Terremoto: mons. Petrocchi, la morte non ha l'ultima parola

(AGI) - L'Aquila, 28 ago. - Il terremoto "e' un dramma che L'Aquila conosce bene...

(AGI) - L'Aquila, 28 ago. - Il terremoto "e' un dramma che L'Aquila conosce bene, perche' lo ha vissuto nelle sue forme piu' sofferte. Ed e' questo il motivo per cui l'amministrazione civile ha deciso di chiudere" - in occasione della 722 edizione della Perdonanza celestiniana il cui corteo storico religioso e' attualmente in corso - "le manifestazioni di tipo culturale e ricreativo e di lasciare solo quelle specificamente religiose, celebrate in una forma sobria ed essenziale. E' un modo per essere in sintonia di mente e di cuore con quanti in questo momento passano attraverso una Croce severa". Lo ha detto l'arcivescovo metropolita dell'Aquila, mons. Giuseppe Petrocchi, in una intervista a Radio Vaticana. Per il presule, alla luce di questo terribile sisma, "la Perdonanza consente di mettersi in rapporto con questi eventi con un'anima cristiana, illuminata dalla fede, percorsa dalla carita'. Un'anima che si apre alla speranza, perche' noi sappiamo che la morte non ha l'ultima parola. Nella Pasqua di Gesu' la morte e' gia' morta: quindi ogni passaggio, da questo mondo alla Casa del Padre - ha spiegato - va vissuto come un entrare nella vita e non come uno sprofondare nel nulla. La Perdonanza ci pone nel cuore stesso della rivelazione cristiana. La Perdonanza - ha aggiunto l'arcivescovo - e' come un pozzo che Celestino V ha scavato fino a raggiungere una falda freatica profonda, dove scorre l'acqua viva del Vangelo. E' una grazia che ci viene data: non siamo noi ad averla riversata dentro il pozzo, ma sta a noi attingerla, per potersi dissetare e poterla distribuire. La Perdonanza e' la capacita' di accogliere la Misericordia di Dio: la Perdonanza e' innanzitutto farsi perdonare, lasciarsi riconciliare, come dice Paolo". Nel corso dell'intervista, Petrocchi ha ricordato di essere di origine ascolana: "Per tredici anni - ha detto - sono stato parroco in montagna, proprio nell'area adesso colpita dal terremoto. La comunita' dove sono stato si chiama Trisungo e dista due chilometri e mezzo da Arquata del Tronto, che e' stata rasa al suolo. Appena ho saputo di questi eventi, sono andato proprio nel paese dove ho vissuto come parroco per incontrare la gente. E ho ritrovato gli stessi volti smarriti, gli occhi disorientati, la gente bisognosa di una prossimita' affettiva oltre che di aiuti materiali". Infine, rispondendo all'intervistatore ha quindi osservato: "Le dico fraternamente che ho vissuto questa tragedia" come due eventi congiunti: "quello aquilano, dove oggi sono vescovo; e quello ascolano e amatriciano, dove ho vissuto anni importanti del mio ministero. Quindi e' una tragedia che sento confitta al centro del mio cuore". (AGI)
Ett