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    <title>Agi</title>
    <link>https://www.agi.it</link>
    <description>Agi contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:33:46 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Agi</dc:creator>
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    <item>
      <title>Il nuovo screening alla prostata dimezza le biopsie</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-11/screening-prostata-biopsie-37480469/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - In Italia il &lt;strong&gt;tumore della prostata&lt;/strong&gt; è la neoplasia più frequente nella popolazione maschile, con circa 41 mila nuovi casi ogni anno. Nonostante l'elevata incidenza, a differenza di quanto avviene per altri &lt;strong&gt;tumori come mammella, colon-retto e cervice uterina&lt;/strong&gt;, non esiste ancora un programma nazionale di screening organizzato. Per rispondere a questa esigenza nasce PROscreenMRI, studio pilota promosso da Istituto di Candiolo IRCCS, dal Centro di Riferimento per l'Epidemiologia e la Prevenzione Oncologica (CPO) in Piemonte, dall'AOU San Luigi Gonzaga in collaborazione con l'ASL TO5, con l'obiettivo di valutare un nuovo modello di diagnosi precoce più efficace, appropriato e sostenibile. Lo studio, finanziato dalla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro attraverso il 51000 e dal Ministero della Salute (Fondi ricerca Corrente), coinvolge la popolazione maschile tra i 55 e i 65 anni residente nel territorio dell'ASL TO5.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I cittadini selezionati, a seguito dell'attività di identificazione dei soggetti eleggibili, sono stati contatti dall'Unità Valutazione e Organizzazione Screening dell'ASL TO5 e sono stati invitati a effettuare il dosaggio del PSA e, in presenza di valori superiori ai parametri di riferimento, indirizzati automaticamente agli approfondimenti diagnostici, attraverso un percorso che integra risonanza magnetica multiparametrica e calcolatori del rischio presso l'Istituto di Candiolo IRCCS.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I dati&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I dati preliminari raccolti tra febbraio 2025 e marzo 2026 confermano l'efficacia del nuovo approccio. Su oltre 11 mila uomini invitati allo screening, il protocollo ha consentito di selezionare con maggiore accuratezza i pazienti da s&lt;strong&gt;ottoporre a procedure invasive&lt;/strong&gt;. In particolare, tra i 146 partecipanti che hanno completato l'intero percorso diagnostico, il 63% è stato indirizzato a semplice follow-up, evitando biopsie che sarebbero state eseguite secondo i protocolli tradizionali basati esclusivamente sul PSA. Parallelamente, il sistema ha dimostrato elevata precisione nell'identificazione dei tumori clinicamente significativi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Questo studio rappresenta un passaggio fondamentale verso la costruzione di un programma di screening organizzato per il &lt;strong&gt;tumore della prostata&lt;/strong&gt;", dichiara Vittoria Grammatico, responsabile dell'Unità Valutazione e Organizzazione Screening dell'ASL TO5. "Il nostro obiettivo è valutare non solo l'efficacia clinica del percorso, ma anche la sua integrazione nei programmi di sanità pubblica, garantendo equità di accesso e qualità dell'offerta ai cittadini", aggiunge. Un impegno che l'Istituto di Candiolo IRCCS ha abbracciato fin dall'inizio, mettendo a disposizione competenze e tecnologie d'eccellenza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Abbiamo intrapreso con entusiasmo il Progetto ProScreenMRI, ponendo a disposizione i nostri professionisti e le nostre tecnologie. Lo studio mira a codificare un approccio diagnostico moderno, razionale ed efficace ed è perfettamente conforme alla mission dell'Istituto, che persegue l'eccellenza nel campo della diagnosi, della cura e della prevenzione", commenta Piero Fenu, Direttore Sanitario dell'Istituto di Candiolo IRCCS. "Dal punto di vista radiologico, l'integrazione della risonanza magnetica nel percorso di screening consente una caratterizzazione molto più accurata delle lesioni", spiega Daniele Regge, radiologo e principal investigator dello studio presso l'Istituto di Candiolo IRCCS e.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Calo delle diagnosi inutili&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"I dati preliminari confermano che possiamo migliorare l'identificazione dei tumori clinicamente significativi, &lt;strong&gt;evitando al tempo stesso indagini inutili&lt;/strong&gt;", aggiunge. "Per noi clinici il dato più rilevante è la maggiore appropriatezza", commenta Stefano De Luca, urologo dell'AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e coordinatore del gruppo di studio per il carcinoma prostatico della Rete Oncologica del Piemonte e Valle d'Aosta e coautore dello studio: "Riusciamo a selezionare meglio i pazienti da sottoporre a biopsia, riducendo procedure invasive non necessarie e concentrando le risorse sui casi con reale sospetto di malattia significativa", aggiunge. "Si tratta di un percorso di screening personalizzato", aggiunge Francesco Porpiglia, direttore del reparto universitario di Urologia dell'Istituto di Candiolo IRCCS.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"L'integrazione tra PSA, risonanza magnetica e calcolatori di rischio consente di definire una strategia diagnostica specifica per ciascun paziente. In prospettiva, l'utilizzo dell'intelligenza artificiale e dei sistemi robotici potrà migliorare ulteriormente la capacità diagnostica, riducendo il rischio di sovradiagnosi e trattamenti non necessari", aggiunge. "Se questi risultati saranno confermati, avremo le basi per pianificare l'offerta di screening del tumore della prostata nell'ambito di un programma organizzato, come già avviene per mammella, colon-retto e cervice uterina", dichiara Carlo Senore, epidemiologo del CPO Piemonte e coordinatore regionale di Prevenzione Serena.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"La riduzione delle biopsie non necessarie rappresenta un risultato particolarmente rilevante sia per la sostenibilità del sistema sanitario sia per l'accettabilità del percorso da parte della popolazione", aggiunge. Il progetto ha inoltre già assunto una dimensione europea: Istituto di Candiolo IRCCS e CPO Piemonte e hanno aderito al consorzio europeo PRAISE-U+, aggiudicandosi un grant della Commissione Europea per il proseguimento delle attività di ricerca e sviluppo del modello di screening.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <category>Komposer</category>
      <pubDate>Thu, 11 Jun 2026 03:33:00 GMT</pubDate>
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      <title>L'IA individua i tumori al seno fino a 6 anni prima</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-11/ia-tumori-seno-37470651/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI -&lt;strong&gt; Sistemi di Ia (Intelligenza artificiale)&lt;/strong&gt; applicati alle &lt;strong&gt;mammografie&lt;/strong&gt; potrebbero identificare segnali precoci di &lt;strong&gt;tumore al seno&lt;/strong&gt; fino a sei anni prima della diagnosi clinica. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista &lt;strong&gt;Radiology&lt;/strong&gt; e coordinato da Fredrik Strand del Karolinska University Hospital di Stoccolma insieme a un gruppo di ricercatori svedesi nell’ambito del database VAI-B dedicato all’imaging mammario. L’analisi mostra che tre sistemi commerciali di &lt;strong&gt;AI-CAD&lt;/strong&gt;, utilizzati per supportare l’interpretazione delle mammografie, sono stati in grado di rilevare alterazioni associate allo sviluppo futuro del cancro in una quota significativa di pazienti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ricerca ha preso in esame &lt;strong&gt;88.963 mammografie&lt;/strong&gt; effettuate su &lt;strong&gt;31.394 donne&lt;/strong&gt; nell’arco di dieci anni, tra il 2008 e il 2019, nell’ambito del programma nazionale svedese di &lt;strong&gt;screening mammografico&lt;/strong&gt;. In Svezia le donne tra i 40 e i 74 anni vengono invitate a eseguire controlli ogni due anni e le immagini vengono tradizionalmente valutate da due radiologi indipendenti. I ricercatori hanno applicato tre sistemi commerciali di intelligenza artificiale alle immagini archiviate per verificare se fossero presenti segnali rilevabili già molti anni prima della diagnosi.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Risultati sull’individuazione precoce&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo i risultati, circa il &lt;strong&gt;20 per cento&lt;/strong&gt; dei tumori al seno mostrava segni mammografici che l’intelligenza artificiale riusciva a riconoscere mediamente &lt;strong&gt;sei anni prima&lt;/strong&gt; della diagnosi ufficiale. “Il nostro studio conferma il potenziale dell’&lt;strong&gt;IA&lt;/strong&gt; nel trovare in alcuni casi segni di cancro nelle mammografie molto prima rispetto a quanto rilevato dai radiologi”, ha spiegato Fredrik Strand, radiologo e coautore senior dello studio.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Dati sulle diagnosi nel campione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Nel corso del periodo analizzato, &lt;strong&gt;12.072 partecipanti&lt;/strong&gt;, pari al &lt;strong&gt;38,5 per cento&lt;/strong&gt; del campione, hanno ricevuto una diagnosi di tumore al seno da parte dei radiologi. I sistemi &lt;strong&gt;AI-CAD&lt;/strong&gt; hanno mostrato valori predittivi elevati nei casi successivamente associati allo sviluppo della malattia, mentre i punteggi restavano bassi nelle donne che non hanno sviluppato il tumore.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Prestazioni dei sistemi di IA&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno osservato che, mantenendo una &lt;strong&gt;specificità del 90 per cento&lt;/strong&gt;, i sistemi di intelligenza artificiale sono riusciti a individuare segnali associati al tumore fino a sei anni prima della diagnosi nel &lt;strong&gt;19,7 per cento&lt;/strong&gt; dei casi. La quota saliva al &lt;strong&gt;25,2 per cento&lt;/strong&gt; quattro anni prima e al &lt;strong&gt;39,3 per cento&lt;/strong&gt; due anni prima della diagnosi clinica.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Applicazioni cliniche future&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo gli autori, il monitoraggio nel tempo dei punteggi elaborati dall’&lt;strong&gt;intelligenza artificiale&lt;/strong&gt; potrebbe aiutare i radiologi a riconoscere alterazioni iniziali difficili da identificare nelle normali procedure di &lt;strong&gt;screening&lt;/strong&gt;. L’uso personalizzato di questi sistemi potrebbe inoltre consentire di individuare donne che necessitano di controlli più ravvicinati o di una sorveglianza clinica più attenta.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Prospettive della ricerca&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;“Analizzare nel tempo i punteggi AI delle persone sottoposte a screening potrebbe offrire indicazioni su come si sviluppano precocemente i cambiamenti rilevabili, aprendo la strada a interventi anticipati”, ha aggiunto Strand.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Contesto scientifico&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Lo studio si inserisce nel crescente filone di ricerca sull’impiego dell’&lt;strong&gt;intelligenza artificiale&lt;/strong&gt; nei programmi di &lt;strong&gt;screening oncologico&lt;/strong&gt; e nella &lt;strong&gt;diagnosi precoce&lt;/strong&gt; del tumore al seno, una delle principali cause di mortalità oncologica femminile nel mondo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 11 Jun 2026 02:33:00 GMT</pubDate>
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      <title>Un batterio nel fegato delle mucche può ridurre le emissioni di metano</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-10/fegato-mucche-metano-37465221/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Una variante genetica presente nei bovini da latte potrebbe essere utilizzata come marcatore biologico per identificare gli animali a basse emissioni. A questo curioso risultato giunge uno studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, condotto dagli scienziati della Northwest A&amp;amp;F University di Yangling, in Cina. Il team, guidato da Chenguang Zhang e Ye Liu, ha analizzato i dati multi-omici di 304 mucche Frisone in lattazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Attraverso studi di associazione genome-wide (GWAS), i ricercatori hanno considerato il metabolita epatico 6-idrossimelatonina, che stimola la crescita nel rumine del batterio Prevotella bryantii, che abbatte direttamente la produzione di metano. Gli autori hanno scoperto che la sintesi di 6-idrossimelatonina nel fegato è legata a cinque geni candidati, tra cui ITFG2. Il silenziamento di ITFG2 attiva la via di segnalazione mTORC1, che incrementa la produzione di questo metabolita favorendo i batteri benefici nel rumine.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Una via metabolica del fegato - spiegano gli scienziati - influenza l'attività microbica del rumine e le emissioni di metano nei bovini da latte, offrendo target genetici e metabolici per abbattere le emissioni di gas serra". La variante genetica identificata, 5:106926534, potra' essere utilizzata come marcatore genetico nei programmi di allevamento per selezionare mucche a basso impatto ambientale. Questo approccio, concludono gli autori, potrebbe pertanto offrire una soluzione biologica e sostenibile contro il riscaldamento globale.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 10 Jun 2026 03:38:00 GMT</pubDate>
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      <title>Adolescenti tra iperconnessione, ansia da prova costume e noia: 10 regole per un'estate sana</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-09/adolescenti-estate-vacanze-social-regole-37459543/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - L'ultima campanella dell'anno scolastico è già suonata o sta per suonare nella maggior parte delle scuole italiane. E la quotidianità cambia&amp;nbsp;radicalmente: meno routine, ritmi sonno-veglia alterati, più tempo trascorso online, meno contatti dal vivo e intere scrollate sui social di corpi perfetti, magari anche in costume e abbronzati. Un insieme di fattori che, secondo gli specialisti dell’&lt;strong&gt;Ospedale Pediatrico Bambino Gesù&lt;/strong&gt;, può &lt;strong&gt;favorire l’emergere o l’aggravarsi di fragilità psicologiche&lt;/strong&gt;, soprattutto nei ragazzi più vulnerabili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Durante i mesi estivi, infatti, possono comparire o diventare più evidenti comportamenti associati al &lt;strong&gt;disagio emotivo&lt;/strong&gt; come l&lt;strong&gt;’isolamento sociale&lt;/strong&gt;, ma anche &lt;strong&gt;diete drastiche&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;allenamenti compulsivi&lt;/strong&gt; e forte&lt;strong&gt; attenzione al peso e all’aspetto fisico&lt;/strong&gt;, anche in vista della cosiddetta “prova costume”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"L’estate viene spesso associata a benessere e leggerezza, ma per alcuni adolescenti rappresenta un &lt;strong&gt;momento delicato&lt;/strong&gt;", spiega Deny Menghini, responsabile di Psicologia del Bambino Gesù. "La chiusura delle scuole interrompe abitudini e relazioni quotidiane che per molti ragazzi svolgono una funzione protettiva. Allo stesso tempo aumenta l’esposizione ai &lt;strong&gt;social network&lt;/strong&gt;, utilizzati spesso per riempire il tempo e contrastare la “&lt;strong&gt;noia&lt;/strong&gt;” di giornate meno scandite da impegni, così come ai modelli estetici irrealistici, con possibili ripercussioni sull’autostima e sul rapporto con il proprio corpo".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Fino a un'ora in più sui social&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Studi internazionali evidenziano che durante i mesi estivi gli adolescenti trascorrono mediamente &lt;strong&gt;tra i 45 e i 55 minuti in più al giorno online&lt;/strong&gt; rispetto al periodo scolastico. In Italia, in particolare, il 30% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni supera le 4 ore di &lt;strong&gt;connessione quotidiana&lt;/strong&gt;. Insieme all’&lt;strong&gt;iperconnessione&lt;/strong&gt; si registra una significativa &lt;strong&gt;alterazione del sonno&lt;/strong&gt;: fino al 70-80% degli adolescenti sperimenta il cosiddetto “&lt;strong&gt;social jetlag&lt;/strong&gt;”, con &lt;strong&gt;addormentamento e risveglio spostati in avanti di ore&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'immagine del corpo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Aumenta anche la pressione sull’immagine corporea: l’&lt;strong&gt;insoddisfazione per il proprio aspetto&lt;/strong&gt; riguarda circa 3 adolescenti su 10 in Italia e l’esposizione ai social media amplifica il confronto con standard estetici poco realistici. Secondo la Mental Health Foundation britannica, infatti, le immagini viste online inciderebbero negativamente sulla percezione di sé per ben il 40% dei giovani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In parallelo, si registra un incremento generalizzato, indipendentemente dalla stagione, dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA): all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, nell’arco di 5 anni, le diagnosi sono aumentate di oltre il 60%, in particolare tra i più giovani (+50% tra i bambini sotto i 10 anni e nella fascia 11-13 anni).&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;&amp;nbsp;Le 10 regole per un’estate più equilibrata&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;Per aiutare genitori e caregiver a riconoscere precocemente eventuali situazioni di disagio, gli esperti del Bambino Gesù riassumono i segnali a cui prestare particolare attenzione: cambiamenti improvvisi nelle abitudini alimentari, isolamento, irritabilità, alterazioni del sonno, ritiro sociale, attività fisica eccessiva, utilizzo prolungato dei dispositivi digitali soprattutto nelle ore notturne e ossessione per il peso corporeo o per il calcolo delle calorie. Ecco il decalogo:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;1 - Mantenere orari regolari di sonno anche durante le vacanze&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;2 - Limitare l’uso di smartphone e videogiochi nelle ore serali&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;3 - Evitare dispositivi digitali durante i pasti&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;4 - Favorire attività sportive e tempo all’aperto&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;5 - Prestare attenzione a cambiamenti improvvisi dell’alimentazione&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;6 - Non banalizzare o sottovalutare frasi negative ricorrenti sul proprio corpo&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;7 - Osservare eventuali segnali di isolamento sociale&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;8 - Incentivare relazioni e attività condivise off-line&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;9 - Parlare con i ragazzi senza giudizio né atteggiamenti punitivi&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;10 - Chiedere supporto specialistico in presenza di segnali persistenti di disagio&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;"Intervenire tempestivamente è fondamentale", conclude Menghini. "Molti disturbi della sfera emotiva, che si riflettono anche sul rapporto con l’alimentazione, esordiscono proprio durante l’adolescenza e oggi in età sempre più precoce, come dimostrano i nostri dati. Possono manifestarsi inizialmente con segnali sfumati, che tuttavia è importante intercettare, soprattutto nei mesi in cui i ritmi quotidiani cambiano profondamente".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 09 Jun 2026 09:02:00 GMT</pubDate>
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      <title>Scoperto un farmaco che protegge i muscoli con perdita peso</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-09/farmaco-muscoli-perdita-peso-37442796/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Il &lt;strong&gt;farmaco apitegromab&lt;/strong&gt; contribuisce a salvaguardare la &lt;strong&gt;massa muscolare&lt;/strong&gt; durante il &lt;strong&gt;dimagrimento con tirzepatide&lt;/strong&gt;, favorendo il mantenimento del 54,9 per cento in più di massa magra rispetto a chi non lo assume. Questo, in estrema sintesi, è quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, condotto dagli scienziati dell'AdventHealth Translational Research Institute.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il team, guidato da Richard Pratley, ha coinvolto 102 adulti in condizione di obesità o sovrappeso in una sperimentazione di fase 2. Nell'ambito dell'indagine, i partecipanti, che avevano avviato un percorso di &lt;strong&gt;trattamento con tirzepatide&lt;/strong&gt;, sono stati seguiti per 24 settimane. A un insieme è stato somministrato &lt;strong&gt;apitegromab&lt;/strong&gt;, all'altro un placebo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I pazienti trattati con il nuovo farmaco, riportano gli autori, hanno mantenuto in media il 54,9 per cento di massa magra in più rispetto a chi ha ricevuto il placebo, migliorando nettamente la qualità del calo ponderale complessivo. I farmaci per il trattamento dell'obesità, come la tirzepatide, spiegano gli esperti, sono molto efficaci per il dimagrimento, ma possono provocare la riduzione dei muscoli scheletrici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'apitegromab è un medicinale inibitore della &lt;strong&gt;miostatina&lt;/strong&gt;, la proteina che frena lo &lt;strong&gt;sviluppo muscolare&lt;/strong&gt;. Questo lavoro suggerisce che il farmaco può contribuire a preservare la massa magra, ottimizzando e migliorando la composizione finale del peso perso. Nei prossimi approfondimenti, concludono gli autori, sarà fondamentale considerare coorti più ampie e variegate, con e senza patologie complesse come il diabete.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 09 Jun 2026 02:29:00 GMT</pubDate>
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      <title>Animali che passione, in Italia più di una famiglia su due ne ha almeno uno</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-09/animali-compagnia-famiglie-italiane-37443424/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Le famiglie italiane amano gli animali da compagnia. Nel nostro Paese ce ne sono &lt;strong&gt;53,6 milioni&lt;/strong&gt;. E' una stima fornita dai dati dell'indagine SWG per Assalco, presentati nel Rapporto Assalco-Zoomark 2026. Statistiche che confermano la solidità e la dimensione strutturale del pet ownership in Italia nel 2025. Il panorama resta fortemente diversificato: &lt;strong&gt;i pesci rappresentano la specie più numerosa&lt;/strong&gt;, con oltre 25 milioni di esemplari ospitati in circa 1,7 milioni di acquari. Seguono i gatti (11 milioni) e i cani (9,1 milioni), che si confermano i principali driver del mercato pet food in termini di diffusione e rilevanza economica. Più contenuti, ma comunque significativi, i numeri relativi alle altre specie: uccelli (4,1 milioni), rettili e anfibi (2,7 milioni) e piccoli mammiferi (1,4 milioni), che contribuiscono alla segmentazione e alla specializzazione dell'offerta.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il&amp;nbsp;54,5% delle famiglie italiane ha almeno un animale&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La penetrazione degli animali da compagnia nelle famiglie italiane raggiunge il 54,5%, evidenziando una &lt;strong&gt;diffusione ormai strutturale del fenomeno&lt;/strong&gt;. Il dato cresce sensibilmente in presenza di figli: arriva al 66,7% nelle famiglie con bambini piccoli e rimane superiore al 60% nelle famiglie con figli adulti conviventi. Questo conferma come la &lt;strong&gt;presenza dei pet sia fortemente integrata &lt;/strong&gt;nei modelli familiari con figli, più che sostitutiva rispetto ad altre dinamiche demografiche. Tra le specie, cani e gatti dominano il panorama domestico, presenti rispettivamente nel 28,7% e 26,7% delle famiglie italiane, mentre tutte le altre categorie restano su livelli inferiori al 5,5%. L'analisi per struttura familiare evidenzia differenze significative nei pattern di adozione.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Famiglie con bimbi piccoli&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Rispetto alla media, le famiglie con bambini piccoli mostrano una maggiore presenza di cani (40,8% contro il 28,7% del totale famiglie), mentre i gatti risultano più diffusi nelle famiglie con figli più grandi, dove raggiungono il 33,7%. Le specie non convenzionali trovano invece maggiore spazio tra i single con figli, segmento caratterizzato da &lt;strong&gt;una maggiore diversificazione&lt;/strong&gt;: i pesci arrivano all'11%, gli uccelli al 7,3%, mentre rettili e piccoli mammiferi si attestano rispettivamente al 5,7% e 4,0%. Il dato suggerisce una maggiore adattabilità di queste specie a contesti familiari in cui la gestione condivisa e la responsabilizzazione dei più &lt;strong&gt;giovani rappresentano un valore aggiunto&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I single&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Tra i single emerge inoltre un'equilibrata presenza di cani e gatti, sfatando la tradizionale percezione di una netta preferenza felina in questo segmento. Interessante anche la dinamica di genere: tra i proprietari single di cani si registra una prevalenza maschile (25,3% uomini vs 19,7% donne), mentre tra i gatti lo squilibrio di genere risulta meno marcato, in linea con la crescita del fenomeno dei cosiddetti &lt;strong&gt;"cat dad"&lt;/strong&gt;. Circa un quinto delle famiglie senza animali d'affezione (il 20%) dichiara l'intenzione di accogliere un pet nei prossimi 12 mesi, segnalando un bacino di crescita rilevante per il settore. La propensione aumenta ulteriormente tra chi possiede già un animale: il 32,1% delle famiglie con pet dichiara l'intenzione di aggiungere un ulteriore animale da compagnia in futuro, evidenziando una tendenza dei nuclei familiari a convivere con più pet. &lt;strong&gt;Cani e gatti&lt;/strong&gt; si confermano le specie più desiderate.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <pubDate>Tue, 09 Jun 2026 01:32:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>Non tutta la frutta protegge il cuore allo stesso modo</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-08/cuore-frutta-protegge-37451163/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Mangiare cinque porzioni di &lt;strong&gt;frutta e verdura&lt;/strong&gt; al giorno potrebbe non bastare per &lt;strong&gt;proteggere davvero il cuore.&lt;/strong&gt; A fare la differenza non sarebbe soltanto la quantità, ma soprattutto il &lt;strong&gt;tipo di alimenti scelti.&lt;/strong&gt; È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista&amp;nbsp;&lt;a href="https://eur03.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%3A%2F%2Ffbbhjfa.r.bh.d.sendibt3.com%2Ftr%2Fcl%2FPSRHk38kmKLtEwwzYrB-VF-XzjBCzplXKiyxQNIovV12a3AFdLiGUmqpssCwqWNWxCKJYp4cOSoyBs2-yfVlK_3WXiG_2uYUVO2JI8F4iQ7kRbtr2esEqFlqnSLio1V3EVgCPG8-EEJA77H5vw9OUQzMuc44jjDmfnSYvpdqrlGHu95wF0xh52nydlw-YeR1PSSSYycx8IC2VTLma4jhsHOQFBD-C92qXisFWBT3qZ0lGl4zJYHQd_b3W3kl3XT2viFteDO0CCaX39FVj4ZHoXNanK2eaS79&amp;amp;data=05%7C02%7Cdigitale%40agi.it%7C2f800c2e2e67484c375808dec543098c%7Cc16e514b893e4a019a30b8fef514a650%7C0%7C0%7C639165088974494169%7CUnknown%7CTWFpbGZsb3d8eyJFbXB0eU1hcGkiOnRydWUsIlYiOiIwLjAuMDAwMCIsIlAiOiJXaW4zMiIsIkFOIjoiTWFpbCIsIldUIjoyfQ%3D%3D%7C0%7C%7C%7C&amp;amp;sdata=Hvr37YPD1wJevD5U3OJ4MEYrWtrpLgNPpPDbm8L2O3Y%3D&amp;amp;reserved=0"&gt;Food &amp;amp; Function&lt;/a&gt;&amp;nbsp;da ricercatori della University of Reading, Harvard Medical School, University of California Davis e Mars Inc., secondo cui meno di una persona su cinque raggiunge livelli adeguati di &lt;strong&gt;flavanoli&lt;/strong&gt;, composti vegetali associati a una &lt;strong&gt;riduzione del rischio cardiovascolare&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I flavanoli e il cuore&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La ricerca ha analizzato l’alimentazione di oltre 30mila persone tra Regno Unito e Stati Uniti utilizzando biomarcatori biologici per misurare l’effettivo apporto di flavanoli nella dieta. Secondo gli autori, molti individui seguono formalmente le raccomandazioni nutrizionali, ma assumono comunque quantità insufficienti di questi composti bioattivi. “Molti pensano che basti mangiare molta frutta e verdura”, spiega Javier Ottaviani, autore principale dello studio. “In realtà ciò che conta è soprattutto quali frutti e verdure si scelgono”.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I flavanoli appartengono alla famiglia dei polifenoli e sono presenti soprattutto in alcuni frutti, tè e legumi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Negli ultimi anni diversi studi clinici avevano suggerito che un’assunzione quotidiana di circa 500 milligrammi di flavanoli può ridurre significativamente il rischio di morte cardiovascolare. Secondo il nuovo studio, tuttavia, la maggior parte della popolazione resta ben al di sotto di questa soglia anche seguendo linee guida alimentari considerate sane. Tra gli alimenti più ricchi di flavanoli figurano &lt;strong&gt;prugne, mirtilli, more, ciliegie, fave, mele con la buccia e tè verde.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le &lt;strong&gt;prugne risultano tra le fonti più concentrate&lt;/strong&gt;, con circa 450 milligrammi di flavanoli per mezzo chilo di prodotto, seguite da mirtilli rossi, more e tè verde. Una semplice tazza di tè verde da 250 millilitri può fornire circa 200 milligrammi di flavanoli. Secondo gli studiosi, l’assunzione di questi composti potrebbe essere favorita con piccole modifiche quotidiane alla dieta.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come si aumenta la quantità di flavanoli&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;“Aggiungere una mela intera con la buccia, una manciata di more o una tazza di tè verde può aumentare in modo significativo la quantità di flavanoli realmente assorbiti”, osserva Ottaviani. Lo studio solleva anche interrogativi sulle attuali raccomandazioni nutrizionali. “Cinque porzioni al giorno restano un messaggio corretto”, spiega Gunter Kuhnle della University of Reading. “Ma forse dobbiamo iniziare a ragionare meglio su quali cinque”. Secondo i ricercatori, infatti, frutta e verdura non sono equivalenti dal punto di vista nutrizionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alcuni alimenti forniscono composti bioattivi con effetti molto differenti rispetto ad altri. Le differenze non riguardano soltanto vitamine e minerali ma anche sostanze capaci di influenzare infiammazione, funzione vascolare e metabolismo. I risultati potrebbero avere implicazioni future anche per le linee guida alimentari europee e internazionali, orientando raccomandazioni più specifiche sulla qualità degli alimenti vegetali da consumare regolarmente.&lt;br&gt;
  Secondo gli autori, la sfida futura sarà tradurre queste evidenze scientifiche in indicazioni semplici e accessibili per la popolazione generale, mantenendo però l’equilibrio tra varietà alimentare e prevenzione cardiovascolare.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <category>Komposer</category>
      <pubDate>Mon, 08 Jun 2026 16:24:48 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-06-08T16:24:48Z</dc:date>
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      <title>Alzheimer, addio diagnosi tardive: la nuova PET scopre i segni della malattia prima dei sintomi</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-06/alzheimer-nuova-pet-37395766/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Una &lt;b&gt;nuova tecnica di imaging cerebrale&lt;/b&gt; potrebbe consentire di individuare il morbo di Alzheimer nelle sue fasi più precoci, prima ancora della comparsa dei sintomi cognitivi, migliorando in modo significativo la capacità di identificare le persone a rischio di sviluppare la malattia. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista &lt;b&gt;The Lancet&lt;/b&gt; e coordinato da Tharick Pascoal della &lt;b&gt;University of Pittsburgh School of Medicine&lt;/b&gt;, che ha confrontato direttamente due diversi traccianti utilizzati nelle scansioni PET per visualizzare gli accumuli della proteina tau nel cervello.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I risultati mostrano che il &lt;b&gt;tracciante sperimentale MK6240&lt;/b&gt; riesce a rilevare la presenza della tau associata all'Alzheimer in oltre il doppio dei casi rispetto al tracciante oggi utilizzato nella pratica clinica, il &lt;b&gt;Flortaucipir&lt;/b&gt;. Secondo gli autori, questa maggiore sensibilità potrebbe modificare in modo sostanziale la diagnosi precoce della malattia e influenzare l'accesso alle nuove terapie disponibili.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Perché la proteina tau è il miglior indicatore della malattia&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Negli ultimi anni la ricerca sull'Alzheimer ha progressivamente spostato l'attenzione dalla sola presenza delle placche di beta-amiloide alla &lt;b&gt;proteina tau&lt;/b&gt;, considerata oggi uno dei migliori indicatori della futura evoluzione clinica della malattia. Numerosi studi hanno infatti dimostrato che molte persone possono accumulare beta-amiloide senza sviluppare necessariamente una demenza, mentre la comparsa degli &lt;b&gt;aggregati di tau&lt;/b&gt; sembra essere molto più strettamente associata al declino cognitivo e alla progressione della neurodegenerazione. Per questo motivo la capacità di identificare precocemente la tau è diventata uno degli obiettivi principali della neurologia contemporanea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Tau è il fenomeno biologico maggiormente associato ai sintomi e al futuro declino cognitivo", spiega &lt;b&gt;Tharick Pascoal&lt;/b&gt;, professore associato di Psichiatria e Neurologia all'Università di Pittsburgh e neurologo presso UPMC. "Se riusciamo a rilevarla più precocemente e a definirne con maggiore precisione lo stadio, possiamo prendere decisioni migliori su chi si trovi realmente lungo una traiettoria di Alzheimer".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Lo studio clinico: i due traccianti a confronto&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Lo studio ha coinvolto &lt;b&gt;775 partecipanti&lt;/b&gt; reclutati in diversi centri di ricerca, dei quali 682 hanno completato tutte le procedure previste. Ogni volontario è stato sottoposto a due scansioni PET cerebrali effettuate in un intervallo temporale molto breve: una utilizzando il tracciante standard Flortaucipir e una con il nuovo tracciante MK6240. I partecipanti hanno inoltre eseguito una PET per la beta-amiloide e una serie di &lt;b&gt;test neuropsicologici&lt;/b&gt; entro 45 giorni. Questo disegno sperimentale ha consentito ai ricercatori di confrontare direttamente le prestazioni dei due strumenti nelle stesse persone e nello stesso momento dell'evoluzione della malattia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Poiché i partecipanti hanno ricevuto entrambe le scansioni in un intervallo temporale molto breve, le differenze osservate riflettono le caratteristiche dei traccianti e non cambiamenti della malattia nel tempo", osserva &lt;b&gt;Guilherme Povala&lt;/b&gt;, ricercatore post-dottorato presso l'Università di Pittsburgh e coautore dello studio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I risultati mostrano una differenza particolarmente marcata nei soggetti ancora cognitivamente sani ma già positivi alla beta-amiloide. In questo gruppo &lt;b&gt;MK6240 ha identificato la presenza di tau nel 15 per cento dei partecipanti&lt;/b&gt;, contro appena il 6 per cento rilevato dal Flortaucipir. In termini pratici, ciò significa che il nuovo tracciante individua circa &lt;b&gt;23 casi aggiuntivi ogni cento persone&lt;/b&gt; esaminate. Anche nei partecipanti che presentavano già disturbi cognitivi il nuovo metodo si è dimostrato più efficace, rilevando una maggiore presenza della proteina tau rispetto allo standard attualmente utilizzato.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le conseguenze per le terapie future&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo gli autori, la disponibilità di strumenti diagnostici più sensibili potrebbe avere conseguenze importanti non soltanto per la ricerca ma anche per la pratica clinica. Una migliore identificazione dei pazienti nelle fasi iniziali consentirebbe infatti di selezionare con maggiore precisione i candidati alle &lt;b&gt;nuove terapie anti-amiloide&lt;/b&gt; e di evitare procedure invasive e costose nelle persone meno esposte al rischio di sviluppare sintomi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Le persone cercano una valutazione clinica perché hanno problemi di memoria o altri sintomi", sottolinea &lt;b&gt;Bruna Bellaver&lt;/b&gt;, docente di Psichiatria presso l'Università di Pittsburgh e coautrice della ricerca. "La PET della tau è uno strumento che può aiutare i clinici a definire meglio lo stadio biologico della malattia e a prendere decisioni più informate".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli autori precisano che &lt;b&gt;MK6240 non è ancora approvato dalla Food and Drug Administration&lt;/b&gt; statunitense per l'impiego clinico di routine e viene utilizzato principalmente nell'ambito delle sperimentazioni. Tuttavia i risultati suggeriscono che la nuova generazione di traccianti potrebbe rendere possibile una &lt;b&gt;diagnosi biologica dell'Alzheimer&lt;/b&gt; molto più precoce rispetto a quella attualmente disponibile, aprendo nuove prospettive per la prevenzione e il trattamento della malattia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo i ricercatori, identificare la tau prima della comparsa dei sintomi potrebbe diventare uno degli strumenti più importanti per affrontare una patologia che colpisce milioni di persone nel mondo e per la quale la &lt;b&gt;diagnosi tempestiva&lt;/b&gt; rappresenta uno dei fattori decisivi per migliorare le prospettive terapeutiche.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 06 Jun 2026 08:20:32 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Il diabete di tipo 1 non è solo una malattia dell’infanzia</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-05/diabete-tipo-1-diagnosi-adulti-anziani-37384833/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Il &lt;strong&gt;diabete di tipo 1&lt;/strong&gt; può comparire frequentemente anche in &lt;strong&gt;età adulta&lt;/strong&gt; e negli &lt;strong&gt;anziani&lt;/strong&gt;, ma continua a essere spesso sottodiagnosticato o confuso con il diabete di tipo 2. È quanto evidenzia un articolo pubblicato sulla rivista &lt;strong&gt;Diabetes Care&lt;/strong&gt; e coordinato dall’&lt;strong&gt;Università degli Studi di Milano&lt;/strong&gt; in collaborazione con la University of Exeter, che propone una nuova lettura della malattia lungo tutto l’arco della vita.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il diabete di tipo 1 e i ritardi nella diagnosi sugli adulti&amp;nbsp;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Tradizionalmente il diabete di tipo 1 viene considerato una patologia tipica dell’infanzia e dell’adolescenza, associata alla distruzione autoimmune delle cellule pancreatiche produttrici di insulina. Tuttavia, secondo gli autori, una&lt;strong&gt; quota significativa&lt;/strong&gt; dei casi viene &lt;strong&gt;diagnosticata dopo i 30 anni &lt;/strong&gt;e in molti pazienti adulti la malattia non viene riconosciuta correttamente. Negli adulti, infatti, l’elevata diffusione del diabete di tipo 2 rende più complessa la &lt;strong&gt;diagnosi&lt;/strong&gt; del diabete autoimmune. Questo può determinare ritardi terapeutici e trattamenti inappropriati, con conseguenze importanti sul controllo metabolico e sul rischio di complicanze.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Diabete di tipo 1 lungo l’arco della vita&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Lo studio analizza come l’età influenzi sviluppo, manifestazioni cliniche e gestione del diabete di tipo 1. Secondo i ricercatori, le differenze osservate nelle varie fasi della vita non rappresentano forme distinte della malattia, ma riflettono il diverso contesto biologico in cui si sviluppa l’autoimmunità. Tra i fattori coinvolti figurano il progressivo rimodellamento del sistema immunitario, i cambiamenti del pancreas con l’invecchiamento e l’aumento dell’&lt;strong&gt;insulino-resistenza&lt;/strong&gt; che accompagna l’età adulta e avanzata.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;"Non è solo una malattia dell'infanzia"&amp;nbsp;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Il diabete di tipo 1 non è solo una malattia dell’infanzia - spiega &lt;strong&gt;Alessandra Petrelli&lt;/strong&gt;, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità dell’Università Statale di Milano e prima autrice dell’articolo -. Una quota rilevante dei casi viene diagnosticata in età adulta, ma spesso non viene riconosciuta correttamente, con conseguenti ritardi diagnostici e terapeutici".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come migliorare la diagnosi negli adulti&amp;nbsp;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo gli autori, per migliorare la diagnosi negli adulti è necessario adottare approcci più precisi che integrino dati clinici, dosaggio del &lt;strong&gt;C-peptide&lt;/strong&gt; e ricerca degli &lt;strong&gt;autoanticorpi&lt;/strong&gt; tipici della malattia autoimmune. L’articolo sottolinea inoltre la necessità di estendere agli adulti i programmi di screening e identificazione precoce finora concentrati prevalentemente sull’età pediatrica. L’obiettivo è ridurre la misclassificazione diagnostica e favorire interventi preventivi più mirati.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il diabete di tipo 1 negli over 65&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori evidenziano anche un cambiamento epidemiologico rilevante: mentre l’incidenza del &lt;strong&gt;diabete di tipo 1&lt;/strong&gt; a esordio adulto appare relativamente stabile, la prevalenza complessiva è in aumento, soprattutto tra le persone &lt;strong&gt;oltre i 65 anni&lt;/strong&gt;. Questo fenomeno è legato principalmente al miglioramento della sopravvivenza grazie alle terapie moderne. Negli anziani, però, la gestione della malattia presenta problematiche specifiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fragilità, decadimento cognitivo, multimorbidità e deficit sensoriali aumentano il rischio di &lt;strong&gt;ipoglicemie&lt;/strong&gt; severe e rendono necessario personalizzare obiettivi terapeutici e strategie assistenziali.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Assistenza e sicurezza terapeutica&amp;nbsp;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"L’aumento della prevalenza del diabete di tipo 1 nelle età più avanzate pone nuove sfide assistenziali - osserva &lt;strong&gt;Paolo Fiorina&lt;/strong&gt;, professore ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Milano e &lt;strong&gt;direttore del Centro per il diabete di tipo 1&lt;/strong&gt; del Centro di Ricerca Clinica Pediatrica “Romeo ed Enrica Invernizzi” -. Negli anziani è fondamentale prestare particolare attenzione alla&lt;strong&gt; sicurezza terapeutica&lt;/strong&gt;, alla prevenzione delle ipoglicemie e al mantenimento della qualità della vita".&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 05 Jun 2026 01:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>'Pazzo clima', per ogni grado in più sale del 20% il rischio infezioni</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-06-04/clima-pazzo-dengue-chikungunya-westnile-37376113/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Il clima 'pazzo', l’&lt;strong&gt;innalzamento delle temperature aumenta&lt;/strong&gt; la capacità di trasmissione delle arbovirosi perché favorisce la sopravvivenza e la proliferazione delle&lt;strong&gt; zanzare e la capacità di replicazione virale di Dengue, Chikungunya e West Nile,&lt;/strong&gt; malattie trasmesse da insetti vettori. Per ogni grado di temperatura in più, nella fascia tra i 23 e i 32 gradi centigradi, sale infatti di oltre il 20% in media la trasmissibilità. A segnalare l’impatto delle anomalie climatiche sui cicli biologici legati alle condizioni termiche, e la conseguente &lt;strong&gt;esposizione di diversi Paesi, inclusa l’Italia,&lt;/strong&gt; a un rischio crescente che si sviluppino aree più estese di focolai autoctoni, sono gli esperti nazionali e regionali nel corso del congresso dedicato alle arbovirosi e alle sfide che ci attendono per il futuro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;All’evento, intitolato “Arbovirosi: nuove sfide per l’Italia”, organizzato a Verona dall’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, hanno preso parte anche rappresentanti del ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità. In questo scenario, ampliandosi il rischio, diventa fondamentale rafforzare la sorveglianza e migliorare l’allerta e la tempestività degli interventi, sollecitando un ruolo più attivo della popolazione. Secondo gli specialisti ciò consentirebbe una drastica riduzione della trasmissione.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le arbovirosi e il clima&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Ma la lotta alle arbovirosi si gioca anche sul terreno della prevenzione e dell’educazione sanitaria con l’adozione di misure di protezione individuale e domestica, come l’uso di repellenti e la rimozione dei siti di riproduzione, anche in primavera e autunno, e non solo in piena estate. “Le &lt;strong&gt;arbovirosi &lt;/strong&gt;non sono più eventi importati e sporadici, ma&lt;strong&gt; si stanno progressivamente stabilizzando nel nostro territorio&lt;/strong&gt;, sostenute da un cambiamento climatico che amplia le aree geografiche esposte”, dichiara Federico Gobbi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e professore associato di malattie infettive all’Università di Brescia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Rappresentano dunque un gruppo di malattie importanti per la salute pubblica e il dato secondo cui per &lt;strong&gt;ogni grado di temperatura in più aumenta di oltre il 20% il rischio di trasmissione&lt;/strong&gt; di quelle principali, è rilevante e in linea con tre studi internazionali pubblicati su Frontiers in Climate, Tropical Medicine and Infectious Disease e Parasitology &amp;amp; Vector-Borne Diseases”, aggiunge.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel primo lavoro, i ricercatori, da un’analisi di 45 studi condotti nei Paesi a più alta incidenza di Dengue, Brasile, Indonesia e India, hanno evidenziato l’associazione tra variabili climatiche e incidenza della malattia, calcolando un rischio del 16% in più per ogni incremento di un grado della temperatura. Il secondo studio, condotto sui 1145 casi di West Nile registrati in Italia tra il 2012 e il 2020, ha identificato la temperatura media dell’aria come principale fattore climatico predittivo della malattia, con un aumento del 32% di rischio di ammalarsi per ogni grado centigrado in più.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’ultima ricerca, attraverso una revisione sistematica di 34 studi sperimentali, ha confermato l’impatto della temperatura sulla capacità delle zanzare di trasmettere anche la Chikungunya, con effetto più marcato al di sopra dei 28 gradi centigradi. “Punto chiave delle anomalie climatiche – aggiunge Federica Gobbo, medico veterinario del Laboratorio di entomologia sanitaria dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie – è l’effetto combinato sul &lt;strong&gt;ciclo riproduttivo delle zanzare tigre, che diventa più rapido,&lt;/strong&gt; e sulla stabilità di temperature più miti durante l’inverno, non più in grado di decimare le larve, come avviene in Italia, con l’effetto di una stagione attiva anticipata e prolungata”.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Monitoraggio costante&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Anna Teresa Palamara, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Iss, afferma: “Di fronte a questo scenario, la vera sfida risiede nella capacità di non farsi trovare impreparati: è fondamentale mantenere un monitoraggio costante e una sorveglianza attiva anche in assenza di criticità o di evidenti emergenze epidemiche. Solo attraverso una prevenzione continua e strutturata è possibile intercettare precocemente i segnali di rischio prima che si trasformino in focolai diffusi. Per questo motivo, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) è da sempre in prima fila, offrendo competenze multidisciplinari cruciali per il contrasto preventivo e permanente alle arbovirosi e facendo da raccordo con le altre istituzioni, nazionali e locali. Questo stesso convegno, che segue quello analogo che si è svolto lo scorso anno in Istituto, è un ottimo esempio di collaborazione, che può diventare un appuntamento annuale per mettere l’accento sul problema delle arbovirosi all’inizio della stagione”.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Dall’inizio del 2026 confermati 133 casi di Dengue, tutti associati a viaggi all’estero&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;L’&lt;strong&gt;anno record è stato il 2024 con oltre 700 casi&lt;/strong&gt; a livello nazionale e il &lt;strong&gt;più grande focolaio mai registrato in Europa, identificato a Fano &lt;/strong&gt;con 223 casi. Per la Chikungunya, invece, ad oggi, sono 13 i casi confermati, tutti importati. Il 2025 è stato un anno eccezionale per questa arbovirosi con 469 casi, contro i 17 dell’anno precedente, di cui 384 sono stati autoctoni da trasmissione locale, mentre solo 85 legati a viaggi all’estero. Anche per il West Nile, presente in Italia con trasmissione autoctona da oltre 20 anni, il 2025 ha rappresentato un anno record. Con 274 casi registrati, il nostro è stato il Paese più colpito in Europa. “A preoccupare gli esperti è anche la &lt;strong&gt;mancanza di terapie farmacologiche specifiche per la Dengue e la Chikungunya”,&lt;/strong&gt; sottolinea Gobbi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Per queste due patologie esistono dei vaccini, ma al momento sono indicati soltanto per viaggiatori che si recano in zone endemiche: è necessario valutare un loro eventuale utilizzo anche in caso di epidemie autoctone. In questo quadro – continua – rafforzare il sistema di sorveglianza e migliorare l’allerta e la rapidità di risposta, con il contributo attivo dei cittadini, consentirebbe di ridurre drasticamente la trasmissione. Una zanzara tigre che punge un paziente con Chikungunya può trasmettere a sua volta questa infezione dopo soli 5 giorni, per cui in presenza di febbri estive improvvise associate ad altri malesseri, è fondamentale rivolgersi subito al proprio medico. Ciò consente, in caso di diagnosi positiva di infezione, di attivare la disinfestazione e di fermare in tempo la catena di trasmissione”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma la lotta alla diffusione delle arbovirosi, secondo gli esperti, si gioca anche sul terreno della prevenzione, attraverso misure che riducono al minimo l’esposizione alle punture delle zanzare, usando repellenti, zanzariere e svuotando, non solo in estate, ma anche in primavera e autunno, contenitori di acqua stagnante come sottovasi, secchi e grondaie, per eliminare i siti di riproduzione.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 04 Jun 2026 10:06:14 GMT</pubDate>
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      <title>Alzheimer, dal sangue si riconosce il declino cognitivo lieve</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-30/alzheimer-sangue-declino-cognitivo-37300298/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Per la prima volta sono stati individuati biomarcatori ematici della malattia di &lt;strong&gt;Alzheimer&lt;/strong&gt; associati a lievi&lt;strong&gt; alterazioni cognitive precoci.&lt;/strong&gt; A riuscirci gli scienziati dell’Università della California a San Francisco, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista&amp;nbsp;&lt;em&gt;The Lancet&lt;/em&gt;&amp;nbsp;per rendere noti i risultati del proprio lavoro. Il team, guidato da Kristine Yaffe, ha coinvolto 1.350 partecipanti di età compresa tra 53 e 69 anni, valutando la correlazione tra specifici biomarcatori nel sangue e il rischio di declino cognitivo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo quanto emerso dall’indagine, il 6% della coorte presentava &lt;strong&gt;livelli elevati di amiloide &lt;/strong&gt;e tau nel sangue, caratteristiche tipicamente associate alla malattia di Alzheimer. Allo stesso tempo, riportano gli autori, queste proteine erano correlate a punteggi inferiori in due aree cognitive chiave. “L’Alzheimer – afferma Yaffe – inizia anni prima della comparsa dei sintomi. Individuare la malattia precocemente significa aumentare la possibilità di intervenire sui fattori di rischio modificabili, tra cui inattività fisica e cognitiva, depressione, fumo di sigaretta e salute cardiovascolare”.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Prevenzione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo le stime del gruppo di ricerca, fino al 40% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto intervenendo su questi comportamenti. All’inizio dello studio, i partecipanti con livelli elevati di biomarcatori mostravano una minore velocità di elaborazione delle informazioni, un parametro che misura la capacità di reagire rapidamente a stimoli in continua evoluzione, come &lt;strong&gt;segnali stradali o conversazioni, &lt;/strong&gt;oltre a una ridotta funzione esecutiva, che comprende pianificazione, organizzazione e capacità di mantenere la concentrazione. Dopo cinque anni, il gruppo con livelli più alti di biomarcatori presentava un rischio da 2,5 a 4 volte maggiore di rapido declino della memoria verbale e una probabilità da 3 a 4 volte superiore di deterioramento della velocità di elaborazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A differenza dei metodi oggi più utilizzati per rilevare tau e amiloide, come &lt;strong&gt;scansioni cerebrali o analisi del liquido cerebrospinale,&lt;/strong&gt; gli esami del sangue risultano economici e non invasivi. Questi test, precisano gli autori, devono comunque essere interpretati con cautela.&lt;strong&gt; “Esiste la possibilità di falsi positivi –&lt;/strong&gt; sottolinea Yaffe – e i risultati forniscono informazioni solo sull’Alzheimer, non su altre forme di demenza. Tuttavia, per alcune persone che scoprono di avere questi biomarcatori, il test potrebbe offrire una finestra utile per avviare interventi in grado di ritardare l’insorgenza della malattia”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 30 May 2026 05:45:04 GMT</pubDate>
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      <title>"Stop ai social per gli adolescenti": perché i divieti fanno più male che bene</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-29/stop-social-minori-studio-37290070/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI -&amp;nbsp;&lt;b&gt;I divieti di accesso ai social media per gli adolescenti non sono supportati da evidenze scientifiche solide&lt;/b&gt; e potrebbero persino comportare &lt;b&gt;effetti controproducenti&lt;/b&gt;. E' quanto emerge da uno &lt;b&gt;studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Developmental Psychology&lt;/b&gt; e condotto dagli scienziati dell'&lt;b&gt;University of California, Irvine&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il team, guidato da &lt;b&gt;Monika Neff Lind&lt;/b&gt;, ha raccolto e analizzato gli studi sperimentali disponibili sulle restrizioni all'uso dei social media tra i giovani. Nel dicembre 2025, l'&lt;b&gt;Australia ha introdotto il divieto per i minori di 16 anni&lt;/b&gt; di possedere account sui social media. Francia, Grecia, Spagna, Danimarca, Malesia, Norvegia, India, Egitto, Canada, Turchia e Regno Unito stanno valutando misure simili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Diversi esponenti politici hanno sostenuto che la letteratura scientifica dimostrerebbe i benefici della riduzione o dell'eliminazione dell'accesso ai social per gli adolescenti. Tuttavia, spiegano gli esperti, &lt;b&gt;le prove disponibili non consentono ancora di stabilire quali effetti tali divieti possano avere sulla salute mentale dei giovani&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Cosa dice davvero la letteratura scientifica&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Negli esperimenti che valutano gli effetti della restrizione dei social media sul benessere - riportano gli autori - i partecipanti vengono assegnati casualmente a un gruppo che interrompe l'utilizzo dei social per un certo periodo oppure a un gruppo di controllo. &lt;b&gt;Nessuno degli studi individuati includeva pero' soggetti di eta' inferiore ai 16 anni&lt;/b&gt;. Questo significa che &lt;b&gt;non disponiamo di dati diretti sulle conseguenze di questi divieti per gli adolescenti piu' giovani&lt;/b&gt;".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli esperimenti condotti sugli adulti, aggiungono i ricercatori, &lt;b&gt;mostrano effetti deboli, nulli o contrastanti&lt;/b&gt;, e circa il &lt;b&gt;40 per cento delle indagini analizzate ha prodotto risultati inconcludenti&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I rischi e gli effetti controproducenti dei blocchi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo gli autori, esistono inoltre motivi concreti per ritenere che &lt;b&gt;i divieti possano avere effetti indesiderati&lt;/b&gt;. In primo luogo, spiegano gli studiosi, le restrizioni pongono &lt;b&gt;questioni etiche legate alla privacy e al controllo degli utenti&lt;/b&gt;, con il rischio di penalizzare soprattutto i gruppi piu' vulnerabili. Ad esempio, le tecnologie utilizzate per verificare l'eta' attraverso selfie caricati online possono commettere &lt;b&gt;errori legati all'etnia o all'eta' degli utenti&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I giovani potrebbero inoltre &lt;b&gt;perdere importanti occasioni di socializzazione e accesso a risorse informative&lt;/b&gt;, considerando che molti servizi e iniziative rivolti agli adolescenti vengono diffusi proprio attraverso i social media.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi decidesse di aggirare i divieti potrebbe poi &lt;b&gt;creare account falsi o utilizzare piattaforme anonime&lt;/b&gt;, rinunciando cosi' ai sistemi di protezione e ai controlli parentali previsti per gli account destinati ai minori. Secondo gli studiosi, i divieti potrebbero anche &lt;b&gt;aumentare i conflitti tra adolescenti e figure educative di riferimento&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Oltre i divieti: la necessità di approcci alternativi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Alla luce di queste considerazioni, gli autori sottolineano la necessita' di &lt;b&gt;sviluppare approcci alternativi&lt;/b&gt; per migliorare il rapporto dei giovani con i social media, &lt;b&gt;rafforzare i sistemi di monitoraggio&lt;/b&gt; per valutare il reale impatto delle restrizioni e &lt;b&gt;favorire la collaborazione&lt;/b&gt; tra istituzioni, famiglie, ricercatori e aziende tecnologiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"&lt;b&gt;Non possiamo risolvere la crisi della salute mentale giovanile attraverso i divieti&lt;/b&gt; - conclude Neff Lind - piuttosto che limitarci a proibire, dovremmo impegnarci a comprendere meglio il problema e affrontarlo in modo piu' ampio e strutturato".&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 29 May 2026 23:04:00 GMT</pubDate>
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      <title>Il lavoro delle madri danneggia lo sviluppo dei figli? La scienza smantella il tabù sociale</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-29/lavoro-materno-fa-male-figli-37287423/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Un importante contributo scientifico dell'&lt;b&gt;Università di Trieste&lt;/b&gt; porta nuove evidenze su uno dei temi sociali più rilevanti e discussi degli ultimi anni: gli &lt;b&gt;effetti del lavoro materno sullo sviluppo dei figli&lt;/b&gt;. La professoressa &lt;b&gt;Maria Lo Bue&lt;/b&gt;, docente di Microeconomics e Development Economics a UniTS, è infatti coautrice insieme a Elizaveta Perova della &lt;b&gt;World Bank&lt;/b&gt; e Sarah Reynolds della &lt;b&gt;University of California, Berkeley&lt;/b&gt;, dello studio pubblicato sulla prestigiosa rivista &lt;b&gt;Science&lt;/b&gt; "Maternal work and children's development: A review".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ricerca affronta una questione centrale nel dibattito pubblico contemporaneo, analizzando l'impatto dell'&lt;b&gt;occupazione materna&lt;/b&gt; su apprendimento, risultati scolastici, salute, sviluppo cognitivo e benessere socio-emotivo di bambini e adolescenti.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'analisi scientifica su 40 anni di dati e mille studi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Partendo da oltre mille studi provenienti da economia, psicologia, medicina e altre scienze sociali, la ricerca ha selezionato &lt;b&gt;61 lavori scientifici pubblicati tra il 1980 e il 2023&lt;/b&gt; che utilizzano metodi statistici in grado di identificare in modo credibile relazioni causali tra &lt;b&gt;occupazione materna&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;sviluppo dei figli&lt;/b&gt;. Le autrici hanno quindi analizzato complessivamente &lt;b&gt;884 stime statistiche&lt;/b&gt; relative agli effetti del lavoro materno sui figli.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I risultati mostrano che, dopo le correzioni per test multipli oggi considerate una best practice nella &lt;b&gt;ricerca scientifica&lt;/b&gt;, nell'&lt;b&gt;87% dei casi gli effetti non sono statisticamente differenti da zero&lt;/b&gt; e che, nella maggior parte dei casi, gli eventuali effetti rilevati risultano di entità molto contenuta. Lo studio evidenzia inoltre che non emergono differenze sistematiche legate all'età dei bambini: gli effetti risultano prevalentemente nulli sia nella &lt;b&gt;prima infanzia&lt;/b&gt; sia durante gli &lt;b&gt;anni scolastici&lt;/b&gt; e l'&lt;b&gt;adolescenza&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'impatto positivo nei contesti socioeconomici fragili&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Dalle analisi emerge però anche un elemento importante: nei &lt;b&gt;contesti socioeconomici più fragili&lt;/b&gt;, l'occupazione materna tende più frequentemente ad avere &lt;b&gt;effetti positivi&lt;/b&gt;, soprattutto sugli esiti cognitivi ed educativi dei figli. Benefici maggiori emergono inoltre quando il &lt;b&gt;lavoro è stabile, flessibile e compatibile&lt;/b&gt; con i tempi di cura familiare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Questo studio mostra come il dibattito sul lavoro materno e sul benessere dei figli debba essere affrontato superando stereotipi e semplificazioni - commenta la professoressa &lt;b&gt;Maria Lo Bue&lt;/b&gt; -. Le evidenze scientifiche, raccolte in oltre quarant'anni di ricerca, indicano che il &lt;b&gt;lavoro delle madri&lt;/b&gt;, soprattutto in presenza di occupazioni di qualità e adeguati sistemi di supporto, non rappresenta un ostacolo allo sviluppo dei figli e può anzi contribuire a migliorare le opportunità delle famiglie più fragili. È fondamentale continuare a investire in &lt;b&gt;politiche che favoriscano conciliazione, inclusione e pari opportunità&lt;/b&gt;".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La situazione in Italia e il ruolo di UniTS nella ricerca globale&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Questo messaggio è particolarmente rilevante anche per l'&lt;b&gt;Italia&lt;/b&gt;", aggiunge Lo Bue. "Il nostro Paese continua ad avere uno dei &lt;b&gt;tassi di occupazione femminile più bassi d'Europa&lt;/b&gt;, soprattutto tra le donne con figli piccoli. La ricerca suggerisce che il tema centrale non sia se le madri lavorino oppure no, ma piuttosto la &lt;b&gt;qualità del lavoro&lt;/b&gt;, la disponibilità di servizi e le condizioni che permettono alle famiglie di conciliare occupazione e cura".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il contributo della professoressa Lo Bue conferma il ruolo dell'&lt;b&gt;Università di Trieste&lt;/b&gt; nelle reti di ricerca internazionali dedicate allo studio dei grandi temi economici e sociali contemporanei, attraverso collaborazioni con istituzioni di primo piano come la &lt;b&gt;World Bank&lt;/b&gt; e la &lt;b&gt;University of California, Berkeley&lt;/b&gt;, e impegnate nella produzione di evidenze scientifiche utili al dibattito pubblico e alla definizione delle &lt;b&gt;politiche sociali e del lavoro&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 29 May 2026 09:03:31 GMT</pubDate>
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      <title>Combattere l'infiammazione cronica da HIV a tavola: le proprietà nascoste di broccoli e cavoli</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-27/hiv-broccoli-danni-intestinali-37242272/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - &lt;b&gt;Composti naturali presenti in broccoli, cavoli e altre verdure della famiglia delle crucifere potrebbero contribuire a riparare i danni intestinali persistenti nei pazienti con HIV anche dopo anni di terapia antivirale.&lt;/b&gt; È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista &lt;b&gt;JCI Insight&lt;/b&gt; e coordinato dalla &lt;b&gt;Tulane University&lt;/b&gt;, che ha individuato un possibile ruolo degli &lt;b&gt;indoli alimentari&lt;/b&gt; nel ripristino delle difese immunitarie della mucosa intestinale compromesse dall'infezione virale. La ricerca affronta uno dei problemi ancora irrisolti nella gestione a lungo termine dell'HIV.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sebbene le attuelles terapie antiretrovirali riescano a sopprimere efficacemente il virus e migliorare in modo significativo la sopravvivenza dei pazienti, molte persone continuano infatti a presentare danni persistenti alla barriera intestinale e uno stato di &lt;b&gt;infiammazione cronica&lt;/b&gt; associato a complicanze cardiovascolari, metaboliche e neurologiche.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Perché l'infezione da HIV continua a danneggiare la barriera intestinale?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Lo studio, coordinato da &lt;b&gt;Namita Rout&lt;/b&gt; del Tulane National Biomedical Research Center, ha analizzato modelli animali infettati con SIV, virus strettamente correlato all'HIV utilizzato nella ricerca sperimentale. Anche dopo trattamenti antivirali prolungati, i ricercatori hanno osservato alterazioni persistenti della barriera intestinale e disfunzioni di specifiche cellule immunitarie coinvolte nella protezione e nella riparazione dei tessuti della mucosa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tra le cellule maggiormente compromesse figurano le &lt;b&gt;cellule T gamma delta&lt;/b&gt; e le &lt;b&gt;cellule linfoidi innate&lt;/b&gt;, normalmente responsabili della produzione di molecole che regolano la comunicazione tra cellule e favoriscono il mantenimento dell'integrita' intestinale. Nei soggetti trattati queste risposte protettive risultavano ridotte insieme all'alterazione di proteine coinvolte nell'attivazione immunitaria locale.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come agiscono gli indoli dei broccoli sul sistema immunitario?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno quindi testato la possibilita' di modulare questo meccanismo attraverso l'alimentazione. Un piccolo gruppo di animali ha ricevuto un &lt;b&gt;supplemento derivato dai broccoli ricco di indoli&lt;/b&gt;, composti naturali presenti anche in cavoli e altre crucifere. Dopo un mese di trattamento, gli animali mostravano segnali compatibili con un &lt;b&gt;miglioramento dell'integrità della barriera intestinale&lt;/b&gt; e modificazioni favorevoli nelle popolazioni di cellule immunitarie coinvolte nella riparazione della mucosa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Questo studio aiuta a comprendere meglio perché i danni intestinali e l'infiammazione cronica possano persistere anche quando il virus è ben controllato - osserva Namita Rout, associata di microbiologia e immunologia alla Tulane University - i risultati identificano una via immunitaria importante per la salute intestinale e potrebbero guidare future strategie nutrizionali per migliorare gli esiti a lungo termine delle persone che vivono con HIV".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli autori precisano che lo studio non dimostra l'efficacia clinica dei supplementi alimentari nei pazienti HIV positivi e che la ricerca è stata condotta su un numero limitato di animali. Tuttavia i dati suggeriscono che alcuni meccanismi biologici coinvolti nell'equilibrio intestinale possano restare modulabili anche dopo anni di terapia antivirale. Secondo i ricercatori, comprendere come alimentazione e microbiota influenzino il sistema immunitario intestinale potrebbe aprire nuove prospettive per limitare l'infiammazione cronica e migliorare la qualità di vita dei pazienti con HIV.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 27 May 2026 01:02:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>Effetto Ozempic senza fine: scoperto il farmaco che ne prolunga i benefici e cancella lo s...</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-26/ozempic-roflumilast-perdita-peso-37240011/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI -&amp;nbsp;&lt;b&gt;Gli effetti dei farmaci per la perdita di peso, come la semaglutide (&lt;/b&gt;principio attivo contenuto sia nell'&lt;b&gt;Ozempic&lt;/b&gt;, indicato per il diabete ma usato off-label per dimagrire)&lt;b&gt;, potrebbero essere prolungati e ottimizzati tramite il medicinale roflumilast.&lt;/b&gt; Lo suggerisce uno studio, pubblicato sulla rivista &lt;b&gt;Nature Metabolism&lt;/b&gt;, condotto dagli scienziati del &lt;b&gt;National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases (NIDDK)&lt;/b&gt; e del &lt;b&gt;National Institute of General Medical Sciences (NIGMS)&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il team, guidato da Andrew Lutas, Claire Gao e Michael Krashes, ha utilizzato un modello murino per individuare strategie efficaci per potenziare la perdita di peso indotta dagli &lt;b&gt;agonisti del recettore GLP-1&lt;/b&gt;. Il gruppo di ricerca ha identificato processi di segnalazione intracellulare chiave legati agli effetti dimagranti dei farmaci.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Perché i farmaci per la perdita di peso si stabilizzano nel tempo?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I benefici del trattamento farmacologico della perdita di peso, spiegano gli autori, sono ben documentati. Sebbene le regioni cerebrali associate a questi effetti siano note, permangono ancora diversi interrogativi, legati soprattutto alle &lt;b&gt;diverse risposte nei vari pazienti&lt;/b&gt; e al motivo per cui &lt;b&gt;gli effetti si stabilizzano nel tempo&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli scienziati hanno utilizzato una tecnica di &lt;b&gt;imaging a fluorescenza&lt;/b&gt; per esplorare l'attività intracellulare indotta dalla semaglutide nel tessuto cerebrale vivente. Inibendo o rimuovendo selettivamente diverse molecole di segnalazione intracellulare, i ricercatori sono stati in grado di identificare quali fossero le più importanti per la perdita di peso.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come agisce il roflumilast per prolungare il dimagrimento?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il gruppo di ricerca ha scoperto che gli effetti dimagranti del farmaco dipendevano da un aumento dei livelli della molecola di segnalazione &lt;b&gt;adenosina monofosfato ciclico, o cAMP&lt;/b&gt;, nell'&lt;b&gt;area postrema&lt;/b&gt;, una regione del cervello che contiene circuiti correlati all'appetito. Tuttavia, questi aumenti variavano da neurone a neurone. Allo stesso tempo, le risposte del cAMP nelle diverse cellule variavano lungo un continuum: alcune cellule hanno mantenuto livelli elevati della molecola in presenza di semaglutide, mentre altre registravano aumenti temporanei.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inibendo l'&lt;b&gt;enzima PDE4&lt;/b&gt;, presente in natura e responsabile della degradazione del cAMP, con il farmaco &lt;b&gt;roflumilast&lt;/b&gt;, gli autori hanno dimostrato di poter orientare i neuroni verso una &lt;b&gt;risposta prolungata&lt;/b&gt;. Nel complesso, i risultati suggeriscono che gli effetti dei GLP-1 potrebbero essere estesi, &lt;b&gt;riducendo potenzialmente la frequenza di somministrazione&lt;/b&gt; di questi farmaci e &lt;b&gt;contrastando i periodi di stallo&lt;/b&gt; riscontrati da molti pazienti. Gli autori sottolineano pero' che saranno necessari ulteriori approfondimenti per confermare i risultati e valutare gli effetti di questo potenziamento in tessuti e pazienti umani.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;&amp;nbsp;&lt;/h2&gt;</description>
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      <category>Komposer</category>
      <pubDate>Tue, 26 May 2026 11:21:27 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>Leucemia mielomonocitica cronica: una nuova mappa genetica per rileggere la malattia e ori...</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-25/leucemia-mielomonocitica-cronica-mappa-genetica-humanitas-37223904/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - I risultati di uno studio internazionale pubblicati sul &lt;strong&gt;Journal of Clinical Oncology&lt;/strong&gt; propongono un nuovo approccio per migliorare la gestione della &lt;strong&gt;Leucemia mielomonocitica cronica &lt;/strong&gt;(CMML), una rara neoplasia del sangue caratterizzata da elevata variabilità tra i pazienti e da esiti spesso sfavorevoli. Integrando informazioni molecolari, parametri clinici e modelli computazionali avanzati, i ricercatori hanno sviluppato strumenti in grado di stimare più accuratamente l’evoluzione della malattia e supportare decisioni terapeutiche personalizzate.&lt;br&gt;
  Lo studio, multicentrico e su larga scala, è il risultato della collaborazione di un team internazionale che coinvolge centri di ricerca in Europa, Stati Uniti e Taiwan. Il progetto è stato ideato e coordinato da &lt;strong&gt;Humanitas&lt;/strong&gt;, che integra attività clinica, ricerca in ambito oncoematologico e approcci avanzati di intelligenza artificiale, sotto la guida di Matteo Giovanni Della Porta, responsabile di Leucemie dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e professore di Humanitas University. Hanno contribuito allo studio Saverio D’Amico, ingegnere biomedico e data scientist presso Humanitas AI Center, impegnato nello sviluppo degli strumenti di analisi dei dati e, come primo autore, Luca Lanino, ematologo presso la Yale School of Medicine ed ex specializzando di Humanitas University.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;&lt;br&gt;
  Una malattia rara e complessa&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La CMML si distingue per l’aumento dei monociti nel sangue, un tipo di globuli bianchi coinvolti nella risposta immunitaria, ed è caratterizzata da una marcata eterogeneità clinica. Colpisce prevalentemente la popolazione adulta e, in una parte dei casi, può evolvere in Leucemia mieloide acuta, una forma più aggressiva della malattia.&lt;br&gt;
  Il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche rappresenta a oggi l’unico trattamento potenzialmente curativo, tuttavia molti pazienti non sono candidabili a causa dell’età avanzata o della presenza di comorbidità. Le alternative farmacologiche disponibili, come gli agenti ipometilanti, offrono benefici limitati, evidenziando la necessità di strumenti prognostici più precisi e di approcci terapeutici sempre più personalizzati.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;&lt;br&gt;
  Una nuova mappa genetica della malattia&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Analizzando i dati clinici e genetici di oltre &lt;strong&gt;3.500 pazienti&lt;/strong&gt; con un approccio multimodale, i ricercatori hanno identificato nove cluster molecolari, ciascuno associato a specifiche alterazioni genetiche e a differenti esiti clinici. Una parte dei pazienti (circa il 15%) ha inoltre mostrato caratteristiche sovrapposte ad altre neoplasie mieloidi, suggerendo che i confini tra queste malattie siano meno definiti di quanto ritenuto finora. «Questa nuova mappa genetica permette di descrivere la malattia in modo più preciso rispetto alle classificazioni tradizionali, offrendo uno strumento per comprendere meglio le differenze tra i pazienti e la variabilità clinica che osserviamo nella pratica», spiega il dott. Luca Lanino. «Una classificazione più accurata rappresenta la base per sviluppare strategie terapeutiche sempre più mirate».&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;&lt;br&gt;
  Come cambia la valutazione del rischio&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I dati raccolti hanno portato allo sviluppo dell&lt;strong&gt;’International CMML Prognostic Scoring System &lt;/strong&gt;(iCPSS), un nuovo sistema prognostico che integra mutazioni genetiche, parametri ematologici e alterazioni citogenetiche, cioè anomalie dei cromosomi che contengono il DNA.&lt;br&gt;
  Il modello individua cinque gruppi prognostici, ciascuno con differenti probabilità di sopravvivenza complessiva e di evoluzione verso leucemia acuta, migliorando la capacità predittiva su base individuale rispetto ai sistemi precedenti. Circa il 55% dei pazienti è stato infatti riclassificato in categorie di rischio diverse. «Integrare informazioni genetiche e cliniche consente di ottenere una valutazione più precisa della prognosi e di personalizzare le decisioni terapeutiche», osserva il prof. Matteo Giovanni Della Porta. «Questo approccio permette di identificare meglio i pazienti che possono beneficiare di strategie più intensive, come il trapianto, e di pianificare il percorso di cura in modo più mirato».&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;&lt;br&gt;
  Il ruolo dell’intelligenza artificiale&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Un elemento innovativo dello studio è l’impiego di strumenti avanzati di analisi dei dati e modelli decisionali sviluppati attraverso tecniche di intelligenza artificiale, con il contributo dell’&lt;strong&gt;Humanitas AI Center&lt;/strong&gt;, che include tra le proprie linee di ricerca lo sviluppo di Digital Twin, rappresentazioni virtuali di pazienti costruite integrando dati clinici, genomici, immagini mediche, trattamenti ed esiti, per la comprensione e la gestione in particolare delle malattie in ambito oncoematologico. In questo contesto, i ricercatori hanno implementato una piattaforma di apprendimento federato, che consente di aggiornare continuamente il modello utilizzando dati provenienti da diversi centri senza condividere direttamente informazioni sensibili dei pazienti. L’uso di dati sintetici ha inoltre permesso di simulare scenari clinici realistici, testando e validando il modello per favorirne applicazioni future.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;&lt;br&gt;
  Verso una Medicina di precisione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Nel loro insieme, queste soluzioni dimostrano come l’integrazione tra ricerca clinica, genomica e intelligenza artificiale possa supportare lo sviluppo di strumenti prognostici dinamici e aggiornabili nel tempo, con ricadute concrete sulla pratica clinica.&lt;br&gt;
  Un aspetto particolarmente rilevante riguarda infatti le strategie terapeutiche: l’adozione del modello ha modificato la pianificazione del trattamento nel 31% dei casi, con un miglioramento atteso della sopravvivenza nei pazienti idonei a terapie più intensive, come il trapianto di cellule staminali.&lt;br&gt;
  Complessivamente, lo studio rappresenta un risultato di rilievo internazionale e un possibile cambio di paradigma nella gestione della CMML, dimostrando come la medicina di precisione possa diventare sempre più applicabile nella pratica clinica quotidiana.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 25 May 2026 11:06:37 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>Gli esperti consigliano: "Stop alle deroghe su e-cig e tabacco riscaldato"</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-22/e-cig-tabacco-deroghe-37186209/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Le &lt;strong&gt;sigarette elettroniche&lt;/strong&gt;, tabacco riscaldato e nicotine pouches devono essere&lt;strong&gt; regolati con la stessa severità &lt;/strong&gt;del tabacco tradizionale. Basta quindi con la favola della “riduzione del danno” e con l’idea che i nuovi prodotti a base di nicotina possano restare in una zona grigia normativa e fiscale. Con questa posizione si apre la “Milan Declaration”, il documento programmatico finale presentato oggi a conclusione della European Conference on Tobacco or Health (ECToH), il principale congresso europeo dedicato alla prevenzione del tabacco e della dipendenza organizzato dalla Lilt (Lega Italiana per la lotta contro i tumori).&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L’obiettivo finale della roadmap presentata a Milano è ambizioso e senza compromessi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Guidare l’Europa verso una&lt;strong&gt; “tobacco-free generation” entro il 2040.&lt;/strong&gt; Il dato più preoccupante emerso durante le giornate del congresso riguarda la rapidissima diffusione dei nuovi prodotti tra i più giovani: circa 4 milioni di adolescenti europei (tra i 13 e i 15 anni) utilizzano già prodotti a base di tabacco e 4,2 milioni usano sigarette elettroniche. In molte nazioni i dispositivi elettronici stanno superando le sigarette tradizionali tra i ragazzi, complici un marketing aggressivo che sfrutta i vuoti normativi e l’impatto dell’inflazione, che ha ridotto il prezzo reale del tabacco in diversi Paesi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“La nicotina rischia di tornare normale tra i ragazzi attraverso prodotti percepiti come innovativi, tecnologici o meno pericolosi – spiega Silvano Gallus, ricercatore dell’Istituto Mario Negri di Milano e presidente del comitato &lt;strong&gt;scientifico ECToH Milano 2026&lt;/strong&gt; – ma il rischio reale è quello di creare una nuova generazione dipendente. Per questo la Milan Declaration chiede regole europee più forti, coerenti e aggiornate rispetto ai nuovi scenari di mercato”. Non si tratta solo di salute e del fondamentale diritto all’aria pulita, ma anche di ecologia: sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e nicotine pouches (i sacchetti di nicotina) causano gravi danni agli ambienti urbani sotto forma di rifiuti plastici, mozziconi e detriti elettronici, gravando sui bilanci delle città.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'appello alle autorità e la strategia&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La Dichiarazione lancia un appello alle autorità locali, nazionali ed europee affinché adottino una strategia comune basata su alcuni punti cardine. Il primo è quello di estendere i divieti di fumo e aerosol a tutti gli spazi pubblici, sia interni sia esterni (come parchi, scuole e strutture sanitarie), per rendere i centri urbani salubri per impostazione predefinita. Il secondo punto cardine è di applicare le medesime e rigide regole a ogni categoria di prodotto, colmando i vuoti legislativi su sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e nuovi dispositivi contenenti nicotina. La terza richiesta è quella di incrementare i prezzi e le tasse su tutti i prodotti del tabacco e della nicotina non terapeutica, riducendone l’accessibilità economica in particolare tra i giovani.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Altro punto cardine è la tutela delle nuove generazioni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Proteggere i non consumatori riducendo l’attrattiva e la disponibilità dei prodotti, implementando strategie lungimiranti per garantire una futura generazione libera dalla nicotina. Gli esperti chiedono inoltre la regolamentazione della vendita al dettaglio: limitare la commercializzazione dei prodotti attraverso l’introduzione di licenze obbligatorie, criteri di zonizzazione e restrizioni sulla densità dei punti vendita. Nella “declaration” si richiede un maggiore rigore nell’applicazione e sanzioni: garantire un sistema di controllo costante, adeguatamente finanziato e supportato da sanzioni efficaci volte a scoraggiare la non conformità alle norme.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Tra i punti cardine c’è anche l’integrazione nelle politiche urbane ambientali&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Inserire il contrasto al tabagismo nelle agende di sostenibilità delle città, affrontando in modo diretto l’inquinamento e la gestione dei rifiuti tossici come i mozziconi. Si chiede inoltre di investire in servizi sanitari accessibili per smettere di fumare e garantire finanziamenti stabili e privi di conflitti d’interesse alla ricerca scientifica sul tabagismo. Infine, gli esperti chiedono di blindare le politiche sanitarie e la ricerca scientifica dalle attività di lobbying dei produttori, e di promuovere misure severe e basate su solide evidenze scientifiche nella revisione delle direttive UE su tasse, prodotti e pubblicità del tabacco, eliminando ogni deroga attuale. Il congresso si è chiuso con un monito chiaro sulla necessità di agire d’anticipo per non restare indietro rispetto alle mosse delle multinazionali. “La lotta al tabacco oggi non può più riguardare soltanto le sigarette tradizionali – conclude Gallus – perché il mercato, i consumi e le strategie industriali stanno cambiando molto rapidamente. La Milan Declaration nasce proprio con l’obiettivo di aiutare l’Europa a non inseguire questi cambiamenti, ma ad anticiparli”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 22 May 2026 14:32:49 GMT</pubDate>
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      <title>I disturbi mentali nel mondo sono raddoppiati in 30 anni, colpiscono 1.2 miliardi di persone</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-22/disturbi-mentali-raddoppiati-37183046/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - I &lt;strong&gt;disturbi mentali&lt;/strong&gt; nel mondo sono &lt;strong&gt;quasi raddoppiati dal 1990&lt;/strong&gt; e oggi coinvolgono circa &lt;strong&gt;1,2 miliardi di persone&lt;/strong&gt;, diventando la principale causa globale di anni vissuti con disabilità. È quanto emerge da uno studio pubblicato su&amp;nbsp;&lt;a href="https://eur03.safelinks.protection.outlook.com/?url=https%3A%2F%2Fwww.thelancet.com%2Fjournals%2Flancet%2Farticle%2FPIIS0140-6736(26)00519-2%2Ffulltext&amp;amp;data=05%7C02%7Cdigitale%40agi.it%7C2341b223a7574b08e4b008deb7efe1ce%7Cc16e514b893e4a019a30b8fef514a650%7C0%7C0%7C639150438075510886%7CUnknown%7CTWFpbGZsb3d8eyJFbXB0eU1hcGkiOnRydWUsIlYiOiIwLjAuMDAwMCIsIlAiOiJXaW4zMiIsIkFOIjoiTWFpbCIsIldUIjoyfQ%3D%3D%7C0%7C%7C%7C&amp;amp;sdata=imqN8n%2BPvERyrfeO2lWkNiNC2SaMOM5jGzf0Pji9bu4%3D&amp;amp;reserved=0"&gt;The Lancet&lt;/a&gt;&amp;nbsp;e coordinato dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) insieme all’University of Queensland, che analizza prevalenza e impatto dei disturbi mentali in 204 Paesi tra il 1990 e il 2023. La ricerca descrive il più ampio studio finora realizzato sul carico globale dei disturbi mentali e mostra come &lt;strong&gt;ansia e depressione&lt;/strong&gt; rappresentino oggi una delle &lt;strong&gt;principali emergenze sanitarie&lt;/strong&gt; mondiali.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Principale causa di disabilità&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo gli autori, i disturbi mentali sono diventati la principale causa di disabilità a livello globale, &lt;strong&gt;superando malattie cardiovascolari, tumori e patologie muscolo-scheletriche&lt;/strong&gt;. Nel 2023 queste condizioni hanno causato complessivamente &lt;strong&gt;171 milioni di DALYs, &lt;/strong&gt;gli anni di vita persi per morte prematura o vissuti con disabilità, pari a oltre il 17% di tutti gli anni vissuti con disabilità nel mondo. Ansia e depressione maggiore figurano rispettivamente all’undicesimo e quindicesimo posto tra le 304 principali cause globali di malattia e lesione considerate nello studio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori segnalano inoltre un forte incremento osservato dopo la pandemia di Covid-19. Dal 2019 la prevalenza standardizzata della depressione maggiore è aumentata di circa il 24%, mentre i disturbi d’ansia sono cresciuti di oltre il 47%. Secondo gli autori, le conseguenze psicologiche della pandemia si sommano a fattori strutturali di lungo periodo come &lt;strong&gt;povertà, insicurezza sociale, violenza, abuso e riduzione delle relazioni sociali.&lt;/strong&gt; “Questi trend crescenti possono riflettere sia gli effetti persistenti dello stress legato alla pandemia sia fattori strutturali di lungo periodo”, osserva Damian Santomauro del Queensland Centre for Mental Health Research e primo autore dello studio. “Affrontare questa sfida richiederà investimenti continui nei sistemi di salute mentale, maggiore accesso alle cure e un’azione globale coordinata per sostenere le popolazioni più a rischio”.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Adolescenti e giovani adulti&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Lo studio evidenzia che il carico maggiore si concentra tra adolescenti e giovani adulti, in particolare &lt;strong&gt;nella fascia 15-19 anni.&lt;/strong&gt; Secondo gli autori, questa fase della vita rappresenta un periodo cruciale per sviluppo scolastico, lavorativo e relazionale, rendendo le conseguenze dei disturbi mentali particolarmente rilevanti sul lungo periodo. “Nella fascia adolescenziale ansia e depressione diventano le principali componenti del carico di malattia mentale”, spiega Alize Ferrari, coautrice dello studio. “Si tratta di una fase critica che può influenzare profondamente istruzione, occupazione e relazioni sociali future”.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I risultati mostrano inoltre una maggiore vulnerabilità femminile&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Nel 2023 circa &lt;strong&gt;620 milioni di donne&lt;/strong&gt; convivevano con almeno un disturbo mentale rispetto a&lt;strong&gt; 552 milioni di uomini. &lt;/strong&gt;Le donne hanno registrato anche un carico complessivo di disabilità superiore, con 92,6 milioni di DALYs contro 78,6 milioni degli uomini. Secondo gli autori, il divario potrebbe essere legato a maggiore esposizione a violenza domestica, abusi sessuali, carichi di cura e discriminazioni strutturali di genere. Dal punto di vista geografico, il peso dei disturbi mentali è aumentato in tutte le regioni del pianeta, ma con forti differenze tra Paesi. Alcune delle incidenze più elevate sono state osservate in regioni ad alto reddito come Australasia ed Europa occidentale, con livelli &lt;strong&gt;particolarmente elevati nei Paesi Bassi, in Portogallo e in Australia.&lt;/strong&gt; Incrementi significativi sono stati registrati anche nell’&lt;strong&gt;Africa subsahariana occidentale &lt;/strong&gt;e in alcune aree dell’Asia meridionale.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il problema è aggravato dalla scarsità globale di cure adeguate&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Le analisi del Global Burden of Disease Study indicano che soltanto il 9% delle persone affette da depressione maggiore riceve nel mondo un trattamento minimamente adeguato, mentre in 90 Paesi meno del 5% dei pazienti ha accesso a cure appropriate. Solo pochi Stati ad alto reddito, tra cui Australia, Canada e Paesi Bassi, superano una copertura terapeutica del 30 per cento. Gli autori sottolineano quindi la necessità di aumentare investimenti e accesso ai servizi di salute mentale, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. Lo studio conclude che senza un rafforzamento dei sistemi sanitari e delle politiche di prevenzione il peso globale dei disturbi mentali continuerà ad aumentare nei prossimi decenni.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 22 May 2026 11:41:52 GMT</pubDate>
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      <title>Malattie sessuali batteriche a livelli record da 10 anni in Europa</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-21/malattie-sessuali-batteriche-europa-37165763/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Un’&lt;strong&gt;impennata delle infezioni batteriche a trasmissione sessuale&lt;/strong&gt; (IST) in tutta Europa è segnalata dagli ultimi rapporti epidemiologici annuali dell’ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie). I dati relativi al 2024 mostrano che i &lt;strong&gt;casi di gonorrea&lt;/strong&gt; hanno raggiunto quota 106.331, con u&lt;strong&gt;n incremento del 303%&lt;/strong&gt; rispetto al 2015. I casi di&lt;strong&gt; sifilide sono più che raddoppiati &lt;/strong&gt;nello stesso periodo, arrivando a 45.577.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Complicazioni in caso di mancato trattamento&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La &lt;strong&gt;clamidia &lt;/strong&gt;rimane l’infezione sessualmente trasmissibile (IST) &lt;strong&gt;più frequentemente segnalata&lt;/strong&gt;, con 213.443 casi. Anche il &lt;strong&gt;linfogranuloma venereo&lt;/strong&gt; (LGV) ha continuato a essere trasmesso, con 3.490 casi segnalati.“Le infezioni a trasmissione sessuale sono in aumento da 10 anni e hanno raggiunto livelli record nel 2024. Se non trattate, queste infezioni possono causare gravi complicazioni, come dolore cronico e infertilità e, nel caso della sifilide, problemi cardiaci o del sistema nervoso. Ancora più preoccupante è il fatto che tra il 2023 e il 2024 abbiamo assistito a un quasi raddoppio dei casi di sifilide congenita, in cui l’infezione si trasmette direttamente ai neonati, portando a complicazioni potenzialmente permanenti”, afferma Bruno Ciancio, responsabile dell’Unità Malattie a Trasmissione Diretta e Prevenibili con Vaccino ECDC.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Precauzioni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;“Proteggere la propria salute sessuale rimane semplice. Usate il preservativo con partner nuovi o multipli e fatevi testare se avete sintomi come dolore, perdite o ulcere”. La sifilide congenita è un’infezione che si verifica quando il Treponema pallidum, il batterio che causa la sifilide, viene trasmesso da una persona incinta &lt;strong&gt;infetta al feto durante la gravidanza, &lt;/strong&gt;principalmente tramite trasmissione transplacentare oppure, meno comunemente, attraverso l’esposizione a lesioni infettive al momento del parto. Nel 2024, sono stati segnalati 140 casi confermati di sifilide congenita provenienti da 14 paesi UE/SEE, mentre 14 altri paesi non hanno segnalato casi. Il numero di casi segnalati nel 2024 rappresenta il numero più alto di notifiche di sifilide congenita dal 2009, quando l’ECDC ha assunto il coordinamento della sorveglianza della sifilide congenita nell’UE/SEE e rappresenta quasi il doppio del numero di casi segnalati nel 2023.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’aumento dei casi di sifilide congenita è stato accompagnato da un aumento dei tassi di notifica della sifilide tra donne in diversi paesi dell’UE/SEE. In generale, alla base di questi forti aumenti nelle infezioni batteriche a trasmissione sessuale, le tendenze di trasmissione variano significativamente tra i diversi gruppi di popolazione. Gli &lt;strong&gt;uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini &lt;/strong&gt;rimangono il gruppo più colpito in modo sproporzionato, con i maggiori incrementi a lungo termine di gonorrea e sifilide. Tra le popolazioni eterosessuali, la sifilide è in aumento, in particolare tra le donne in età fertile.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questi dati sono in linea con i risultati del rapporto di monitoraggio dell’ECDC sulla sifilide congenita, che evidenzia le mancate opportunità di prevenzione, come le lacune nello screening prenatale, la mancanza di follow-up e di test ripetuti, nonché di trattamento. Il rapporto di monitoraggio ha inoltre individuato ostacoli più ampi alla diagnosi e alla prevenzione che richiedono un intervento. Tredici dei 29 paesi partecipanti al rapporto continuano ad addebitare costi diretti per i test di base per le IST. L’attuazione disomogenea dei servizi e le strategie nazionali obsolete limitano l’impatto degli interventi comprovati, poiché molte strategie nazionali di prevenzione non tengono conto dei cambiamenti comportamentali post-pandemici.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Raccomandazioni ai paesi europei&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;L’ECDC raccomanda ai paesi europei di migliorare i protocolli di screening prenatale per garantire che la sifilide venga diagnosticata e trattata tempestivamente e correttamente in base allo stadio dell’infezione, al fine di prevenire la trasmissione al feto durante la gravidanza. Inoltre, nel gennaio 2026, l’ECDC ha fornito indicazioni specifiche sull’uso della doxiciclina per la profilassi post-esposizione (doxy-PEP) a supporto degli sforzi di prevenzione delle IST. Le persone esposte a un rischio maggiore di contrarre infezioni dovrebbero consultare il proprio medico o altro operatore sanitario per valutare opzioni di prevenzione personalizzate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’ECDC&lt;strong&gt; non raccomanda l’uso diffuso della doxiciclina per la gonorrea&lt;/strong&gt; a causa del rischio di accelerazione della resistenza antimicrobica. Invertire la tendenza all’aumento dei casi di infezioni sessualmente trasmissibili (IST) richiede servizi di prevenzione accessibili, un accesso più agevole ai test, trattamenti più rapidi e una notifica più efficace ai partner per fermare l’ulteriore trasmissione. L’ECDC esorta le autorità sanitarie pubbliche ad aggiornare con urgenza le strategie nazionali in materia di IST e a rafforzare i sistemi di sorveglianza per monitorare meglio l’impatto degli sforzi di prevenzione. Senza un’azione decisa, è probabile che le tendenze attuali continuino, aggravando le conseguenze negative per la salute e ampliando le disuguaglianze nell’accesso alle cure.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 21 May 2026 13:00:54 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>agi</dc:creator>
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      <title>Tra le 8 e le 10 ore a settimana: la vera dose di movimento per abbattere il rischio infarto</title>
      <link>https://www.agi.it/salute/news/2026-05-21/quante-ore-sport-salvare-cuore-37148003/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Per ottenere una &lt;b&gt;riduzione sostanziale del rischio di infarto e ictus&lt;/b&gt; gli adulti dovrebbero svolgere &lt;b&gt;tra 560 e 610 minuti alla settimana&lt;/b&gt; di attività fisica moderata o intensa, molto più dei 150 minuti raccomandati dalle attuali linee guida internazionali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È quanto emerge da uno studio pubblicato sul '&lt;b&gt;British Journal of Sports Medicine&lt;/b&gt;' da Ziheng Ning della Macao Polytechnic University in Cina. La ricerca suggerisce inoltre che &lt;b&gt;le persone meno allenate devono fare ancora più esercizio&lt;/b&gt; rispetto a chi possiede già una buona forma cardiovascolare per ottenere gli stessi benefici sul cuore.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I dati della ricerca e il monitoraggio dei partecipanti&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Lo studio ha analizzato i dati di &lt;b&gt;17.088 partecipanti&lt;/b&gt; del database &lt;b&gt;UK Biobank&lt;/b&gt; raccolti tra il 2013 e il 2015. I partecipanti, con età media di 57 anni, hanno indossato per sette giorni dispositivi da polso per monitorare i livelli reali di attività fisica e hanno effettuato &lt;b&gt;test da sforzo in bicicletta&lt;/b&gt; per stimare il &lt;b&gt;VO2 max&lt;/b&gt;, parametro che misura la capacità dell'organismo di utilizzare ossigeno durante l'esercizio intenso e rappresenta uno dei principali indicatori di fitness cardiorespiratorio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno inoltre considerato fumo, dieta, consumo di alcol, indice di massa corporea, pressione arteriosa e frequenza cardiaca. Durante un follow-up medio di 7,8 anni sono stati registrati &lt;b&gt;1233 eventi cardiovascolari&lt;/b&gt;, tra cui fibrillazione atriale, infarti, insufficienza cardiaca e ictus.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Quanti minuti di esercizio servono davvero&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo i risultati, rispettare la soglia minima di 150 minuti settimanali di attività fisica produce una &lt;b&gt;riduzione relativamente modesta&lt;/b&gt; del rischio cardiovascolare, compresa &lt;b&gt;tra l'8 e il 9 per cento&lt;/b&gt;. Per ottenere invece una &lt;b&gt;protezione definita "sostanziale"&lt;/b&gt;, cioè superiore al &lt;b&gt;30 per cento&lt;/b&gt;, sarebbero necessari &lt;b&gt;tra 560 e 610 minuti settimanali&lt;/b&gt; di esercizio moderato-intenso, equivalenti a &lt;b&gt;circa 10 ore&lt;/b&gt;. Solo il 12 per cento delle persone coinvolte nello studio raggiungeva pero' questi livelli di attività.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Lo sforzo maggiore per i meno allenati&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;L'analisi mostra inoltre che &lt;b&gt;chi parte da livelli molto bassi di forma fisica deve svolgere circa 30-50 minuti in più a settimana&lt;/b&gt; rispetto agli individui più allenati per ottenere benefici equivalenti. Per esempio, per ridurre del 20 per cento il rischio cardiovascolare, le persone meno allenate devono praticare circa 370 minuti di esercizio settimanale contro i 340 minuti richiesti ai soggetti con fitness più elevato. "&lt;b&gt;Questo risultato evidenzia la sfida piu' impegnativa affrontata dalle popolazioni meno allenate&lt;/b&gt;", osservano gli autori.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il futuro delle linee guida sulla salute cardiovascolare&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori sottolineano che si tratta di uno studio osservazionale e che quindi non e' possibile dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto. Ammettono inoltre che i partecipanti allo studio potrebbero essere mediamente più sani e più attivi della popolazione generale. Secondo gli studiosi, &lt;b&gt;le linee guida attuali restano comunque valide come soglia minima universale&lt;/b&gt; di protezione cardiovascolare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tuttavia, sostengono che in futuro potrebbero essere necessarie &lt;b&gt;raccomandazioni personalizzate&lt;/b&gt; basate sul livello individuale di fitness cardiorespiratorio. "Le future linee guida potrebbero dover distinguere tra il livello minimo di esercizio necessario per una protezione di base e volumi molto piu' elevati richiesti per ottenere una riduzione ottimale del rischio cardiovascolare", concludono gli autori.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Salute</category>
      <pubDate>Thu, 21 May 2026 01:47:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-05-21T01:47:00Z</dc:date>
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