Agroalimentare, l'Italia alla conquista del sud

Agroalimentare, l'Italia alla conquista del sud
 agroalimentare (agf)

Mosca - Per gli imprenditori italiani è il momento di venire in Russia e investire nell’agroalimentare: non vi è concorrenza, i margini sono molto alti e l’artigianalità italiana ha oggi un valore aggiunto che fa la differenza. Ne è convinto Pierpaolo Lodigiani, imprenditore con presenza fissa nella Federazione dagli anni ’90 e presidente della Investa Finance, operante sul territorio della Russia e Paesi Csi in progetti d’investimento. In tempi non sospetti, prima dell’embargo del Cremlino all’import alimentare europeo, Lodigiani ha acquistato, con un partner russo, 10.000 ettari di terra nella regione meridionale di Krasnodar, che ha adibito a cereali. Delle sanzioni è stata fatta virtù e ora quei terreni sono coltivati a frutteti, ortaggi e aglio, racconta lo stesso imprenditore in un’intervista ad Agi.

Il prossimo mese uscirà sul mercato l’‘aglio di Adyghea’ (enclave nella regione meridionale di Krasnodar), prodotto interamente con genetica, macchinari e sistemi di conservazione italiani. In assenza di competitor, Lodigiani punta a diventare leader di mercato nel giro di tre anni, con una produzione di 3.000 tonnellate. “La Russia è il secondo consumatore pro capite al mondo di aglio, dopo la Corea del Sud (2 kg l’anno), ma il 60% del fabbisogno viene coperto dalla produzione interna che arriva da orti privati e piccole fattorie, mentre il 40% che va nella grande distribuzione è importato al 90% , con il domino della Cina (85%), seguita dalla Spagna (10%)”. L’idea è puntare su un prodotto legato al territorio, sfruttando il vantaggio della maggiore qualità e della comodità logistica rispetto al prodotto cinese.

Altra primizia su cui l’imprenditore reggiano ripone molte aspettative è il prosciutto di agnello, rivolto al consumatore musulmano che non mangia maiale. “I più grandi produttori sono in Spagna - spiega - ma si tratterebbe di un prodotto inaccessibile ai russi, che dovrebbero pagarlo fino a 300 euro al chilo”. Lodigiani sta facendo lo stesso anche con frutta, insalate, patate e carote: “L’Italia è il primo esportatore in Russia di genetica per le mele e il prossimo passo sarà quello di fare qui dei vivai; ci sono già due o tre aziende italiane che si stanno muovendo in questa direzione”. “Su questo prodotto, in Russia i margini sono il doppio di quelli che si hanno in Italia, perché i prezzi al consumo sono molto più alti e il mercato commerciale è libero”, aggiunge. In cinque anni l’intero fabbisogno di mele (prima coperto da Cina, Italia e Polonia) sarà soddisfatto dalla produzione interna”, avverte Lodigiani, responsabile di tre diversi progetti: la società Belagro (a Krasnodar), la Sindica Agro e la Maaris (nella repubblica di Adyghea), che si concentra su produzione di frutta e ortaggi. La Maaris coinvolge più aziende italiane: “Noi mettiamo a disposizione la terra, le macchine, la manodopera e le competenze commerciali ed entriamo in società con chi vuole venire qui a fare il suo impianto di produzione agricola, poi si va sul mercato insieme, con l’idea anche di avere un centro logistico comune”. A suo dire, la partita che l’Italia deve giocare non è sui grandi numeri, ma sulla qualità del prodotto, anche perché il consumatore russo “è prontissimo” a riconoscere la differenza. “Non bisogna pensare che si tratti di un mercato di nicchia, perché se si lavora bene si parla di volumi importanti”, sottolinea. Lodigiani non vede particolari ostacoli se non il divieto per gli stranieri di acquistare terra “superabile facilmente, creando una società di diritto russo”. 

Mosca ha utilizzato le contro-sanzioni per sviluppare il settore agricolo, carente in diversi segmenti della sua lunga filiera. Non solo agricoltura nella terra, quindi, ma anche semi, macchine agricole, concime, raccolta, selezione, imballaggio e conservazione. “Quello che noi perdiamo come esportazioni del prodotto lo possiamo recuperare, anche in modo maggiore, partecipando a questa filiera”, spiega Lodigiani. La gran parte del territorio russo è votata alla coltura cerealicola e “per sviluppare i mercati paralleli, cioè frutta e ortaggi, occorre tecnologia, genetica ma soprattutto sistemi di irrigazione, che si sono persi nel periodo 1980-1990”, racconta l’imprenditore. 
Il consiglio è quello di investire anche nel segmento dell’imballaggio e nella catena del freddo. “Fa abbastanza ridere, ma in Russia mancano i frigoriferi - scherza - la logistica della trasformazione alimentare non esiste e il mercato è ancora agli albori”. “Si tratta di contratti consistenti, tenendo conto che un magazzino frigorifero da 4-5.000 tonnellate costa 3-4 milioni di euro”, fa notare Lodigiani. 
L’agroindustria sarà uno dei cinque cluster su cui verterà il Padiglione Italia al Forum economico di San Pietroburgo (16-18 giugno), insieme a meccanica e alte tecnologie, energia, infrastrutture e finanza. “Il Forum è un’occasione molto importante a livello di sistema - dice l’imprenditore, anche console generale onorario d’Italia a Krasnodar - e credo che per quanto riguarda l’agroalimentare, più che a progetti specifici si punterà a ufficializzare piattaforme, all’interno delle quali un’impresa possa trovare un’infrastruttura e un appoggio istituzionale, che le permetta di fare business”. “A differenza di Usa e Germania, dove al centro della cultura produttiva vi è il sistema, l’Italia ha sempre al centro il singolo produttore e questo a volte può essere un problema, anche se poi in Russia paga il nostro saper esportare artigianalità”, conclude Lodigiani, avvertendo che è ora il momento di salire su questo treno. “Lo ha fatto ben capire, in un recente incontro, il vice premier Arkady Dvorkovich: ‘Ora siete invitati a farlo con noi, ma sappiate che prima o poi noi lo faremo comunque’ ”. (AGI)