazioni &lt;strong&gt;comprensibili&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;scientificamente corrette &lt;/strong&gt;anche nella fase preconcezionale".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono stati diffusi &lt;strong&gt;materiali specifici,&lt;/strong&gt; distribuiti attraverso i Centri Collaborativi del progetto e resi disponibili anche sui canali digitali dell'Istituto Superiore di Sanità. La comunicazione attraverso i social media ha costituito un ulteriore strumento di prevenzione. Nell'ambito della campagna sono stati realizzati quattro&lt;strong&gt; video brevi &lt;/strong&gt;dedicati alla Fasd e alla prevenzione dell'esposizione&lt;strong&gt; prenatale all'alcol.&lt;/strong&gt; Diverse sono le iniziative messe in campo dall&lt;strong&gt;'Osservatorio Alcol dell'Iss: &lt;/strong&gt;tra queste la traduzione e diffusione in italiano di una scheda informativa &lt;strong&gt;dell'Oms e dell'Unicef&lt;/strong&gt; dedicata allo spettro dei disturbi feto-alcolici, uno strumento rivolto a operatori, decisori e cittadini per aumentare la consapevolezza sui rischi associati all'esposizione prenatale all'alcol e sull'importanza della prevenzione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A questa attività si affianca la partecipazione al progetto europeo &lt;strong&gt;Far Seas,&lt;/strong&gt; che ha contribuito alla definizione di linee guida rivolte alla prevenzione del consumo di alcol nelle donne in eta' fertile e durante la gravidanza e alla sperimentazione di interventi finalizzati a ridurre il rischio di esposizione prenatale all'alcol.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <pubDate>Wed, 09 Sep 2026 00:44:00 GMT</pubDate>
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      <title>Parrucchieri ed estetiste possono contribuire a 'scoprire' i melanomi che colpiscono testa e unghie</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-09-08/melanomi-testa-unghie-38935188/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Sono all'incirca 800 ogni anno in Italia le diagnosi sui melanomi che colpiscono due aree del corpo particolarmente insidiose e nascoste: il cuoio capelluto e l'apparato ungueale. Zone spesso escluse dall'auto-osservazione quotidiana o scambiate per semplici inestetismi. Per intercettare queste lesioni prima che sia troppo tardi, la Fondazione Melanoma lancia un appello e promuove &lt;strong&gt;un'iniziativa di sensibilizzazione rivolta a parrucchieri ed estetisti&lt;/strong&gt;, chiamandoli a diventare vere e proprie 'sentinelle' nella prevenzione dei tumori cutanei.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La proposta è stata lanciata in occasione dell'ottava edizione di &lt;strong&gt;'We in Action'&lt;/strong&gt;, evento multidisciplinare dedicato all'importanza di fare squadra nella prevenzione e alle nuove frontiere nella lotta contro i tumori cutanei, in corso a Napoli, che ha visto come testimonial, per il terzo anno consecutivo, il campione di calcio Giuseppe Bergomi.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il 'killer invisibile' si può nascondere tra i capelli&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Sebbene la testa e il collo rappresentino soltanto il 9% della superficie corporea, questa zona concentra circa il 20% di tutti i casi di melanoma in Italia", spiega Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all'Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus: "Di questi, oltre un terzo (35%) si sviluppa direttamente sotto la chioma. In quest'area, &lt;strong&gt;il melanoma viene spesso definito 'killer invisibile'&lt;/strong&gt;: i capelli lo nascondono alla vista del paziente, la forte vascolarizzazione della zona ne facilita la diffusione e la lesione tende a crescere in profondità più rapidamente". Il risultato è un tasso di sopravvivenza a 10 anni che si attesta attorno al 60%, un dato nettamente inferiore rispetto ai melanomi che compaiono sugli arti o sul tronco. Ed è qui che i parrucchieri possono entrare in gioco. "Parte del lavoro dei parrucchieri prevede di separare le ciocche dei capelli e questo consente di osservare la cute da angolazioni che nessuno di noi potrebbe mai raggiungere da solo allo specchio", ricorda Ascierto, che consiglia: "Segnalare con discrezione una macchia scura, asimmetrica o nuova durante un lavaggio o un taglio può fare la differenza tra una diagnosi tempestiva e una malattia avanzata".&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Non sottovalutare le unghie&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Se il cuoio capelluto soffre di scarsa visibilità, l'unghia soffre di sottovalutazione. "Il melanoma della matrice ungueale - spiega Ascierto - è &lt;strong&gt;una forma rara ma aggressiva&lt;/strong&gt; (pari a circa 130-300 casi l'anno in Italia), che si manifesta come una banda longitudinale scura sulla lamina ungueale (melanonichia)". Uno studio recente, pubblicato sulla rivista Clinical and Experimental Dermatology, ribalta il falso mito che questo tumore colpisca solo in età avanzata. "Lo studio condotto su pazienti fino a 40 anni d'età, inclusi adolescenti e under 30, dimostra che il melanoma dell'unghia può insorgere subito dopo la pubertà", evidenzia Ascierto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"In questa fascia d'età, &lt;strong&gt;le lesioni vengono frequentemente scambiate per traumi da sport, ematomi o micosi&lt;/strong&gt;. L'estetista o l'onicotecnica, rimuovendo smalti o ricostruzioni, è la prima figura in grado di notare striature scure verticali di ampiezza, forma o colore irregolare; cambiamenti progressivi nella pigmentazione della linea nel tempo, scurimento della cuticola o della cute attorno all'unghia (segno di Hutchinson)". Ma attenzione: parrucchieri ed estetisti non devono fare diagnosi, compito che resta di esclusiva pertinenza del dermatologo. "Il loro ruolo è esclusivamente quello di 'campanello d'allarme': un invito gentile e riservato rivolto al cliente a far controllare dal medico una macchia insolita o una striscia sull'unghia che non accenna a scomparire", precisa Ascierto: "Chiediamo ai professionisti del settore beauty di fare squadra con noi. Con un piccolo gesto di attenzione in più, una semplice seduta in salone o in centro estetico può trasformarsi nel primo passo per salvare una vita".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Parrucchieri ed estetiste 'alleati' dei medici&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Nella mia carriera ho imparato che le partite più importanti non si vincono mai da soli, ma grazie a un lavoro di squadra dove ognuno ha un ruolo fondamentale", assicura Giuseppe Bergomi, storico testimonial di 'We in Action': "In questa battaglia contro il melanoma, parrucchieri ed estetisti possono diventare nostri preziosi compagni di squadra: &lt;strong&gt;non come 'centravanti' della diagnosi, compito che spetta solo ai medici,&lt;/strong&gt; ma possono servire l'assist vincente. Guardare dove gli altri non arrivano, notare un dettaglio e fare la segnalazione giusta al momento giusto: è così che si fa squadra per salvare una vita".&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 08 Sep 2026 10:03:37 GMT</pubDate>
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